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Full text of "La critica storica e le leggende nazionali"

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OassJB.'L6 

Book      ,  M36f_ 


PROF.  EUGENIO  MUSATTI 

LA  CRITICA  STORICA^' 


LE  LEGGENDE  NAZIONALI 


PROLEGOMENI 

AD     UN     CORSO    LIBERO    DI    STORIA    MODERNA 

NELLA    R.    UNIVERSITÀ    DI     PADOVA 

(1899-1900) 


l.a   RISTAMPA 

con  giunte   ed  emende 


PADOVA 
Tipografìa  dei  Fratelli  Gallina  u  all'  Università  n 

1901 


^ 


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A3  /V7/ 

Proprietà  letteraria 


Il  prof.  Crivellucci,  vanto  e  decoro  dell'Ateneo  pi- 
sano, diede  non  ha  guari  alla  luce  un  Manuale  del  metodo 
storico  (Pisa,  Spoerri,  1897)  sul  modello  dell'eccellente 
Lehrbuch  der  historischen  methode  del  Bernheim,  profes- 
sore nell'Università  di  Greifswald  (Pomerania),  e  ch'egli 
seppe  così  magistralmente  adattare  per  uso  della  studiosa 
gioventù  italiana  da  indurmi  a  presceglierlo  come  fonda- 
mento ai  prolegomeni  d'un  corso  libero  di  storia  moderna 
da  me  tenuto  nell'Archiginnasio   patavino    al   chiudersi 

del  secolo  diciannovesimo;  i  quali  diedi  alle  stampe  una 
prima  volta  ed  ora  pubblico  in  più  corretta  edizione  per 
apportare  anch'io  un  tenue  contributo  all'  incremento 
della  verità  storica. 


LEZIONE  I 


Fonti   storiche 


Non  è  chi  non  sappia  come  chiunque  voglia  fare 
>pera  di  storico  debba  raccogliere  tutte  le  vestigia  del 
passato  senz'alcuna  eccezione,  tutte  le  tracce  dell'  umana 
attività,  che  gli  permettano  di  ricostruire,  con  più  o  meno 
sicurezza,  l'imagine  di  quest'attività  sotto  le  forme  suc- 
cessive e  più  diverse  ch'essa  ha  rivestite,  secondo  i  tempi, 
i  luoghi,  le  razze  e  le  società.  Egli  deve  in  questo  lavoro 
di  ricostituzione  procedere  con  lo  stesso  intendimento  di 
esattezza,  la  stessa  passione  del  vero,  lo  stesso  rigore  di 
analisi  d'osservazione  e  di  ragionamento  che  lo  scien- 
ziato nello  studio  della  natura;  occorre  insomma  sotto- 
mettere tutte  le  reliquie  del  passato  a  una  investigazione 
metodica  onde  procedere  gradatamente  dai  particolari  al- 
l' insieme  all'  effetto  di  chiarire  l'uno  dopo  l'altro  tutti  i 
punti  oscuri  per  modo  da  poter  stabilire  sui  fatti  ben  con- 
statati delle  idee  generali  suscettibili  di  prova  e  di  veri- 
ficazione. Questa  concezione  così  larga  e  scientifica  della 
storia  è  tutta  moderna  perchè  un'idea  ben  diversa  di 
essa  prevalse  fino  a  un  certo  tempo.  Difatti  presso  tutti 
i  popoli  di  razza  indo-germanica  (caucasei,  cioè,  abitanti 
l'Asia  Meridionale  e  Occidentale  e  gran  parte  d'Europa) 
la  storia  passò  da  principio  per  una  fase  affatto  rudi- 
mentale, comune  a  tutte  le  civiltà  primitive,  perchè  essa 


limitavasi  alla  sola  constatazione  dei  fatti  di  cui  la  per- 
sona o  la  classe,  dirigente  il  gruppo  sociale,  aveva  inte- 
resse a  conservare  e  a  tramandare  la  memoria.  Gli  av- 
venimenti reali  o  le  leggende  concernenti  la  vita  reli- 
giosa, politica  o  militare  della  nazione,  che  lusingavano 
l'orgoglio  del  sovrano  o  favorivano  le  pretensioni  delle 
caste  superiori  erano  riferite  da  preti,  magistrati,  lette- 
rati investiti  d'una  missione  ufficiale  e  si  perpetuavano 
nella  memoria  degli  uomini  sotto  forma  di  poemi  sacri, 
di  canti  nazionali,  d'  epopee,  d'  annali,  d' inscrizioni  mo- 
netarie, funerarie  o  monumentali  (i).  In  queste  opere  così 
diverse,  composte  per  un  fine  interessato  e  assai  pratico, 
non  si  poteva  naturalmente  trovarvi  né  uno  spirito  cri- 
tico né  un'alta  meta  scientifica.  Tali  furono  per  esempio 
i  poemi  omerici  (cioè  l'Iliade  e  l'Odissea  ancor  conte- 
state al  più  grande  degli  antichi  poeti  epici,  anzi  al  crea- 
tore dell'epopea,  perchè  vuoisi  che  riassumano  invece  le 
opere  sparse  d'un'  epoca  della  Grecia  favolosa),  i  sagas 
del  nord  de  1'  Europa,  ossia  le  tradizioni  mitologiche  e 
storiche  dei  popoli  scandinavi,  le  liste  di  re  e  di  funzio- 
nari dei  grandi  imperi  d'Oriente,  le  genealogie  delle  pos- 
senti famiglie  e  i  racconti  favolosi  sulla  fondazione  delle 
città  narrati  dai  logografi  greci,  gli  annali  dei  pontefici 
romani,  i  fasti  consolari  o  registri  in  cui  erano  cronolo- 


(i)  La  leggenda,  usata  da  prima  a  significar  la  vita  d'un 
santo,  la  quale  doveva  leggersi  nel  giorno  che  ne  ricordava  e 
celebrava  il  nome,  accolse  poi  tradizioni  d'argomento  diverso, 
morale  o  cavalleresco,  religioso  od  eroico. 


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gicamente  descritti  i  nomi  dei  consoli  romani  e  tutto  ciò 
ch'era  succeduto  nell'anno  del  loro  consolato,  i  nume- 
rosi monumenti  epigrafici  de  la  Grecia  e  de  l'Italia  an- 
tica. Lo  stesso  carattere  si  ritrova  nel  medio  evo  nelle 
canzoni  epiche  inspirate  dalle  crociate  e  dalle  guerre  feu- 
dali a  dei  cavalieri  che  vi  avevano  preso  parte,  nelle  geste 
memorate  in  versi  dagli  storiografi  dei  re  d'Inghilterra, 
nelle  croniche  locali,  in  cui  i  monaci  riferivano  i  fatti 
venuti  a  lor  conoscenza,  mettendo  naturalmente  in  mag- 
gior luce  quelli  che  riguardavano  la  prosperità  morale 
e  materiale  del  loro  ordine  (i).  A  questa  forma  rudimen- 
tale della  storia  seguì  appo  gli  stessi  popoli,  a  misura  che 
la  civiltà  si  sviluppava,  la  forma  letteraria,  che  prevalse 
a  lungo  e  che  conserva  ancor  in  oggi  un  resto  di  favore 
presso  gli  spiriti  poco  coltivati  o  presso  letterati  più  sen- 
sibili ai  godimenti  estetici  dell'arte  che  ai  risultati  ed  ai 
progressi  della  scienza.  Ma  ciò  che  più  caratterizza  que- 
sta seconda  maniera  di  scrivere  la  storia  è  che  il  racconto 
degli  avvenimenti  passati,  invece  d'essere  conservato  e 
Tramandato  come  una  tradizione  nazionale  o  come  un 
-documento  ufficiale  da  personaggi  investiti  nella  società 
<Tuna  missione  politica  o  religiosa,  è  messo  in  opera  con 


(i)  Tra  i  poemi  storici  o  cronache  versificate  in  rozzo  latino 
■meritano  speciale  menzione  il  Carme  panegirico  di  Berengario 
composto  da  un  anonimo  nel  secolo  X  ;  il  De  rebus  Norman- 
norum  di  Guglielmo  Appulo  del  s.  XI;  la  Vita  fMathildis  comi- 
iissae  del  monaco  Donizzone  del  s.  XII  ecc.  Bartoli,  Si.  della 
leti.  it.}  Firenze,  Sansoni,  1878,  voi.  I  cap.  II;  lo  stesso,  I  primi 
due  secoli,  cap.  VII  (Vallardi,  Milano,   1880). 


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più  o  meno  arte  dagli  scrittori:  i  fatti  sono  scelti,  coor- 
dinati, ampliati  o  attenuati  sia  per  eccitare  l'interesse  dei 
lettori  con  una  narrazione  commovente,  bizzarra  o  fa- 
ceta, sia  col  fine  di  fare  la  loro  educazione  morale  o  po- 
litica con  esempi  tratti  dal  passato,  sia  infine,  col  dise- 
gno d'inspirar  loro  l'ammirazione  o  il  disprezzo  di  un 
tal  personaggio,  di  un  tal  partito,  di  una  tal  nazione. 
Così  nell'antichità  Erodoto,  il  greco  padre  della  storia 
(perchè  il  suo  lavoro,  in  cui  descrive  le  lotte  fra  Persiani  e 
Greci,  è  la  prima  storia  importante  che  si  conosca)  e 
Senofonte,  il  famoso  autore  dell'  cdnabasi  (su  la  spedi- 
zione contro  Artaserse  II  e  la  ritirata  dei  ^Diecimila)  e 
della  Ciropedia  (su  la  fanciullezza  o  l'educazione  di  Cirojt 
non  hanno  altro  fine  che  quello  d'  interessare  i  loro- 
contemporanei  con  racconti  facili  e  variati;  Tucidide t 
storico  celebrato  della  guerra  peloponnesiaca  e  degli 
Ateniesi  e  il  pur  ellenico  Polibio  (trasferitosi  poi  a 
Roma),  che  sotto  il  nome  di  Prammatica  descrisse  le 
romane  conquiste  dalla  seconda  guerra  punica  alla  ca- 
duta della  greca  libertà,  scrivono  delle  storie  dette  ap- 
punto prammatiche  perchè  inizianti  il  lettore  al  maneg- 
gio delle  cose  di  Stato  e  al  saper  condursi  nella  vita 
pubblica  con  un'attenta  analisi  dei  fatti,  delle  loro  cause 
e  delle  loro  conseguenze;  il  moralista  Plutarco  con  le  sue 
Uite  parallele  degli  nomini  illustri  della  Grecia  e  dì 
<T{pma;  l'elegante  Sallustio  con  la  sua  congiura  di  Ca- 
tilina,  svelata  in  Senato  dal  grande  Cicerone  che  s'  ebbe 
per  ciò  in  compenso  il  titolo  di  padre  della  patria,  e 
con  la  sua  guerra  di  Giugurta,  il  re  di  Numidia  foggi' 
Algeri)  debellato  da  Mario;  il  geniale  Tito  Livio  con  Ìel 


la  Storia  di  Roma  (di  cui  pur  troppo  non  abbiamo  che 
circa  la  quarta  parte)  ;  il  sommo  Tacito  con  la  sua  Sto- 
ria romana,  gli  Annali  e  la  Germania  hanno  principal- 
mente iti  mira  un  insegnamento  morale  e  patriotico.  Nei 
tempi  moderni  il  parziale  Guicciardini  con  la  sua  Storia 
d' Italia,  il  tacitiano  Machiavelli  con  le  sue  Storie  Jio- 
rentìne,  il  mistico  Bossuet  col  suo  grandioso  e  mirabile 
T)iscours  sur  Vhìstoire  universelle,  ma  sopratutto  con  la  sua 
Histoire  des  variations  des  Eglises  protestantes,  non  cer- 
cano nei  fatti  passati  o  contemporanei  che  argomenti  in 
appoggio  alle  loro  particolari  concezioni.  In  una  parolar 
per  tutti  questi  scrittori,  la  storia  è  un  ramo  della  retto- 
ria, arte  vana  se  non  è  informata  dalla  filosofia.  Pero- 
questo  modo  di  scrivere  la  storia  è  ben  superiore  al  pre- 
cedente, sebbene  non  sia  rigorosamente  scientifico  perchè 
subordinante  il  concetto  dell'esattezza  stcrica  a  conside- 
razioni d'  arte,  di  morale,  di  politica  o  di  religione. 

Oxorreva  l'educazione  scientifica  del  secolo  decimo- 
nono per  giungere  alla  concezione  definitiva  della  storia,, 
associando  allo  svolgimento  del  racconto  1'  erudizione^, 
l'analisi  critica  dei  minuti  particolari  e  quella  filosofìa 
pazientemente  deduttiva  che  spiega  la  causa  e  la  ragione 
degli  avvenimenti. 

Lo  studio  e  1'  esposizione  dei  fatti  passati  è  ora  dun- 
que innanzi  a  tutto  un'opera  scientifica,  onde  lo  storico 
deve  seguire,  in  quanto  questi  fatti  lo  comportano,  le  re- 
gole e  i  metodi  delle  scienze  sperimentali.  Ecco  il  perche- 
delia  metodica,  cioè  l'arte  dell'osservare  ed  insegnare  le 
regole  scientifiche  per  scrivere  di  storia  e  che  com- 
prende : 


—  12  — 

i.  L  euristica   o   dottrina  delle  fonti  per  la  scelta 
del  materiale; 

2.  La  critica  delle  fonti,  ossia   l'analisi   del   mate- 

riale per  determinarne  il  valore  storico; 

3.  La  cognizione  dei  singoli  fatti  e  dei  loro  rapporti, 

casuali  o  conseguenti; 

4.  L'esposizione  sistematica  dei  fatti  medesimi  e  il 

ragionamento  che  se  ne  deduce. 
Chiamasi  fonte  il  materiale  da  cui  si  attinge  la  sto- 
ria e  che  si  può  dividere  in  due  grandi  categorie  :  avanci, 
ossia  ciòcche  di  un  fatto  è  rimasto  e  sussiste  ancora  ; 
tradizione,  vale  a  dire  ciò  che  di  quel  fatto  ci  è  statori- 
ferito  e  trasmesso  per  opera  dell'intelligenza  umana.  Per 
avanci  intendonsi  le  reliquie  personali  degli  uomini  (com- 
prese le  tracce  del  vivere  umano  quali  ci  sono  conservate 
-ad  esempio  nei  residui  dei  pasti  e  che  porgono  utili  ma- 
teriali per  la  preistoria),  la  lingua,  gli  usi,  le  feste,  le  isti- 
tuzioni, i  prodotti  industriali,  artistici  e  scientifici,  gli 
atti  pubblici  e  privati,  le  inscrizioni,  i  monumenti  e  i  do- 
cumenti ;  per  tradizione  intendesi  la  trasmissione  dei  fatti 
più  importanti  e  che  si  distingue,  secondo  il  modo  con 
cui  essa  si  effettua,  in  figurata,  cioè  pitture  storiche,  rap- 
presentazioni topografiche  e  sculture  storiche;  in  orale} 
vale  a  dire  racconti,  leggende,  aneddoti,  proverbi  e  canti 
storici;  in  scritta,  ossia  inscrizioni  storiche,  genealogie, 
•calendari,  annali,  croniche,  biografie,  ricordi  ecc.  E  ufficio 
dell'euristica  il  ricercare  e  pubblicare  le  fonti.  Le  raccolte 
-e  i  repertori  di  fonti  per  determinate  epoche  aiutano  lo 
studioso.  La  più  grande  e  più  meravigliosa  raccolta  no- 
stra dovuta  all'  iniziativa,  all'  ardire,  all'  operosità  d'  un 


uomo  ch'ebbe  a  lottare  contro  ogni  maniera  di  ostacoli 
e  di  pregiudizi  è  quella  di  Lodovico  Muratori  nato  a  Vi- 
gnola  nel  Modenese  il  21  ottobre  1672,  morto  a  Modena 
il  23  gennaio  1750.  Prefetto  della  Biblioteca  Ambrosiana 
di  Milano,  poi  archivista  a  Modena,  raccolse  un  enorme 
materiale  per  la  futura  storia  d'Italia.  Sono  ben  venticin- 
que i  volumi  (  di  cui  i  primi  tre  divisi  ciascuno  in  due 
parti)  dei  Rerum  Italie arum  Seriptores  ab  anno  Chr.  500- 
.  1500  pubblicati  da  lui  solo,  senza  aver  avuto  nessuno  che 
lo   avesse   preceduto,  quando  già  la  Francia  noverava  il 
Pithou  che   oltre   agli  QAnnales  et  historiae  Francorumr 
al  Corpus  juris  canonici,   alle   Leges    Visigothorum   ecc. 
aveva  pubblicata  nel  secolo  XVI  XHistoria  Miscella  scritta 
da  Paolo  Diacono  per  la  sua  scolara  Adelberga,  figlia  del 
longobardico  re  Desiderio,  in  continuazione  ai  dieci    li- 
bri della  Storia  romana  di  Eutropio  ;  il  Labbè  vissuto  tra 
il  1607  e  il  1667  al  quale  debbonsi  i  18  volumi  de  la  Col- 
lection  des  Conciles  (Sacfosancta  Concilia)  editi  a  Parigi 
nel  1672  e  anni  seguenti;  il  gesuita  Sirmand  (1559-1651) 
le  cui  opere  numerose  [Opera  varia,  5  voi.  in-f.)  riguar- 
dano principalmente  la  storia  ecclesiastica;  il  benedettino 
D'Achery  (1609- 1685)  così  benemerito  per   la   raccolta  di 
croniche,  diplomi,  vite  di    santi,   documenti   diplomatici 
ecc.  del  medio  evo  pubblicata  sotto  il  titolo  di  Veterum 
aliquot  scripiorum,  qui  in  Galliae  bibliothecis  latuerant  spi- 
cilegium  (13  voi.  in-4,   1655-1677;  3  voi.  in-f.,  ed.  1723)  ; 
il  Duchesne  (1584- 1640)  sopranomato  il  padre  della  storia 
di  Francia  per  la  quantità  stragrande  di  documenti  e  di 
fatti  eh'  egli  raccolse,  coordinò  e  diede  alle  stampe  in  due 
opere  notevoli .'  le  Antiquitès  et  recherches  des  villes,  chd- 


—  14  — 

teaux,  places  remar quables  de  toute  la  France,  1610  e  le 
Historiae  Francorum  scriptores,  1636-49.  E  l'Alemagna 
già  noverava  il  Freher  che  aveva  pubblicati,  nel  1600, 
i  Ger manicar um  rerum  scriptores  aliquotinsignes,  nel  1602 
i  Rerum  lìohemicarum  scriptores  aliquot  antiqui  e  nel 
1613  il  Corpus  Jrancicae  historiae  veteris;  il  Goldast 
{1576-1635)  che  pubblicò  i  Suevicarum  rerum  scriptores, 
gli  Alamannicarum  rerum  scriptores,  la  Collectio  consue- 
tudinum  et  legum  imperialium  e  la  Collectio  constitutionum 
imperialium;  il  Lindenbrog  (1 540-1616)  che  pubblicò  a 
Francoforte,  nel  1609,  i  Rerum  germanicarum  septen- 
trionalium  scriptores;  il  Meibom  (1638- 1700)  cui  devesi 
principalmente  la  raccolta  dei  cRgrum  germanicarum  hi- 
storici  (Helmstaedt  1688,  3  voi.  in-f.);  1'  Heineke  (1681-1741) 
che  aveva  dato  alle  stampe  l' Historia  juris  civilis  romani 
et  germanici,  le  Antiquitates  romanorum  jurisprudentiam 
ìllustranies  ecc.;  il  Leibnitz,  il  sommo  filosofo  sassone 
(1646-1716),  che  aveva  pubblicati  anche  importanti  lavori 
storici  come  il  Codex  iuris  gentium  diplomatici^  o  gli 
Scriptores  rerum  llrunsvicensium.  E  l' Inghilterra,  infine, 
noverava  il  Gale  (1636- 1702)  con  le  sue  Historiae  angli- 
canae  scriptores,  il  Savile  (1549- 1622)  coi  %erum  anglica- 
rum  scriptores  e  il  Gamden  (1551-1623)  con  la  sua  colle- 
zione d'antichi  storici  inglesi  intitolataci/Zea,  Normanica, 
Hibernica,  Cambrica  a  veteribus  scripta  (Francfort  1603), 
mentre  ad  eccezione  delle  raccolte  del  Grevius  o  Graefe 
(Thesaurus  antiquitalum  romanarum,  Utrecht  1694-99, 
12  voi.  in  f.  e  Thesaurus  antiquitatum  et  historiarum  Ita- 
liae)  Leida  1704- 1723,  16  voi.  in-f.)  e  del  Burmann  (An- 
tiquitatum romanarum  brevis  descriptio,  171 1  e  T>e  vecti- 


—  15  - 

galibus  populi  romani,  17 14  ecc.)  ordinate  con  preconceito 
classico  che  risguardasse  l' Italia  non  v'era  prima  del  Mu- 
ratori (ij  che  un  tomo  di  corografìa  pubblicato  già  da  un 
pezzo  a  Franco  forte  col  titolo:  «  Italiae  ìllustratae  seu 
chorographie  regionum  Italiae  florentiss.  orbis  partis  in- 
geniorum  parentis  scriptores  varii,  nunc  primum  et  mul- 
tis  optimi  sìmulque  editi  »  etc.  Francofurti  in  officina 
Andreae  Cambieri  CQIOCV  (1605). 

I  venticinque  volumi  dei  Rerwp.  muratoriani  conten- 
gono la  Storia  fiorentina  del  Villani  e  quella  del  Male- 
spini,  T  Historia  Miscella  di  Paolo  Diacono  in  continua- 
zione alla  Storia  romana  d'Eutropio  (2);  T>e  gestis  Lan- 
gobardorum  dello  stesso  Paolo  Diacono;  le  Croniche  ve- 
nete di  Giovanni  Bembo,  di  Girolamo  Priuli,  di  Andrea 
Dandolo  e  del  suo  continuatore  Benintendi  de'Ravegnani, 
del  Navagero  e  del  Caresini;  Croniche  padovane,  trivi  - 
giane,  veronesi,  milanesi,  cremonesi,  bolognesi,  ferraresi, 
riminesi,  ravennati,  estensi;  Annali  siculi  e  genovesi;  le 
Vite  de' duchi  di  Venezia  di  Marin  Sanuto  (ora  riedite 
a  cura  del  Monticolo  e  di  cui  dirò  nella  quinta  lezione 
tra  le  fonti  della  storia  veneta);  le  Vite  dei  principi  car- 


(1)  Carducci.  Rerum  italicarnm  Scriptores  di  L.  A.  Muratori 
in  Nuova  Antologia  del  i.°  maggio  1900  e  sua  prefazione  nel 
pri.no  voi.  delle  opere  muratoriane  in  corso  di  ristampa  (Lapi, 
Città  di  Castello,  1900). 

(2)  Il  Brevlarum  bisloriae  romanae  di  Eutropio  con  l'aggiunta 
dei  sei  libri  di  Paolo  Diacono  intitolato  Historia  romana  e  con 
l'interpolazione  e  la  continuazione  di  Landolfo  Sagace  detta  Hi- 
storia miscella  fu  ripub.  ora  tra  le  opere  muratoriane  (Lapi,  Città 
di  Castello,  1900  t.  I,  parte  I,  fase.  I    e  II). 


16 


raresi  di  Pietro  Paolo  Vergerio  ;  Vite  di  papi  e  d'altri  ec- 
celsi personaggi;  il  Diario  romano  di  Stefano  Infessura, 
ripubblicato  recentemente  dal  Tommasini  con  molte  note 
critiche  nella  splendida  collezione  delle  Fonti -per  la  Sto- 
ria d'Italia,  voi.  V  (Forzani  e  C,  Roma  1890)  ch'esce  per 
cura  del  R.  istituto  storico  italiano;  la  Cronica  della  guerra 
di  Chioggia  del  contemporaneo  Chinazzo.  E  poi  leggi  lon- 
gobardiche, franche,  italiche,  beneventane;  atti  dei  concili 
romani  e  deliberazioni  del  Maggior  Consiglio  di  Venezia; 
diplomi  imperiali  ed  atti  diplomatici  di  principi,  duchi, 
comuni  ecc.;  epistole  di  pontefici  romani,  di  dogi  vene- 
ziani, di  abati;  e  perfino  carmi,  inscrizioni,  calendari  ecc. 
di  tempi  antichi  (1). 

Il  Muratori  «  cominciò,  primo,  dal  gittare  le  fonda- 
menta del  metodo  e  dell'  investigazione  storica  nelle  An- 
tiquitates  Italicae,  desumendo  da  carte,  da  monete,  da  do- 
cumenti giuridici  e  letterari  ogni  maniera  d'illustrazioni 
per  la  vita  italiana  del  medio  evo;  dispose  poi  gli  scrit- 
tori (  nei  25  grossi  volumi  dei  suoi  cI{erum)  in  un  sol 
corpo,  dalYHistoria  miscella  (testé  citata)  e  dalle  leggi  bar- 
bariche alle  Vite  dei  'Pontefici  di  Vespasiano  da  Bisticci 
e  agli  scrittori  del  secolo  decimoquinto,  corredando  la 
splendida  edizione  d'  esempi  di  manoscritti  e  di  monu- 
menti artistici  incisi  con  grave  dispendio  per  cura  della 
benemerita  società  palatina  »  —  accademia  milanese  fon- 
data nel  /718  a  fine  di  pubblicare  le  monumentali  edizioni 


(1)  Cipolla,  Indices  chronologicì  ad  Scriptores  Rerum  Italica- 
rum,  Augusta   Taurinorum  1885. 


—  17  - 

del  Muratori  e  del  Sigonio,  umanista  modenese  vissuto 
nel  sec.  XVI,  cui  debbonsi  i  Fasti  consolari,  ond' espose 
con  sana  critica  prima  d'ogni  altro  la  storia  di  Roma  (i); 
—  compose  finalmente  gli  oAnnali,  i  quali  trovavano  il 
loro  supplemento  nella  seconda  parte  delle  sue  antichità 
estensi  lasciando  così  all'  Italia  un  monumento  di  storia 
metodica  e  sincera  non  più  imitato  fra  noi  (2).  «  Ma  i  co- 
dici ch'ebbe  alle  mani  non  furono  sempre  i  migliori  ;  né 
esisteva  scuola  in  Italia  della  quale  potesse,  come  d'eser- 
cito, valersi  a  far  riscontro  di  lezioni  e  trarne  varianti  (3)  ». 
Appena  può  egli  ringraziare  d'  aiuto  i  milanesi  fratelli 
Sassi,  monaci  oblati,  il  romano  Orazio  Bianchi,  giurecon- 
sulto e  filologo,  il  celebre  bibliofilo  bolognese  Filippo  Ag- 
gelati vissuto  lungo  tempo  col  Bianchi  nella  metropoli 
lombarda.  Ma  i  manoscritti,  di  cui  si  giova  il  Muratori, 
di  rado  escon  d'  altre  biblioteche  che  dall'  estense  o  da 
quelle  di  Lombardia  o  dei  monasteri  italiani  o  di  qual- 
che illustre  privato;  di  rado  tesoreggia  i  codici  della  Medi- 


fi)  Le  sue  opere,  tra  cui  V  Historiar.  bononiens.,  De  regno 
Italiae,  De  judiciis  Romanorum  ecc.  furono  raccolte  dall'Argelati 
(Milano,  1732-37,  6  voi.  gr.  in-folio)  e  corredate  di  note  del 
Muratori,  che  vi  premise  la  Vita  C.  Sigonii,  del  Sassi  e  d*  altri 
dotti  italiani.  Il  Sigonio,  precorrendo  il  Muratori,  diradò  le  te- 
nebre dell'antichità  e  instaurando  la.  diplomatica  narrò  in  latino, 
con  severità  d'indagine,  illustrata  da  una  profonda  esperienza 
filologica,  la  Storia  dell'impero  occidentale  da  Diocleziano  in 
poi  e  quella  del  medio  evo  dalla  discesa  dei  Longobardi  al  1286. 
Tiraboschi,  Storia  della  hit.  italiana  XXI,  I,  12. 

(2)  Crivellucci,  Manuale  del  metodo  storico,  pag.  io. 

(3)  Ibidem. 


—  18  — 

ceo-Laurenziana  o  della  Magliabechiana  di  Firenze  (i), 
di  rado  quelli  della  Vaticana  o  della  Barberina;  di  radis- 
simo attinge  alla  Biblioteca  Reale  (ora  Nazionale)  di  Pa- 
rigi o  alla  Cesarea  di  Vienna  (2). 

«  Del  resto,  se  nella  meravigliosa  ampiezza  e  sempli- 
cità del  suo  pensiero,  l' illustre  Muratori  seppe  raccogliere 
a  un  tempo  e  la  ponderazione  metodica  della  scuola  sto- 
rica claustrale,  e  l'indipendenza  della  scuola  critica  del 
secolo  decimottavo,  ei  non  potè  peraltro  né  antivedere  la 
dirittura  nuova  che  la  storia  avrebbe  assunto  nel  secolo 
nostro,  disgustato  d'  ogni  maniera  di  preconcetti  e  nella 
analisi  e  nella  sintesi;  riè  riuscire  a  strappare  immediata- 
mente la  storia  dalla  chiostra  monastica  in  cui  viveva  (3). 
S'ebbero  ancora  con  lui  e  dopo  lui  scienziati  illustri.  L'a- 
bate Assemani  professore  di  lingue  orientali  nel  Seminano 
padovano,  il  gesuita  veneziano  Zaccaria  e  il  pur  veneziano 
Mittarelli,  dell'  ordine  camaldolense,  si  provarono  a  dila- 
tare il  corpo  degli  Scriptores,  ma  con  risultati  inferiori 
all'  attesa  (4).   Le  memorie  veronesi  furono  illustrate  dal 


(1)  Da  Antonio  Magliabechi  (1633- 1714)  celebre  bibliografo 
fiorentino,  bibliotecario  di  Cosimo  III  de'  Medici  granduca  di 
Toscana. 

(2)  Crivellucci,  Manuale  cit.,  pag.  11. 

(3)  Tommasini,  Scritti  di  storia  e  critica,  Loescher,  Torino 
1891,  pag.  95.  Ricordo  che  l'editore  Lapi  sta  ora  pubblicando 
il  principio  della  grande  opera  muratoriana  riveduta,  ampliata  e 
corretta  da  Giosuè  Carducci  e  da  altri. 

(4)  Tra  le  loro  opere  principali  sono  da  citarsi  le  seguenti  : 
Assemani,    Saggio    sull'origine,   culto,    letteratura    e   costumi  degli 


19 


Maffei  (1675-1755)  nell'opera  intitolata  oMuseum  Veronense 
ecc.  (Verona  1729)  che  di  poco  precedette  la  sua  Verona 
illustrata  (Verona  1732)  ;  dal  prete  bergamasco  Girolamo 
Tiraboschi  (1731M794),  bibliotecario  a  Modena,  le  carte  di 
Nonantola  nel  Modenese;  dal  Fumagalli  (con  le  Antichità 
longobardico -milanesi  e  col  Codice  diplomatico  sant' (am- 
brosiano) quelle  di  Milano.  Seguono  le  QAntichità  monzesi 
(Milano  1794,  3  voi.)  del  Frisi;  i  ^Monumenti  ravennati 
dei  secoli  di  me^o  (Venezia  1801-04,  6  voi.)  del  Fantuzzi; 
il  Codice  diplomatico  toscano  (Firenze  1806)  del  Brunetti 
e  il  Codice  diplomatico  padovano  del  Gloria.  I  documenti 
longobardi  ebbero  illustratori  nel  Barzocchini,  nel  Fatte- 
schi  e  più  recentemente  nel  Trova;  nel  Dozio;  nel  Finazzi; 
nel  Roboletti;  nell' Odorici,  continuatore  del  Litta  per  le 
famiglie  celebri  italiane  a  cui  devesi  tra  le  pubblicazioni 
di  storia  bresciana  il  Nuovo  codice  diplomatico  bresciano 
dall' VII!  al  X  secolo;  nel  Ceruti;  nel  Baudi  di  Vesme  e 
finalmente  nel  milanese  Giulio  Porro  Lambertenghi  (181 1- 
1885)  che  pubblicò  i  ^Documenti  diplomatici  tratti  dagli 
Cerchivi  di  Stato  milanesi  (Milano  1864-77).  c<  Atleti  stre- 
nui per  verità;  ma  troppo  poco  atleti  e  troppi  spettatori 
ebbe  fin  qui  la  storia  in  Italia  (1). 


Arabi  avanti  il  pseudo-profeta  Maometto,  Padova  1787;  Zaccaria, 
Storia  letteraria  d'Italia,  Modena  1751-57;  Mittarelli,  Arinales  Ca- 
maldulenses,  Venezia  1755-177 3,  9  voi.  e  Ad  scriptores  rerum  Ita- 
licarum  A.  Muratorii  accessiones  historìae  Faventinaeì  Venezia  1771 
in-fol. 

(1)  Tommasini,  op.  cit.,  pag.  96. 


-  20  - 

Col  risorgere  dell'Italia  a  vita  nazionale  gli  studi  sto- 
rici ebbero  nuovo  impulso.  La  Deputazione  di  storia  patria 
in  Torino,  eccitata  dal  re  Carlo  Alberto  fino  dai  1833,  si 
accinse  «  a  compensare  con  nuovi  e  bei  fatti  il  poco  favore 
che  in  altri  tempi  il  Muratori  lamentava  di  aver  trovato 
in  quegli  Stati  (r)  ».  Ma  lo  fece  con  criteri  un  po' angusti, 
limitando  la  raccolta  alle  fonti  storiche  per  le  province 
degli  Stati  sardi  [2).  Con  intenti  più  larghi  e  più  razio- 
nali il  Vieusseux  fondava  in  Firenze  nel  1842  YoArchivio 
storico,  il  quale  aggiuntosi  poi  il  nome  d' italiano  provò 
egregiamente  com'esso  ben  s'apponesse  «  a  delibar  la  sto- 
ria d'ogni  provincia  e  il  suo  amore  per  l'Italia  universa  (3)  ». 
Unificatasi  l'Italia,  quasi  che  ad  un'identica  meta  doves- 
sero fatalmente  collegarsi  l'anima  di  Mazzini,  la  mente  di 
Cavour,  il  cuore  di  Vittorio  Emanuele,  il  braccio  di  Ga- 
ribaldi, sorsero  numerose  Deputazioni  e  Società  di  storia 
patria  per  la  pubblicazione  di  fonti  storiche  della  rispet- 
tiva regione  ;  ma  non  tutte  adottarono  quel  metodo  di 
critica  che  in  oggi  esige  il  progresso  delle  storiche  disci- 
pline. Abbiamo  dunque  le  Deputazioni  della  Toscana* 
della  Romagna,  delle  Marche  (che  comprendono  le  pro- 
vince di  Ancona,  Ascoli  Piceno,  Macerata  e  Pesaro-Urbino) 
e  dell'Umbria  (cioè  la  provincia  di  Perugia),  di  Modena, 


(1)  Bibì.  istor.  ital.  pubblicata  dalla    Reale   Deputazione    di 
storia  patria  in  Torino,  voi.  I  pag.  XIV. 

(2)  Historiae  patriae  monumenta  edita  iussu  Regis   Karoli   Al- 
berti, dal  1836  al  1878  (t.  XVII). 

(3)  Tomraasini,  ibidem. 


Jl 


del  Veneto,  di  Parma  e  Piacenza,  delle  antiche  province  e. 
della  Lombardia  (residente  in  Torino),  non  che  le  Società 
ligure,  lombarda,  romana,  napoletana,  siciliana,  umbra  e 
altre  minori.  Di  più  venne  fondato  nel  1883  l'Instituto  sto- 
rico italiano,  il  quale  oltre  che  a  coordinare  il  vario  la- 
voro delle  singole  instituzioni  congeneri  (per  cui  vi  fanno 
parte  delegati  delle  Regie  Deputazioni  e  Società  di  storia, 
patria)  tende  a  continuare  e  a  migliorare  1'  opera  mura- 
toriana  secondo  gli  odierni  postulati  scientifici.  Ormai  esso 
pubblicò  tra  le  fonti  per  la  storia  d'Italia  e  croniche  e  an- 
nali e  statuti  originali  o  sui  migliori  manoscritti  come  le 
Gesta  di  Federico  I  in  Italia  a  cura  di  Ernesto  Monaci.; 
la  Historia  Iohannis  de  Cermenate  (cronista  lombardo  del 
sec.  XIV)  a  cura  di  Luigi  Alberto  Ferrai;  gli  Statuti  delie, 
Società  del  popolo  di  Bologna  a  cura  di  Augusto  Gau- 
denzi  ;  il  ^Diario  della  città  di  cI{pma  di  Stefano  Infessura 
(sec.  XV)  a  cura  di  Oreste  Tommasini,  come  ho  detto 
poc'  anzi  ;  le  Cronache  veneziane  antichissime  (sec.  X-XIJ, 
tra  cui  quella  del  Sagomino,  e  i  Capitolari  delle  arti  vene- 
ziane a  cura  di  Giovanni  Monticolo;  gli  Annales  lanuen- 
ses  Cajfari  (sec.  XII- XIII)  a  cura  di  Tommaso  Belgrano; 
le  Croniche  del  lucchese  Giovanni  Sercambi,  vissuto  dal. 
1347  al  1424,  a  cura  di  Salvatore  Bongi;  la  Guerra  gotica 
di  Procopio  di  Cesarea  (sec.  VI),  a  cura  di  Domenico  Com- 
paretti  ;  1'  Epistolario  di  Cola  di  Rienzo  (sec.  XIV),  il  fa- 
moso tribuno  romano,  a  cura  del  Gabrielli  ;  e  finalmente 
a  cura  di  Carlo  Cipolla  i  Monumenta  Novaliciensia,  cioè 
dell'  antica  e  celebre  abazia  di  Novalesa  in  quel  di  Susa, 
intorno  a  cui,  nel  secolo  XI,  fu  da  un  monaco  compilata 
una  cronaca  ricca  di  notizie  e  preziosa  ;per  le  saghe  (l$g- 


-  22  — 

gende  tradizionali)  longobardiche  da  essa  unicamente  con- 
servate (i). 

Ma  quelli  che  in  tal  parte  dello  scibile  spiegano  mag- 
giore attività  e  servono  di  esempio  a  tutti  sono  i  Tede- 
schi con  [à  pubblicazione  dei  Monumenta  Germaniae  hi- 
slorica,  diventati  scuola  e  modello  di  critica  e  di  edizioni 
storiche.  Su  questi  Monumenta  ed  a  proposito  del  loro 
nuovo  ordinamento  veggasi  la  dotta  monografia  del  Mal- 
fatti pubblicata  nell*  (archivio  storico  italiano,  serie  III, 
t.  XXV,  1877,  pag.  259  e  seg.  Intanto  basti  accennare  che 
la  loro  stampa  fu  diretta  prima  dal  Pertz  (1826-1873),  poi 
dal  Waitz  (1875  al  1886)  e  in  .ultimo  dal  Dummler  (r888 
e  seg.).  Una  compiuta  notizia  del  contenuto  dei  singoli 
volume  e  un  registro  alfabetico  degli  autori,  dei  luoghi  e 
delle'  persone  si  contiene  nel  seguente  volume  uscito  a 
Berlino  nel  1890:  Indices  eorum  quae  monumentorum  Ger- 
maniae historicorum  tomis  hucusque  editis  continentur,  re- 
datti da  O.  Holder-Egger  e  K.  Zeumer.  In  rapporto  coi 
^Monumenta  divisi  in  Scriptores,  Leges,  Diplomata,  Epi- 
stolae,  oAntiquitates,  secondo  che  si  tratti  di  croniche  tede- 
sche ed  autori  antichi,  come  ad  esempio  gli  Annali  e  la 
vita  di  Carlomagno  del  suo  segretario  Einardo  od  Egi- 
nardo  (Eginhart),  la  Vita  dell'imperatore  Enrico  IV,  le 
Geste  di  Jederico  I  e  di  Enrico  VI  (di  lui  figlio)  scritte 
dal   viterbese  Gottifredo,  la  Cronaca  e  le  geste  di  Jede- 


(1)  Il   Ckronìcon  Novaliciense  è  nel  t.  II  dei  Rer.  Ital.  Script., 
nel  t.  V.  dei  Mon.  Hist,  Pafriae  e  nel  t.  VII  dei  9K.on.  Gemi.  Histi 


23 


rico  I  d'Ottone  di  Frisinga,  la  Cronaca  sassone  ecc.  op- 
pure di  leggi  e  capitolari,  di  atti  della  cancelleria  imperiale 
qcc.^  si  approfondirono  gli  studi  storici  universitari.  Il 
Ranke,  che  si  può  dire  il  padre  di  tutti  i  più  grandi  sto- 
rici moderni  della  Germania,  cominciò  a  insegnare  nella 
università  di  Berlino  nel  1825,  e  dalla  sua  Società  storica^ 
modello  degli  odierni  Seminari,  sono  usciti  la  maggior 
parte  degli  uomini  che  furono  dipoi,  e  qualcuno  ancor  vi- 
vente rimane  in  oggi,  alla  testa  della  cultura  storica  te- 
desca. E  si  deve  sopratutto  alle  Università  se  ivi  potè  for- 
marsi «  quella  tradizione  scientifica  e  quelle  abitudini  uni- 
versali di  metodo  e  di  critica,  in  virtù  delle  quali  senza 
accordo  prestabilito  l'esplorazione  dei  diversi  campi  della 
storia  seguì  un  andamento  regolare  e  fu  facilitato  il  lavoro 
in  comune  tra  professori  e  scolari  d'una  medesima  Uni- 
versità (1).  »  Ma  oltre  che  i  Monumenta,  i  cui  tomi  XVIII 
e  XIX  degli  «  Scriptorum»  contengono  gli  Annales  Italiae 
dal  500  al  1500,  meritano  speciale  menzione:  il  Corpus 
inscriptionum  latinarum  del  Mommsen  (1863  e  seS«)>  ^e 
Kaiserurkunden  in  QAbbildungen  (documenti  imperiali 
in  riproduzione  o  in  figura)  pubblicati  dal  Sybel  e  dal 
Sickel  col  rispettivo  testo  e  gli  Atti  delle  Diete  tedesche 
('Deutsche  Reichstagsakten)  pubblicati  dal  Weizsacher  e 
da  altri  a  cominciare  dal  1867  ed  ora  dal  Kluckhohn. 
Anche  l'Austria,  dopo  il  48,  partecipò  all'instaurazione 
degli  studi  storici  e  l'Accademia  imperiale  di  Vienna  coi 


(1)  Monod  in  Revue  historique  voi.  I  pag.  28. 


—  24  — 

suoi  Atti  e  con  Y  Archivio  de' fonti  per  la  storia  austriaca  (i) 
e  T  Istituto  austriaco  per  le  ricerche  storiche  flnstitut  fiir 
osterreichische  GeschichtsforschungJ  con  le  sue  ZMitthei- 
lungen  o  comunicazioni,  forniva  l'esempio  alle  Collezioni 
che  uscirono  in  luce  di  poi. 

Per  le  fonti  della  storia  inglese  si  hanno  invece  i 
Calendars  of  state  papers  (finora  più  di  ioo  voi.  in  4.0) 
estratti  o  traduzioni  di  atti  degli  Archivi  di  Stato  dal  150 
al  180  secolo  (sotto  la  direzione  del  Master  of  the  rolls 
o  Direttore  generale  degli  Archivi  di  Stato)  e  i  %erum 
'Britannicarum  medii  aevi  scriptores  or  Chronicles  and 
memorials  of  Great  lìritain  and  Ir  eland  during  the  middle 
age  (ormai  un  centinaio  circa  di  opere).  L'indice  di  questi 
Scriptores  si  trova,  oltre  che  nei  volumi  più  recenti  dei 
Rerum  britannicarum,  nel  Potthast,  Bibliotheca  historica 
medii  aevi,  2a  ediz.,  1895,  p.  cxxvn  e  seg. 

Più  numerose  sono  le  opere  che  da  circa  quattro 
secoli  si  pubblicano  in  Francia.  Basti  citare  gli  QAnnalium 
et  historiae  Francorum  ab  a.  708-990  (scriptores  coetanei 
XII,  1588)  e  le  Historiae  francorum  ab  a.  990- 1285  (scriptores 
veteres  XI,  1596)  del  Pithou,  che  videro  la  luce  verso  la  fine 
del  secolo  XVI  ;  le  Gesta  T>ei  per  Jrancos,  ossia  gli  scrit- 
tori delle  crociate,  che  il  Bongars  pubblicò   nel   161 1;  le 


(1)  Fonies  rerum  austriacarum  pub.  dalla  Commissione  storica 
dell'  I.  R.  Acc.  delle  scienze  in  Vienna.  Dipìomataria  et  acta, 
47  band,   1892. 

Philosophisch  -  Historischen  classe  der  kaiserlichen  Akade- 
mie  der  Wissenschaften,  140  band,  1899. 


—  25  — 


Historiae  V^Qprmannorum  scriptores  antiqui  e  le  Historiae 
Francorum  scriptores  coetanei  che  il  Duchesne  dava  alle  . 
stampe  le  une  nel  1619,  le  altre  nel  16366  anni  seguenti. 
Abbiamo  poi  le  Capitiilaria  regum  Francorum  pubblicate 
dal  Baluzio  nel  1677  e  la  mentovata  collezione  dei  concili 
opera  del  Labbé  che,  sotto  il  nome  di  Sacrosancta  Concilia, 
comparve  in  ben  diciotto  volumi  dal  1672  in  avanti.  Al  Ma- 
billon,  frate  benedettino,  spetta  poi  il  vanto  d'  aver  creata  la 
diplomatica,  cioè  l'arte  di  conoscere  e  decifrare  i  diplomi  o 
documenti  antichi  e  al  quale  si  debbono  appunto  i  sei  libri 
intitolati  De  re  diplomatica  pubblicati  nel  1681,  uno  dei  più 
bei  monumenti  dell'erudizione  francese,  non  che  gli  Ada 
sanctorum  ordìnis  S.  Benedicti  editi  a  Parigi,  in  9  volumi, 
tra  il  1668  e  il  1701.  Vengono  poi,  nel  seguente  secolo  XVIII, 
il  Martène  coi  suoi  Thesaurus  novus  anecdotorum  (1717), 
il  Bouquet  coi  suoi  rR<erum  Gallicarum  et  Jrancicarum 
scriptores  o  <rRecueil  des  historiens  des  Gaules  et  de  la 
Jrance  (nuova  ediz.  del  Delisle,  1868-1880),  il  Bre'quigny 
con  le  sue  Tables  chronologiques  des  diplómes,  chartes, 
titres  et  actes  imprimés  concernant  VHistoire  de  France, 
1769  e  seg.  Meritano  pur  menzione  i  lavori  speciali  de 
V Ecole  des  chartes,  cioè  degli  antichi  diplomi  o  mano- 
scritti, e  de  r Ecole  pratique  des  hautes  études,  veri  centri 
principali  della  coltura  storica  di  Francia. 

L' Ecole  nationale  des  chartes  fondata  con  reale  de- 
creto i.°  giugno  1821  e  stabilita  a  Parigi  nel  palazzo  degli 
Archivi  nazionali  dipende  naturalmente  dal  Ministero  del- 
l'Istruzione Pubblica  (Direzione  dell'  insegnamento  supe- 
riore), ma  è  posta  sotto  l'autorità  immediata  d'un  direttore 
scelto  tra  i  professori  e  d'un  consiglio  composto  di  cinque 


—  26  — 

membri  designati  dall'Accademia  delle  Inscrizioni  e  Belle 
Lettere  (che  con  l'Accademia  francese,  l'Accademia  delle 
Scienze,  l'Accademia  delle  Belle  Arti  e  l'Accademia  delle 
scienze  morali  e  politiche  forma,  dal  1793,  l'Instituto  di 
Francia),  dal  direttore  della  scuola,  dall'  amministratore 
generale  della  Biblioteca  Nazionale  e  dal  Conservatore 
generale  degli  Archivi.  Questo  Consiglio  forma  col  corpo 
dei  professori  il  giurì  degli  esami  e  dei  concorsi.  L'insegna- 
mento, eh'  è  gratuito  e  pubblico,  viene  ripartito  in  tre  anni 
e  comprende  pel  i.°  anno  la  paleografia,  lo  studio  delle 
lingue  romanze  (cioè  francese  antico  e  provenzale  che  si 
parlavano  l'uno  di  là,  1'  altro  di  qua  dalla  Loira(i),  la 
bibliografìa  e  l'ordinamento  delle  biblioteche  ;  nel  2°  anno 
la  diplomatica,  la  storia  delle  instituzioni  politiche,  ammi- 
nistrative e  giudiziarie  della  Francia,  lo  studio  delle  fonti 
narrative  della  storia  e  l'ordinamento  degli  archivi;  nel 
3.0  anno  la  storia  del  diritto  civile  e  del  diritto  canonico, 
l'archeologia  medievale  e  la  continuazione  dello  studio 
delle  fonti  storiche.  Compiuto  il  3.0  anno  gli  allievi,  se 
riescono  a  svolgere  bene  la  loro  tesi,  ricevono  dal  mi- 
nistro dell'  istruzione  pubblica  il  diploma  d' archivista- 
paleografo  e  hanno  soli  il  diritto  al  posto  di  archivisti  ne- 
gli archivi  dipartimentali  e  negli  archivi  nazionali.  Ond' è 
che  gli  archivi  di  Francia,  con  un  personale  perfettamente 
idoneo,  hanno  il  vanto  di  essere  i  meglio  ordinati  di  tutta 


(1)  Ma.  la  famiglia  di  lingue  romanze  (romanicae)  derivata 
dal  gran  tronco  latino  e  quindi  odiernamente  chiamate  neo- la- 
tine sono  in  realtà  le  seguenti  :  francese,  spagnuola,  provenzale, 
r.umena,  romancia  e  catalana. 


_ 


l'Europa,   quelli   nei   quali  è  più  facile  addentrarsi  nelle 
ricerche. 

L' Ecole  pratique  des  hautes  études  è  più  recente  per- 
chè fu  creata  con  decreto  31  luglio  1868  e  comprende  (oltre 
che  le  <ezioni  di  scienze  matematiche,  fisiche,  naturali  ed 
economiche)  anche,  una  sezione  di  scienze  storiche  e  filo- 
logiche, la  quale  pubblica  appunto  ogni  anno  Y  Annuaire 
de  VEcole  pratique  des  hautes  études  fsection  des  sciences 
historiques  et  philologiques). 

Ma  Y  Ecole. des  chartes,  di  cui  è  un  eccellente  modello  la 
Scuola  speciale  di  paleografia  istituita  nel  1880  presso  il 
R.  Istituto  di  studi  Superiori  in  Firenze  (1),  dà  naturalmente 
un  maggior  contributo  allo  sviluppo  della  coltura  storica  in 
Francia  e  per  facilitare  un  sì  alto  fine  si  è  anzi  formata  un'ap- 
posita società  (Société  de  VEcole  des  chartes)  che  stampa 
una  propria  rivista  intitolata  precisamente:  ^Bibliothe'que 
de  V Ecole  des  chartes. 

Il  Governo,  inoltre,  pubblica  dal  1835  *a  Collection  des 
documents  incdits  sur  V  hìstoire  de  Jrance  divisa  in  quat- 
tro serie  diverse:  Hìstoire  politique,  Hìstoire  des  lettres 
et  des  sciences.  Archeologie,  Mélanges  historiques:  circa 
un'ottantina  di  opere,  parte  delle  quali  in  più  volumi  in-4. 

Chi  amasse  formarsi  un'  idea  della  loro   importanza 


(1)  L'ultimo  Regolamento,  eh' è  del  9  giugno  1896,  divide 
-così  l'insegnamento  triennale:  i.°  paleografia  latina,  lingue  latina, 
greca  e  neolatine,  storia  moderna  e  geografia  ;  2.0  diplomatica, 
diritto  e  istituzioni  medievali,  lingue  latina  e  greca,  storia  mo- 
derna, letteratura  italiana;  3.0  dottrina  archivistica,  diritto  e  isti- 
tuzioni medievali,  paleografia  greca. 


--  28  — 

non  avrebbe  che  a  consultarne  l'indice  in  Franklin  (Le? 
sources  de  l  histoire  de  france,  première  partie;  histoire 
generale,  inventaires  et  documents,  1877,  voi.  I  pag.  107  e 
seg.);  e,  per  le  più  recenti,  in  Lorenz,  'Catalogne  general 
Àe  la  librairie  francaise  depuis  J840,  1886,  voi.  IX  pag.  348^ 
e  1892  voi.  XII  pag.  243),  nel  Potthast,  Bibliotheca  histo- 
rica  medii  aevi  (2.a  ediz.  1895,  pag.  LIV  e  seg.)  e  nel  Mo- 
nod,  ^Bibliog rapine  de  V  histoire  de  France:  catalogo  me- 
todico e  cronologico  delle  fonti  e  delle  opere  relative  alla 
storia  della  Francia  dalle  origini  al  1789  (Parigi  1888), 
Quest'ultimo  è  fatto  sul  modello  di  quello  pubblicato  da 
Dahìmann-Waitz,  Quellenkunde  (Notizie  sulle  fonti)  der 
deutsche  Geschichte,  6a  ediz.  1894, 

L' Accademia  delle  Inscrizioni  e  Belle  Lettere,  che 
come  ho  detto  or  ora  fa  parte  dell' Instituto  di  Francia  ed 
ha  uno  de'  suoi  membri  nèl'Consiglìo  de  V Ecole  nationale 
des  Charles,  continua  dal  1816  la  stampa  del  mentovato 
/Requeil  des  historiens  des  Gaules  et  de  la  France,  non  che 
quella  de  1'  Histoire  littéraire  de  la  France,  mentre  la 
Société  de  V  histoire  de  France  va  pubblicando  craniche, 
ricordi,  epistole  ecc,v  come  si  può  vedere  negli  accennati 
indici  dei  Potthast  (p.  cix  e  seg.  dell' ediz.  cit.) 

Si  pubblicano  inoltre  a  Parigi  la  %evue  historique, 
dal  1876:  la  <rB<evue  des  études  historiques,  dal  1836;  la 
cl{evue  des  question  historiques,  dal  1866;  la  Revue  dKhi- 
stoire  diplomatique,  dal  1887  e  la  predetta  Bibliothéque  de 
tÈcoìe  des  chartes,  rivista  d' erudizione  consacrata  special- 
mente allo  studio  dei  medio-evo  (1839  e  seg.):  disserta- 
zioni, recensioni,  bibliografie  con  particolare  riguardo 
alla  paleografia  e  alla  diplomatica. 


—  29  — 

Quali  repertori  di  fonti  e  bibliografia  generale  sono 
poi  da  consigliarsi,  pe~r  la  loro  importanza  ed  utilità,  il 
Petzholdt,  Bibliotheca  bibliographica  (Lipsia  1866)  che  con- 
tiene i  titoli  particolareggiati  delle  opere  bibliografiche  di 
ogni  paese  in  tutti  i  rami  dello  scibile;  il  Vallee,  Biblio- 
graphie  des  <Bibliographies1  Parigi,  1883,  con  un  volume 
di  supplemento  pubblicato  nel  1887;  il  mentovato  Lorenz,. 
Catalogue  general  de  la  librairie  francaise  depuis  1840 
(con  indice  alfabetico  delle  materie)  e  Catalogue  mensuel 
de  la  librairie  francaise  dal  1877  ;  il  Brockhaus,  QAllge- 
meine  rBibliographie,  catalogo  mensile  delle  più  importanti 
pubblicazioni  tedesche  e  straniere,  edito,  dal  1835,  dal- 
l'omonima libreria  lipsiana. 

Ma  per  l' Italia  giovano,  oltre  alle  opere  speciali  già 
indicate,  il  Fontanini,  Biblioteca  dell1  eloquenza  italiana, 
con  le  annotazioni  di  Apostolo  Zeno  (Venezia  1753  in  2 
voi.,  Parma  1803-4  in  2  voi.  con  note  aggiunte);  il  Gamba, 
Serie  dei  testi  di  lingua  e  di  altre  opere  importanti  nella 
italiana  letteratura  scritte  dal  secolo  XIV  al  secolo  XIX, 
Venezia  1828,  con  aggiunte  1839  (Indice  generale  in  fine); 
la  Bibliografia  italiana,  dal  1868  al  1883  compilata  su  do- 
cumenti comunicati  dal  Ministero  dell'istruzione  pubblica; 
il  Bollettino  delle  pubblicazioni  italiane  ricevute  per  diritto 
di  stampa  dalla  'Biblioteca  Nazionale  centrale  di  Firenze, 
dal  1886,  bisettimanale,  con  un  indice  alfabetico  annuale; 
il  Bollettino  delle  opere  moderne  straniere  acquistate  dalle 
Biblioteche  pubbliche  governative  del  regno  d1  Italia,  dal 
1886,  Roma,  Forzani  (stampato  per  cura  della  Biblioteca 
Vittorio  Emanuele  di  Roma);  la  Biblioteca  historica  ita- 
lica  del   Hoepli   (Milano    1895)  e  /  migliori  libri  italiani 


—  30  - 

dello  stesso  Hoepli  (Milano  1892),  pag.  272  e  seg.  (Storia 
e  scienze  ausiliarie),  pag.  281  e  seg.  (Storie  locale:  Pie- 
monte, Lombardia,  Venezia  ecc.)  ;  il  Capasso,  Le  fonti 
della  storia  delle  provincie  napoletane  dal  568  al  1500  in 
Archivio  storico  per  le  provincie  napoletane,  1876,  1877, 
1880;  il  Cipolla,  Jonti  edite  della  storia  della  regione  ve- 
neta dalla  caduta  dell'impero  romano  alla  fine  del  sec.  X 
nei  Monumenti  storici  pubblicati  dalla  R.  Deputazione  ve- 
neta di  storia  patria  (voi.  Vili,  1884);  la  'Rivista  storica 
italiana  fondata  a  Torino  nel  1884;  la  'Rivista  storica  del 
risorgimento  italiano  ivi  fondata  l' anno  dopo. 

E  quali  repertori  di  manoscritti  debbonsi  necessaria- 
mente compulsare  il  Mazzatinti,  Inventari  dei  manoscritti 
delle  biblioteche  d'Italia,  Forlì,  Bordandini,  1892  (voi.  I  e  II), 
voi.  Ili- VIII  (1893-98);  Ottino  e  Fumagalli,  Itibliotheca  bi- 
bliographica  italica,  Roma  1889;  Mazzoni,  Avviamento 
allo  studio  critico  della  letteratura  italiana,  Padova,  Dru- 
cker,  1892;  cap.  III:  Le  Biblioteche,  pag.  37  e  seg.  con  un 
ragguaglio  sintetico  intorno  alle  biblioteche  italiane  di 
maggior  importanza  e  pag.  64-72  dove  sono  indicati  i  ca- 
taloghi a  stampa  dei  codici  e  dei  libri  rari  italiani  che  vi 
-si  conservano  «  e  che  sono  di  citazione  frequentissima  ». 


LEZIONE  II. 


Documenti  e  racconti  falsi 


Adesso  veniamo  alle  scienze  sussidiarie.  Ogni  scienza 
in  certo  modo  (e  in  ciò  mostrasi  anzi  la  relazione  intima 
che  sussiste  tra  i  vari  rami  dello^scibile)  ha  per  sussidio  tutte 
le  altre  ;  così  la  storia.  Non  ve  n'è  una  che  non  possa  gio- 
varle ;  dalla  filosofia,  cioè  la  scienza  delle  cause  prime  e 
dei  fatti  dello  spirito  umano,  per  il  concetto  generale  della 
storia  e  per  il  suo  fine  correlativo,  alla  chimica,  alla 
scienza  che  studia  la  composizione  dei  corpi,  per  chiarirci 
sui  resti  dell'  antichità  o  anche  sulla  sostanza  che  servì 
ad  esprimere  per  iscritto  le  parole  e  i  pensieri  umani. 
Ma  alcune  si  rendono  più  necessarie  delle  altre  e  sono: 
la  paleografia,  ossia  la  scienza  delle  scritture  antiche  ; 
la  diplomatica  per  conoscere  e  decifrare  i  diplomi  anti- 
chi (su  queste  due  scienze  sussidiarie  della  storia  veggasi 
ad  es.  il  «Compendio  delle  lezioni  teorico-pratiche  di  paleo- 
grafia e  diplomatica  »  pubblicato  dal  prof.  Gloria  nel  1870); 
la  sfragistica  o  sigillografia  per  la  sua  connessione  con  la 
diplomatica  ;  la  genealogia  insieme  con  l'araldica  per  co- 
noscere 1'  origine,  la  discendenza  e  Tarme  gentilizia  delle 
famiglie  il  cui  nome  sia  o  debba  essere  memorato  nella 
storia;  la  cronologia,  vale  a  dire  la  scienza  dei  fatti  in 
ordine  al  tempo  ;  la  geografia  e  la  statistica  ;  la  filologia 


-  32  - 

per  meglio  intendere  le  fonti  della  storia  antica  e  me- 
dievale, sieno  in  classico  antico  o  in  lingua  volgare  ;  la 
numismatica  per  la  cognizione  delle  medaglie  e  monete 
antiche  ;  V  archeologia  o  scienza  dell'  antichità  ;  la  storia 
del  diritto  pei  suoi  rapporti  con  la  storia  politica  e  final- 
mente la  sociologia  per  la  conoscenza  dei  fatti  relativi 
alla  formazione,  allo  sviluppo  e  alle  funzioni  dell'  orga- 
nismo sociale.  Secondo  poi  i  vari  uffici  dello  storico,  pos- 
sono giovargli  1'  una  o  1'  altra  delle  scienze  sussidiarie 
che  più  si  prestano  all'uopo:  i.°  nell'euristica  o  dottrina 
delle  fonti  gli  servono  specialmente  la  paleografia  e  la  fi- 
lologia che  insegnano  a  leggerle  e  a  intenderle,  l'archeo- 
logia, la  numismatica,  la  storia  dell'  arte  e  le  discipline 
che  aiutano  la  conoscenza  degli  avanzi  ;  i.°  nella  critica, 
la  diplomatica,  la  sfragistica,  la  paleografia,  la  filologia 
per  provare  V  autenticità  delle  fonti,  la  storia  letteraria 
per  determinarne  il  valore,  la  cronologia,  la  geografia,  la 
genealogia  con  l'araldica  per  coordinarle;  3.0  nella  interpre- 
tazione delle  fonti  e  per  comprendere  le  condizioni  fisiche 
e  morali  dei  popoli,  la  filologia,  la  geografia,  l'antropologia, 
l'etnografia,  la  filosofia  e  le  scienze  politiche  e  sociali;  4.0  per 
l'esposizione  dei  fatti  la  coltura  estetica  e  letteraria  (1). 

«  Beninteso  che  lo  storico  non  può  procurarsi  una  co- 
noscenza speciale  in  tutte  queste  discipline.  È  questione 
di  avere  quella  coltura  generale  che  lo  rendano  atto  a 
comprendere  le  fonti  storiche  e  la  vita  politica  e  sociale 
dei  popoli  di  cui  si  occupa,  anche  secondo    la   materia  e 


(1)  Crivellucci,  Manuale  cit.,  pag.  34. 


l'estensione  dell'argomento  ch'egli  tratta  (i).»  E  siccome  in 
oggi,  con  le  esigenze  della  critica  e  coi  progressi  delle  di- 
scipline storiche,  riuscirebbe  malagevole,  anche  per  uno 
scrittore  provetto,  la  trattazione  di  un  troppo  vasto  soggetto* 
io  consigliere)  sempre  i  giovani  che  intendono  produrre  un 
lavoro  storico  a  voler  seguire  l'odierno  costume  prevalente 
negli  altri  rami  dello  scibile,  come  la  medicina,  l'in- 
gegneria ecc.  :  restringere  cioè  possibilmente  il  proprio 
campo  d'azione  ad  un  dato  ed  unico  argomento.  Così 
potranno  largamente  trattarlo  da  ogni  verso  senza  tras- 
curare il  più  minuto  particolare  per  modo  da  essere  ben 
agguerriti,  anche  da  questo  lato,  contro  gli  strali  della  vera 
critica,  della  critica  scientifica,  che  dei  giudizi  degl'  in- 
competenti mai  non  è  il  caso  di  tener  conto. 

E  ufficio  della  critica  storica  di  stabilire  la  verità  dei 
fatti  attinti  dalle  fonti  :  decidere,  in  somma,  se  e  fino  a  che 
punto  sieno  da  ritenersi  come  veri  o  come  falsi,  come 
realmente  avvenuti  o  no.  Ciò  si  fa  sempre,  affermando  o 
negando  sotto  forma  di  un  giudizio,  sia  sui  rapporti  delle 
fonti,  sia  dei  fatti  tra  essi.  La  metodica  insegna  precisa- 
mente i  principii,  le  regole,  l' arte  onde  si  adempie  a 
quest'  ufficio.  Tutto  si  riduce  al  raffronto  di  ciò  che  sot- 
toponiamo al  vaglio  della  critica  con  altri  dati  di  cui 
siamo  sicuri;  all'esame,  in  una  parola,  dell'  incerto  col 
certo.  E  si  deve  alla  critica  veramente  metodica  o  scien- 
tifica se  la  storia  è  diventata  una  vera  e  propria  scienza, 
perchè  soltanto  il  metodo  scientifico  ha  reso  possibile  l'ac- 


(i)  Ibidem,  pag.  35. 


34 


certamente»  dei  fatti  storici,  lo  sceverare  cioè  il  vero  dal 
falso,  la  storia  dalla  leggenda.  Bisogna  però  distinguere 
la  critica  eh'  esamina  se  una  data  fonte  sia  da  consi- 
derare o  no,  e  fino  a  che  punto,  come  testimonianza 
storica,  come  vera  e  propria  fonte  storica  (critica  che  chia- 
masi estrinseca)  e  quella  ch;  esamina  i  rapporti  delle  te- 
stimonianze coi  fatti,  cioè  se  le  testimonianze  corrispon- 
dano, e  fino  a  che  punto,  alla  realtà  (critica  intrinseca): 
esame  formale  della  fonte  in  se  e  intimo  rapporto  di  essa 
coi  fatti  (i). 

La  prima,  cioè  la  critica  estrinseca,  ha  dunque  per 
ufficio:  i.°  di  provare  l'autenticità  delle  fonti  ;  2°  di  sta- 
bilire quando,  dove,  da  chi  e  per  che  modo  (se  originali 
o  derivate)  furono  prodotte;  3.0  di  stabilire  il  loro  testo 
originale  (recensione)  e  di  pubblicarle  (edizione). 

Per  ogni  fonte  si  può  domandare  :  è  dessa  veramente 
ciò  che  secondo  il  nostro  o  secondo  il  comune  parere  si 
crede?  La  qual  domanda  può  essere  considerata  sotto  due 
aspetti  diversi,  1'  uno  obiettivo,  1'  altro  subiettivo  e  risol- 
versi in  queste  altre  due:  i.°  La  tal  fonte  è  veramente  ciò 
che  mostra  di  essere?  2.0  La  tal  fonte  è  veramente  ciò  che 
finora  s'è  creduto?  La  domanda  può  riferirsi  anche  a  una 
parte  di  una  fonte.  La  risposta  negativa  nel  primo  caso  im- 
plica falsificazione,  nel  secondo  errore.  La  metodica  dà  re- 
gole per  constatare  l'una  e  l'altro,  e  criterii  per  distinguere 
ciò  ch'è  genuino  da  ciò  che  non  lo  è  (2).  Una  fonte  può 


a 


(1)  Ibidem,  pag.  72. 

(2)  Pag.  73  (ivi). 


35  - 

lunque  essere  falsa,  cioè  inventata  di  pianta  ;  apocrifa, 
eh'  è  quanto  dire  attribuita  falsamente  o  indebitamente 
a  un  autore;  adulterata,  ossia  alterata  per  inganno  in 
tutto  od  in  parte.  Il  motivo  che  induce  più  spesso  ad  al- 
terare la  verità  storica  può  essere  Y  ambizione,  il  falso 
patriotismo,  lo  spirito  di  parte,  i'  odio,  l' invidia,  la  mal- 
vagità, lo  scherno  ecc. 

Una  curiosa  categoria  di  falsificazioni  offrono  certi 
documenti  del  medio  evo.  «  Preti  e  frati,  vescovi  e  abati, 
per  assicurare  e  per  stabilire  i  diritti  o  privilegi  delle  loro 
chiese,  dei  loro  conventi,  o  per  far  credere  antica  l'origine 
loro,  hanno  falsificato  numerosissimi  documenti,  e  spesso 
non  alcuni  isolati  ma  serie  intere  e  numerose  di  docu- 
menti posti  in  relazione  l'uno  con  l'altro.  Anche  nelle  alte 
sfere  del  diritto  e  della  politica  dello  Stato  e  della  Chiesa 
troviamo  numerose  falsificazioni  eseguite  coli'  intento  di 
fondare  e  di  sostenere  le  pretese  delle  varie  parti.  Vi  sono 
certe  pubblicazioni  fatte^  per  servire  a  un  determinato 
scopo,  in  cui  i  documenti,  scelti  fra  tanti  altri  numerosi 
a  quel  fine,  sebbene  non  falsi,  pure  staccati  dagli  altri 
servono  a  dimostrare  il  contrario  della  verità  o  a  celare 
piuttosto  che  a  far  conoscere  la  realtà  vera  delle  cose, 
come  quelli  del  libro  verde  (cioè  la  raccolta  dei  docu- 
menti diplomatici)  pubblicati  da  ministri  «  (i).  Esempi  di 
falsificazioni  e  regole  per  scoprirle  si  trovano  in  Toustin 
e  Tassiti,  Nouveau  tratte  de  diplomatique,  parte  vi,  libri 
7  e  8;  in  Sickel,  Ada  regum  et  ìmperatorum  Carolino  - 
rum,   parte    i,  §  g-f2;  nel  Wattenbach,  Das  Schriftwe- 


(i)  Crivellucci,  Manuale  cit.,  pag.  75. 


36 


sen  (la  scrittura)  im  éMittelalter,  sez.  4,  6  pag.  232  e  seg. 
187 1,  2.  ed.  1875  e  nel  Bresslau,  Handbuch  der  Urkunden- 
lehre  (Manuale  di  diplomatica) fììrcDeutschland und Italieny 
pubblicato  nel  1889.  Nei  Regesta  pontìficum  romanorum 
del  Jaffè  i  documenti  falsi  sono  indicati  in  fine  ;  nella 
nuova  edizione  invece  fatta  sotto  gli  auspici  del  Watten- 
bach  e  nella  continuazione  del  Potthast  sono  frammisti 
agli  autentici  e  distinti  con  una  croce. 

Fra  le  più  notevoli  falsificazioni  meritano  di  essere 
ricordate  quelle  intorno  alle  famose  donazioni  di  Costan- 
tino (con  cui  egli  avrebbe  ceduto  alla  santa  sede  lo  stato 
romano)  e  di  Pipino.  La  prima  fu  chiarita  falsa  fino  dal 
secolo  XV  (1),  la  seconda  ebbe  pur  contradditori  nei  secoli 
passati,  ma  solo  da  poco  in  qua  si  è  potuto  stabilire  in 
modo  certo  la  sua  inesistenza,  come  ha  provato  anche  da 
ultimo  il  compianto  prof.  Pinton,  docente  di  storia  mo- 
derna in  quest'Università,  nel  suo  dotto  lavoro  intitolato  r 
Le  donazioni  barbariche  ai  papi  (Roma,  Ci  velli,  1890I 
Quest'ultimo  atto  di  donazione  che  si  legge  nel  Muratori 
(Rer.  Ital.  Script.  IN,  171)  e  che  fu  riprodotto  dal  Theiner, 
nel  suo  Codex  diplomaticas  domimi  temporalis  S.  Sedis 
edito  dalla  stamperia  del  Vaticano  nel  1861,  con  le  suc- 
cessive conferme,  è  senza  data  e  manca,  secondo  la  cri- 
tica storica,  di  qualsiasi  verisimiglianza.  Per  es.  dallo  stesso 


(1)  Fu  primo  l'umanista  e  latinista  Valla  (cioè  Lorenzo 
Della  Valle,  vissuto  dal  1405  al  1457),  critico  acuto  e  precur- 
sore dei  moderni  studi  filologici,  che  impugnò,  in  un  opuscolo, 
la  donazione  costantiniana.  Turri,  Di%.  st.  della  leti,  ital,  p.  376. 


iber  Pontificalis  [Duchesne,  Paris,  1886- 1892)  risulta  che 
ancora  nel  nono  secolo,  cioè  dopo  la  morte  di  Carloma- 
gno  avvenuta  nell'  814,  Roma  e  Ravenna  non  dipende- 
vano dal  papa  ma  dall'Imperatore  franco.  Il  vero  docu- 
mento che  conteneva  la  donazione  cui  allude  la  lettera 
del  pontefice  Stefano  li  al  re  Pipino  {Codice  Carolino, 
lett.  VI.  ed.  Cenni)  andò  perduto  (Muratori,  Annali  d'Ita- 
lia, an.  755)  e  ne  fu  sostituito  un  altro  nel  IX  o  nel  X 
secolo,  dove  non  più  si  accennano  ai  soli  beni  patrimo- 
niali che  possedeva  la  santa  sede  prima  dell'  invasione 
romana  di  Astolfo,  re  dei  Longobardi,  e  che  ad  essa  fu- 
rono restituiti  per  merito  di  Pipino,  ma  bensì  anche  ad 
un  vasto  territorio  già  soggetto  alla  greca  signoria,  come 
ad  esempio  l'esarcato  di  Ravenna  da  lui  promesso  al  papa 
in  caso  di  vittoria  contro  il  longobardico  invasore.  Scioltasi 
poi  da  ogni  dipendenza  dall'impero  d'Oriente  (alla  cui  su- 
premazia seppe  un  po'  alla  volta  sottrarsi  pure  Venezia) 
Roma,  costituitasi  a  repubblica  sotto  il  protettorato  dei 
papi,  si  divincolò  successivamente  anche  dall'imperio  dei 
Franchi  col  declino  della  potenza  carolingia.  Fu  allora 
che  i  pontefici  diedero  valida  forma  al  loro  dominio  tem- 
porale, costituito,  oltre  che  dai  predetti  beni  patrimoniali, 
dalla  Romagna  (già  esarcato  di  Ravenna)  comprendente 
le  odierne  province  di  Bologna,  Ferrara,  Forlì  e  Ravenna; 
dalla  Pentapoli,  cioè  Rimini,  Pesaro,  Sinigaglia,  Fano  ed 
Ancona  ;  dalla  cessione  a  Leone  IX  del  ducato  di  Bene- 
vento fattagli  da  Enrico  III  di  Germania;  dalla  donazione 
della  contessa  Matilde  di  Toscana  del  1077  rinnovata  il 
18  novembre  1102  comprendente  Viterbo,  Civitavecchia  ecc. 
e  finalmente  dal  possesso  di  Roma  e  del  suo  territorio  con- 


—  38  — 

fermato  a  Giovanni  XII  da  Ottone  di  Sassonia,  primo  impe- 
ratore romano-germanico,  col  diploma  del  13  febb.  962  inti- 
tolato appunto:  «Privilegium  Ottoni  imperatoris  de  rega- 
libusB.  Petro  concessis»  (Theiner,  p.  4).  In  ogni  modo  que- 
sta dei  papi  fu  politica  veramente  italiana,  che  in  quei  tempi 
altro  mezzo  non  c'era  per  liberarsi  dal  giogo  straniero. 

Un  altro  documento  in  tutto  e  per  tutto  falsificato  è 
quello  relativo  agli  statuti  dell'  Inquisizione  di  Stato  in 
Venezia.  Il  Botta  nella  sua  Storia  d'Italia  (voi.  IV  pag.  88 
dell'edizione  di  Torino  1852),  il  Romanin  nella  sua  Storia 
documentata  di  'Venezia  (vi,  68  e  seg.)  ed  altri  storici  autore- 
voli hanno  vittoriosamente  ribattute  le  fandonie  raccontate 
dal  Daru  sugi'  Inquisitori  di  Stato  e  sui  loro  pretesi  sta- 
tuti originali  ch'egli  avrebbe  scoperti  nella  Biblioteca  del 
re,  oggi  nazionale,  di  Parigi.  Difatti  essi  figurano  anche 
nell'Indice  dei  manoscritti  italiani  delle  biblioteche  di  Fran- 
cia stampato  per  cura  del  Mazzatinti  dal  nostro  Ministero 
dell'  Istruzione  Pubblica  (Roma,  1886,  voi.  I,  pag.  131  ai 
nn.  792-793).  Ma,  a  provare  1'  apocrifità  di  questi  Statuti, 
basti  rammentare  eh'  essi  portano  la  data  del  23  giugno 
1454,  cioè  d'un  secolo  circa  prima  che  fossero  istituiti  gli 
Inquisitoli  sopra  i  secreti  0  sopra  i  propalatori  dei  secreti, 
così  nomati  sino  alla  fine  del  secolo  XVI  e  soltanto  dopo 
chiamati  Inquisitori  di  Stato.  Di  più,  vi  si  citano  varie  leggi 
non  mai  promulgate  e  quindi  inesistenti,  sia  nei  registri 
del  Maggior  Consiglio  ove  pubblicavansi  le  sentenze  de- 
gli stessi  Inquisitori  che  in  quelli  del  Consiglio  dei  X,  dal 
quale  essi  derivavano  e  dipendevano  immediatamente;  vi 
si  accenna  al  magistrato  sopra  i  monasteri,  mentre  che 
questo  venne  creato  nel  secolo  seguente,  cioè  nel  1521,  con 


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l'incarico  di  vigilarne  la  disciplina  e  nel  1533  con  facoltà 
d'inquisizione  sui  mal  costume  (reg.  XLIV  del  Cons.  X 
Misti  e.  57*  e  124).  A  tutto  questo  conviene  aggiungere 
che  l'instìtuto  degl'Inquisitori  di  Stato  fu  la  pietra  ango- 
lare su  cui  poggiò  in  gran  parte  1'  edifizio  delle  accuse 
mosse  dal  Bonaparte  alla  repubblica  di  Venezia  per  one- 
stare il  suo  proposito  di  combatterla  e  distruggerla.  Non 
fa  dunque  meraviglia  se  il  Daru,  che  occupava  un  'alta 
posizione  alla  corte  napoleonica,  abbia  inventato  un  ti- 
tolo che  anche  per  mie  speciali  ricerche  fatte  alla  Biblio- 
teca nazionale  di  Parigi  non  esiste  né  sopra  il  mano- 
scritto allegato  da  esso  come  appartenente  alla  raccolta 
imperiale,  né  sopra  la  copia  del  secolo  XVIII  che  proviene 
dalla  libreria  del  cardinale  arcivescovo  di  Reims.  Il  ma- 
noscritto porta  dunque  il  seguente  titolo  :  «  Opinione  di 
fra  Paolo  Servita  in  qual  modo  debba  governarsi  la  Re- 
pubblica Veneziana  per  haver  perpetuo  dominio  »  ma  se- 
condo il  Cicogna  (Inscr.  ven.  HI,  50)  invece  che  del  Sarpi 
è  di  un  bastardo  di  casa  Canal. 

Ho  voluto  citarvi  questi  esempi  di  falsificazione  an- 
che per  darvi  un'idea,  per  quanto  vaga,  incompleta  e  fu- 
gace, degli  argomenti  che  conviene  opporre  per  dimostrare 
1'  apocrifità  di  un  documento.  Sulla  letteratura  relativa  a 
un  tal  genere  di  falsificazioni,  si  consulti  il  Bernheim,  Lehr- 
buch  der  historischen  methode,  p.  257.  Ma  bisogna  saper  di- 
stinguere falsificazione  da  errore,  specialmente  nella  tradi- 
zione orale. 

Fra  le  leggende  più  caratteristiche  (v.  pag.  8  n.  1)  è 
da  notare  la  gran  raccolta  di  vite  di  santi  (ordinata  nella 
serie  dei  giorni   del  calendario)  intitolata  Historia   lom- 


—  40  — 

bardica  seu  Legenda  sanctorum  composta  dal  monaco 
domenicano  Iacopo  da  Varazze  (presso  Savona)  arcivescovo 
di  Genova  e  che  i  contemporanei  ammirati  chiamarono 
Leggenda  aurea.  Questo  primo  leggendista  latino,  che 
morì  nel  1298  in  età  di  96  anni,  fu  sopranomato  Vora- 
gine dal  suo  luogo  d'origine  detto  pure  Varazio,  Varagia 
o  Varagine  e  anche  perchè  gli  uni  lo  qualificavano  come 
un  abisso  o  voragine  di  scienza,  gli  altri  come  un  abisso 
di  errori.  In  ogni  modo  la  fama  della  sua  opera  giunse 
a  tale  che  nessun'  altra  (tranne  la  Bibbia)  fu  più  diffusa 
e  ristampata  nei  secoli  XV  e  XVI.  Ma  quando  la  critica 
sfrondò  tutto  il  tessuto  delle  invenzioni,  X aurea  leggenda, 
curiosa  anche  per  questo  che  ci  mostra  nell'autore  uno 
spirito  riflessivo,  il  quale  talora  —  come  a  proposito  di 
sant'Elena  —  dubita  di  ciò  che  racconta  (1),  cessò  affatto  dal- 
l'essere ammirata.  Persino  iBollandisti,  cioè  i  dotti  gesuiti 
d'Anversa  che  sotto  la  direzione  precipua  del  padre  Bolland 
compilarono  la  raccolta  degli  dActa  Sanctorum  o  Vite  dei 
santi  (1643-1694)  fanno  osservare  il  ridicolo  delle  etimologie 
ch'essa  fornisce  dei  nomi  di  santi  come  Silvestro  da  sile  (lu- 
ce) e  terra,  Antonio  da  ana  (di  sopra)  e  tenens  (che  tiene)  ecc. 
Una  leggenda  autentica  è  propriamente  un  racconto 
fondato  su  qualche  fatto  storico  o  sul  ricordo  di  un  fatto 
storico,  con  aggiunte  fantastiche  e  modificazioni  dovute 
al  corso  del  tempo.  Se  noi  accettiamo  senza  critica  tali 
leggende  come  fatti  storici,  commettiamo  da  parte  nostra 
un   errore,    non   certo   una  falsificazione.  Così  commet- 


(1)  Cfr.  Bartoli,  Storia  della  hit.  Hai.  voi.  I  p.   107  e  seg.  ; 
per  la  Leggenda  aurea  v.  l'ediz.  del  Brunet,  Parigi,   1843. 


-  41  — 

*  Tiamo  errore  da  parte  nostra  se  noi  prendiamo  per  leg- 
gende i  cosidetti  miti,  ossia  queir  invenzione  mitologica 
che  nasconde  dentro  di  sé  qualche  verità,  insegnamento  o 
dottrina.  Per  esempio  la  leggenda  di  Ercole  con  le  dodici 
fatiche  impostegli  da  Euristeo  re  di  Micene  (i)  non  è  che 
una  serie  di  miti  perchè  gli  vengono  attribuite,  come  il  più 
alto  ideale  dell'eroismo  greco,  azioni  maravigliose  le  quali 


(i)  Le  famose  dodici  fatiche  di  Ercole  sono  le  seguenti  :  la 
lott2  col  leone  Nemeo  cacciato  da  Ercole  nella  sua  caverna  e 
strangolato;  il  combattimento  con  l'Idra,  il  mostruoso  serpente 
di  cui  tagliò  le  numerose  teste  mortali  e  schiacciò  l'unica  testa 
immortale  sotto  un  enorme  macigno  ;  la  fruttuosa  caccia  al 
cinghiale  d'Erimanto,  alla  cerva  Cerinitica  (dopo  un  anno  d'in- 
seguimento) dalle  corna  d'oro  e  dai  piedi  di  bronzo,  non  che 
agli  uccelli  malefici  del  lago  Stinfalio  in  Arcadia  e  al  furioso 
toro  di  Creta,  che  portò  vivo  in  Micene  ;  la  presa  del  cinto  di 
Ippolita,  regina  delle  Amazzoni  (favoloso  popolo  di  donne  in 
un  sito  presso  al  Mar  Nero),  portato  ad  Admete,  figlia  di  Eu- 
risteo; la  nettatura  in  un  giorno  (con  le  acque  di  due  fiumi 
fattevi  appositamente  passare)  delle  immense  stalle  del  re  Augia 
di  Elide  nel  Peloponneso,  non  pulite  da  un  trentennio;  la  presa 
dei  cavalli  del  crudelissimo  Diomede,  re  dei  Bistoni  nella  Tra- 
cia, da  lui  nutriti  con  carne  umana;  la  presa  dei  buoi  del  mo- 
stro Gerione  nell'isola  Eritea  posta  nell'Oceano;  la  spedizione, 
pur  nell'estremo  occidente,  onde  cogliere  tre  delle  mele  d'oro 
custodite  dalle  quattro  ninfe  Esperidi  (figlie  di  Atlante),  che  Gea 
aveva  regalate  a  Giunone  nel  dì  delle  sue  nozze  con  Giove,  il 
più  potente  dio  della  mitologia  ellenica,  il  signore  del  cielo,  il 
padre  e  il  re  degli  dei  e  degli  uomini:  la  discesa  all'inferno  a 
prendere  il  Cerbero,  cioè  il  terribile  cane  di  tre  o  più  teste  che 
ne  custodiva  l'ingresso,  per  portarlo  su  nel  mondo  e  mostrarlo 
ad  Euristeo. 


-  42  — 

sono  state  certamente  eseguite  in   diversi  tempi,  in  altro 
modo  e  da  vari  personaggi.  Ma  per  lo  più  i  miti  o  sono 
favole  eroiche  o  sono  fatti  trasfigurati  a  servigio  di   una 
religione   o   di  un'  idea  qual  si  sia.   Tuttavolta  possiamo 
distinguere  una  leggenda  vera  da  una  falsa:  questa  non 
ha   per  fondamento  alcun  fatto  o  rapporto  storico,  alcun 
ricordo   di    fatti  o  rapporti  storici,  quantunque   si    spacci 
per  tradizione  storica.  Sono  numerosi  gli  esempi  di  con- 
sapevoli   invenzioni   o   derivazioni   di   leggende,  nate  da 
vanità  di  famiglia,  da  borie  atavistiche,  da  malinteso  pa- 
triotismo  locale,  ciò  che  volgarmente  si  chiama  spirito  di 
campanile,   da   falsa  religiosità,  specialmente  a  proposito 
delle  origini  di  città,  stati,  dinastie  regnanti,  chiese,  con- 
venti ecc.  per  farne  risalire  il  cominciamento  a  tempi  più 
remoti,  a  personaggi  gloriosi.  Per  esempio  si  è  formulata  la 
famosa  leggenda  di  Romolo  e  Remo,  i  due  gemelli    nati 
da  Rea  Silvia   e   da  Marte,  buttati  nel  Tevere   dallo   zio 
Amulio,  che  aveva  usurpato  al  fratello  Numitore  il  trono 
d'Alba,   e   salvati  da  una  lupa  che  li  allattò.  Poi  un  pa- 
store per  nome  Faustolo  li  raccolse  e  li  portò  alla  moglie 
Laurenzia,    che   li   allevò.    Cresciuti    e    forti,   assalirono 
Amulio   e   lo   detronizzarono,   rimettendo   Numitore  sul 
trono  e  fondarono  col  suo  consenso  una  città  dov'erano 
stati  esposti.  Ma  come  si  è  potuto  assegnare  la  fondazione 
di  Roma  alla  data  del  753  avanti  Cristo?   Perchè  si  cre- 
deva di  poterla  fissare  ad  un'  epoca  relativamente   vicina 
all'era  cristiana  ed  invece,  secondo  la  più  fondata  verisi- 
miglializa,  la  città  è  di  un'antichità  ben  più  remota.  Que- 
sta opinione  non  ha  solo  in  suo  favore  un  certo  numero 
di   vecchie  tradizioni,  perchè  anche  le  scoperte  di  oggetti 


-  43    - 

preistorici  rimontanti  all'  età  della  pietra  (in  quel  primo 
periodo  cioè  nella  storia  dell'umanità  in  cui  l'uomo  igno- 
rando l'uso  dei  metalli  adoperava  soltanto  strumenti  di 
pietra)  eseguitesi  recentemente  nel  Lazio  fanno  credere 
che  l'origine  di  Roma  risalga  a  ben  più  indietro,  vale  a 
dire  a  tempo  sì  lontano  eh'  è  impossibile  determinarlo 
nemmeno  in  via  approssimativa  (i).  E  fra  le  città  del  La- 
zio antico  c'era  pur  Roma,  forse  allora  colonia  di  Alba,. 
poi  indipendente  e  libera  come  dimostra  lo  storico  Dio- 
nisio d'Alicarnasso  nelle  sue  Antichità  romane,  che  ripro- 
duce il  patto  di  Roma  con  le  trenta  città  latine,  per  cui, 
circa  cinque  secoli  avanti  Cristo,  promettevasi  pace  per- 
petua fra  le  due  parti  e  mutua  assistenza  ove  1'  una  o 
l'altra  fosse  assalita  da  nemici  (2). 

Un'  altra  fantastica  leggenda  è  quella  che  riguarda 
l'origine  di  Padova  e  peggio  ancora  il  nome  di  Pata- 
vium  che  vuoisi  provenga  (fra  le  tante  supposte  deriva- 
zioni) da  una  parola  greca  significante  volare,  perchè  Pa- 
dova sarebbe  stata  fabbricata  dopo  essersi  presi  gli  auspi- 
cii-  vale  a  dire  ab  avium  volatu  (3).  Ma  che  dire  di  quel- 


(1)  Dalla  fine  del  periodo  quaternario,  cioè  dalia  formazione 
dell'  ultimo  gruppo  dei  terreni  moderni  stratificati,  per  cui  sa- 
rebbero occorsi  non  gl'iperbolici  duemila  secoli  ma  dieci  o  do- 
dicimille  anni,  secondo  le  ultime  ricerche  geologiche,  si  calcola. 
di  6400  anni  l'età  della  pietra  e  di  3800  quella  del  bronzo. 

(2)  Bertolini,  Storia  d'Italia  dalle  origini  al  59^,  pag.  126. 

(3)  Altri  vogliono  che  Padova  derivi  dall'etrusco  Patti  (come 
Ravenna  da  Rave  0  Raveuì  Adria  da  Hairi  ecc.)  per  la  sua  vicinanza^. 
in  ilio  tempore,  con  un  ramo  del  Po  chiamato  Padut  Padum  o 
Patum.  Filiasi,  Memorie  de"1  Veneti  primi  e  secondi,  t.  I  p.  228  -229.. 


44 


1'  ipotetico  Antenore,  principe  troiano,  che  fuggito  da 
Troia  incendiata  dai  Greci,  avrebbe  fondata  Padova  do- 
dici secoli  circa  avanti  Cristo  ?  E  la  burletta  di  quel  po- 
vero Lovato,  giurisperito  ed  uomo  di  lettere,  che  fece 
credere  essere  i  resti  d'Antenore  lo  scheletro  d'un  soldato 
disotterrato  nel  1274  presso  l'ospedale  detto  la  Ca'di  Dio 
e  ch'era  forse  invece  un  Unghero  dei  900?  Ma  gli  Anziani 
ed  il  Consiglio  della  città,  seguendo  l'infelice  e  goffa  idea 
del  Lovato,  a  quello  scheletro  decretarono  monumentale 
sepolcro  accanto  alla  chiesa  di  s.  Lorenzo  e  precisamente 
nello  stesso  sito  in  cui  si  trova  al  presente. 

Anche  per  quanto  riguarda  Venezia  la  critica  storica 
giustamente  relegò  fra  i  miti  i  consoli  padovani  mandati 
nel  421  a  fondare  la  nuova  città.  In  effetto,  secondo  il  fa- 
moso documento  patavino  che  si  trova  nel  codice  XXIV 
{Liber  Partium  Consilii)  di  questo  Museo  Civico,  si  fa  ri- 
salirne la  fondazione  al  25  marzo  di  quell'anno,  forse  per- 
chè la  chiesa  di  s.  Giacomo  di  Rialto,  nucleo  della  nuova 
città,  sarebbe  stata  consacrata  nel  detto  anno  dai  Pado- 
vani, che  nelle  isole  della  laguna  avevano  la  loro  stazione 
navale  e  commerciale.  Ma  questo  tempio  non  fu  certo  il 
primo  che  si  costruisse  in  Venezia  e  nulla  si  può  nem- 
meno  affermare  sull'anno  preciso  della  sua  fondazione.  E 
invece  da  credere  che  quel  preteso  documento  sia- stato 
scritto  molto  tempo  dopo  sulla  base  di  antiche  tradizioni 
-e  fors'anco  su  qualche  memoria  relativa  alla  erezione  di 
quella  od  altra  chiesa  per  opera  dei  Padovani,  ma  confon- 
dendo nomi,  data  e  luogo. 

E  poiché  parliamo  di  Venezia,  qui  viene  a  proposito 
il  leggendario  rapimento  delle  donzelle  che  una  tradizione 


—  45  - 

affatto  inverosimile  collega  con  una  clamorosa  vittoria 
dei  Veneziani  sui  pirati  dell'Istria  o  sugli  Slavi  di  Na- 
renta.  Era  uso  in  antico  che  nell'ultimo  giorno  di  gen- 
naio, dedicato  alla  traslazione  di  s.  Marco,  si  raccoglies- 
sero  le  zitelle  destinate  a  marito  nella  cattedrale  di  s.  Pie- 
tro di  Castello  per  celebrare  solennemente  il  loro  matri- 
monio. Ognuna  di  esse  portava  seco  una  cassetta  od  ar- 
cella  contenente  la  dote  ed  un  piccolo  corredo.  Ora  vor- 
rebbe la  leggenda  che  in  uno  od  altro  anno  della  prima 
metà  del  secolo  X  i  pirati,  appiattatisi  la  notte  precedente 
alla  cerimonia  in  prossimità  di  quella  chiesa,  sbucassero 
pian  piano  dalle  loro  barche  non  appena  entrate  le  spose 
nella  cattedrale  e  poi  vi  penetrassero  anch'essi  con  le  armi 
in  mano  per  rapirle  e  condurle  a  viva  forza  fuori  del 
porto.  Di  questo  fatto  così  straordinario  non  parlano  né 
il  Sagomino,  cioè  il  diacono  Giovanni  cappellano  del  doge 
Pietro  Orseolo  II  che  visse  in  quel  secolo  medesimo  e  che 
è  il  più  antico  dei  cronisti  veneziani  conosciuti,  né  il  doge 
Andrea  Dandolo,  che,  sebbene  vissuto  nella  seconda  metà 
del  sècolo  XIV,  narrò  le  antiche  geste  dei  Veneziani  con 
molta  veridicità,  avendo  potuto  valersi,  oltre  che  dei  do- 
cumenti ufficiali,  delle  croniche  più  autorevoli  e  degne  di 
fede. 

Uno  degli  annalisti,  cui  si  dovrebbe  prestare  mag- 
giore credibilità  è  Lorenzo  de  Monacis  che  visse  tra  il 
1375  e  il  1429,  ma  il  pregio  principale  del  suo  Chronicon 
è  soltanto  nel  racconto  delle  cose  che  riguardano  il  regno 
di  Candia  acquistato  dai  Veneziani  nel  1204  e  di  cui  egli 
fu  Gran  Cancelliere.  Tranne  dunque  la  parte  che  tratta 
di  quel  dominio   oltremarino,  il  resto  non  dimostra  che 


-  46  - 

confusione  nell'ordine  dei  tempi  e  trascuratezza  nella 
scelta  delle  fonti.  Inoltre  il  De  Monacis,  che  fa  risalire  il 
ratto  delle  donzelle  al  tempo  del  doge  Pietro  Partecipazio, 
cioè  tra  la  ducea  dei  due  Candiano  (II  e  III)  narra  che  i 
rapitori,  secondo  lui  triestini,  venuti  a  Venezia  con  due 
sole  galee,  menarono  seco  dalla  cattedrale  anche  il  vescovo 
-ed  il  clero  (Chronicon  de  rebus  venetis,  1758,  pag.  13).  In 
conclusione  queste  due  galee  sarebbero  penetrate  di  not- 
tetempo fino  all'isola  di  s.  Pietro,  presso  agli  odierni  Giar- 
dini Pubblici,  senza  che  alcuno  se  ne  avvedesse  nem- 
meno al  seguente  mattino!  E  poi  quei  pirati  avrebbero 
potuto  compiere  la  loro  arditissima  impresa  quasi  fossero 
stati  in  parecchie  centinaia,  perché  trattandosi  d'una  ce- 
rimonia così  solenne  ed  attraente  come  lo  sposalizio  di 
tutte  le  maritande  dell'episcopale  giurisdizione  di  Castello, 
secondo  una  consuetudine  ch'era  allora  in  vigore  da  per 
tutto,  dovrebb'  essersi  trovata  presente  nella  Cattedrale  e 
nelle  sue  vicinanze  una  tale  moltitudine  di  gente  da  po- 
ter impedire  qualsiasi  colpo  di  mano. 

Ma  come  dunque  si  formò  una  tale  leggenda?  Un 
fondamento  deve  pur  esserci  stato  ed  è  questo  appunto 
che  la  critica  storica  ha  l'ufficio  di  scoprire.  Ecco  perchè 
in  oggi  non  si  presta  più  gran  fede  al  racconto  tal  quale 
ci  fu  tramandato  da  posteriori  cronisti  che  alla  popolare 
leggenda  avranno  fors'anco  aggiunte  le  solite  frange,  e  si 
viene  invece  alla  più  verisimile  induzione  che  le  feste 
mariane,  ossia  delle  dodici  Marie  accompagnanti  il  Doge, 
il  dì  della  Purificazione  della  Vergine  (2  febbraio),  nella 
sua  visita  commemorativa  a  s.  Maria  Formosa,  s' insti- 
tuissero  perchè  in  quel  medesimo  giorno  fu  vinto  ed  uc- 


ciso  dai  Veneziani  un  tal Gaiolo,  infestissimo  pirata  istriano 
che  spesso  dalle  isole  (sii  cui  poi  sorse  Venezia)  uomini 
e  donne  rapiva  in  schiavitù,  come  si  trae  dai  cenni  del 
-cronista  Marco  sulle  geste  del  pirata  Gaiolo  pubblicati 
nell'Archivio  storico  italiano  (serie  I,  t.  Vili,  T845,  P«  2^5 
e  a  pag.  742  l'annotazione  n.  298  di  Angelo  Zon  alla  cro- 
naca di  Martino  da  Canale).  E  pur  verisimile  che  il 
Gaiolo,  od  altro  terribile  corsaro,  sia  stato  cólto  dai  Vene- 
ziani, in  uno  di  questi  casi,  nell'estuario  di  Caorle  e  pre- 
cisamente in  un  luogo  che  da  tal  fatto  (in  cui  forse  trat- 
tavasi  di  qualche  barca  con  entro  coppie  di  sposi  reduci 
dalla  nuziale  funzione)  chiamossi  Porto  delle  donzelle. 

Un'  altra  leggenda  riguarda  il  'Ponte  dei  sospiri,  che 
unisce  le  prigioni  di  s.  Marco  col  palazzo  ducale.  Esso  fu 
così  chiamato  (in  gergo  carcerario,  consacrato  poi  dall'uso) 
non  perchè  realmente  gemessero  i  prigionieri  nel  transi- 
tarlo per  recarsi  all'  interrogatorio  ma  pel  naturale  turba- 
mento che  in  essi  appariva  quando  i  secondini  dovevano 
condurli  dinanzi  ai  giudici  per  essere  esaminati. 

E  i  tre  stendardi  di  s.  Marco  rappresentano  ve- 
ramente Cipro,  Candia  e  Morea  ?  Niente  di  più  errata 
che  una  simile  leggenda.  Il  primo  stendardo,  eh'  è  quello 
di  mezzo,  fu  posto  nel  1501  in  sostituzione  dell'  an- 
tico ,  l' unico  eh'  esistesse  sino  al  secolo  decimoquarto. 
Più  tardi,  cioè  dopo  che  Venezia  divenne,  col  possesso 
del  Padovano ,  del  Vicentino,  del  Veronese  ecc. ,  an- 
che potenza  terrestre,  furono  aggiunte  le  due  antenne 
laterali  (1),  che  nel  1505  vennero  cambiate  coi  rispettivi 


(1)  Queste  si  veggono  dipinte  nel  famoso  quadro  di  Gerì- 


—  48  — 

piedestalli  per  fiancheggiare  degnamente  lo  stendardo 
di  mezzo,  sai  cui  pilo  Alessandro  Leopardo  scolpì  in  ri- 
lievo Astrea,  la  dea  della  giustizia,  simbolo  civile  di  Ve- 
nezia, come  s.  Marco  n'  era  1'  emblema  politico.  Gli  altri 
due  pili  rappresentano  nelle  rispettive  figure  in  rilievo,, 
l'uno  i  prodotti  della  terra,  l'altro  il  dio  del  mare.  Dun- 
que i  tre  stendardi  simboleggiano  Venezia  dominante  da 
un  lato  il  mare,  dall'altro  la  terraferma.  È  solo  nei  bas- 
sirilievi  della  sansoviniana  Loggetta  a  pie  del  Campanile 
che  sono  scolpiti  i  simboli  di  Venezia,  di  Candia  e  di  Ci- 
pro :  il  che  diede  forse  origine  all'erronea  tradizione  dei 
tre  regni  di  Cipro,  Candia  e  éMorea  (il  quale  ultimo,  del 
resto,  non  pervenne  alla  Repubblica  che  sulla  fine  del  se- 
colo decimosettimo)  rappresentati  fantasticamente  dai  tre 
stendardi,  i  cui  pili  vennero  costruiti  due  secoli  prima 
che  la  Morea  passasse  in  dominio  del  leone  di  s.  Marco. 
E  la  leggenda  di  Otello?  Avendo  il  Brown  (i)  rica- 
vato dai  Diari  del  Sanuto  che  Cristoforo  Moro  fu  luogo- 
tenente in  Cipro,  pensò  che  questi  potesse  essere  il  pro- 
tagonista dell'Otello,  ossia  del  oMoro  di  Venezia,  tragedia 
del  celebre  Shakspeare  tratta  da  una  novella  (gli  Ecato- 
miti,  Venezia,  Scotto,  156Ó,  pag.  317)  del  ferrarese  G.  B. 
Giraldi  Cintio  (deca  HI,  novella  7)  ch'è  la  seguente:  «  Un 


tile  Bellini  del  1496,  raffigurante  la  processione  del  Corpus  Do- 
mìni in  Piazza  S.  xMarco  e  che  si  ammira  nelle  R.  Gallerie  di 
Venezia. 

(1)  Ragguagli  sulla  vita  e  sulle  opere  di  Marino  Sanuto,  Ve- 
nezia 1837,  voi.  I,  pag.  226  e  seg. 


—  49  — 

capitano  iMoro  piglia  per  mogliera  una  cittadina  Vene- 
tiana,  un  suo  Alfieri  L'accusa  di  adulterio  al  Marito  ;  cerca 
che  l'Alfieri  uccida  colui,  ch'egli  credea  l'Adultero;  il  Ca- 
pita no.  uccide  la  Moglie,  è  accusato  dall'Alfieri,  non  con- 
fessa il  Moro,  ma  essendoci  chiari  inditi],  è  bandito  ;  Et 
lo  scellerato  Alfieri,  credendo  nuocere  ad  altri  procaccia  a 
sé  la  morte  miseramente  ».  Il  Brown  così  credette  perchè 
l'ultima  delle  quattro  mogli  di  Cristoforo  Moro,  figlia  del 
patrizio  Donato  Da  Lezze,  era  detta  cDimonio  bianco  ;  e 
Ttesdemona  è  nel  Giraldi  e  nello  Shakspeare  la  moglie 
di  Otello.  lyia  siccome  la  soluzione  tragica,  per  quanto 
riguarda  il  Moro  e  la  Da  Lezze,  non  è  punto  simile  al 
vero,  il  Molmenti  suppone  che  la  fine  di  una  gentildonna 
Cappello  (uccisa  da  suo  marito,  ch'era  di  casa  Sanudo, 
come  si  trae  da  una  lettera  i.°  giugno  1602  del  vescovo 
Domenico  Bollani  a  Vincenzo  Dandolo)  possa  aver  in- 
spirato allo  Shakspeare  quella  di  Desdemona  {^Vecchie  sto- 
rie, Venezia,  Ongania,  1882,  pag.  77  :  //  iMoro  di  Venezia, 
pag.  69). 

E  poi  strano  che  la  casa  Torresini,  in  campo  dei  Car- 
mini al  n.  a.  2615,  che  sorge  sulle  rovine  dell'antico  pa- 
lazzo Goro  o  Guoro,  sia  conosciuta  sotto  il  nome  del 
Moro  detto  l'Otello,  mentre  il  Moro  abitava  invece  nella 
contrada  di  s.  Giovanni  Decollato  [s.  Zan  rDegolà)  ora 
aggregata  alla  parrocchia  di  s.  Giacomo  dall'  Orio  :  onde 
si  deve  inferire  che  il  volgo  confondendo  il  cognome  Goro 
con  Moro,  stante  la  storia  di  Otello  conghietturata  dal 
Brown,  abbia,  dopo  il  1837,  creduta  esser  quella  la  casa 
di  Otello.  Secondo  la  leggenda  nel  palazzo  Contarini  Fa- 
san  a  s.  Moisè  (campiello  Contarini  al  n.  a.  2307  sul  Ca- 

4 


—  50- 
nal  Grande)  sarebbe  stata  piuttosto  1'  abitazione  di  Des- 
demona,  innamoratasi  del  Moro  dietro  il  racconto  delle 
sue  sventure  e  ch'essa  avrebbe  lasciata  «  per  seguire  la  fa- 
tale idea  d'amore  che  la  traeva  a  perire,  calunniata  e  in- 
nocente, in  mezzo  ai  mari  lontani  »  (Molmenti  e  Manto- 
vani, Calli  e  Canali  in  Venezia,  Ongania.  1893,  pag.  32). 
Ma  giusta  le  ultime  ricerche  di  Cesare  Augusto  Levi 
(Z/  Adriatico  del  i.°  aprile  1898)  1' autenticazione  dei  per- 
sonaggi della  leggenda  d'Otello  sarebbe  lampante:  Des- 
demona  apparteneva  ad  insigne  famiglia  veneziana  e  si 
chiamava  Palma...,.  Però  il  Molmenti  riafferma  (Gaietta 
di  "Venezia  del  20  maggio  1898)  che  soltanto  la  novella 
italiana  del  Giraldi  offerse  il  primo  germe  della  sublime 
tragedia  shaksperiana  (1). 

Ma  spesso  è  innocente  gioco  di  fantasia  che  crea  false 
leggende,  come  le  numerose  leggende  paesane  che  nascono 
nella  fantasia  degli  abitanti  di  un  luogo  per  spiegare  cose 
e  fatti  locali  :  una  vecchia  torre  come  quella  delle  Milizie 
eh' ergesi  nel  convento  romano  di  s.  Caterina  da  Siena, 
presso  il  Quirinale,  e  che  ordinariamente  chiamasi  torre 
di  Nerone  perchè  si  pretende  che  da  là  il  crudele  impe- 
ratore contemplasse  l'incendio  di  Roma,  a  lui,  giusta- 
mente o  no,  attribuito  ;  un  monte  o  un  colle  di  strana 
forma,  una  statua,  una  lapide  con  inscrizione  inintelligi- 


(1)  La  leggenda  d'Otello  fornì  anche  soggetto  a  due  cele- 
brate composizioni  musicali,  rappresentate  per  la  prima  volta 
negli  anni  1816  e  1887:  l'una  del  Rossini  nel  teatro  del  Fondo 
in  Napoli  e  l'altra  del  Verdi  nel  teatro  della  Scala    in  Milano. 


—  51  — 


bile,  una  tomba  come  quella  d'Antenore,  teste  accennata, 
o  di  santi,  sante  o  profeti,  come  le  reliquie  del  profeta 
Jona  che  si  venerano  nella  chiesa  veneziana  di  s.  Apolli- 
nare, non  si  sa  da  chi  e  in  qual  modo  portate  dall'Assiria, 
dove  quest'  inspirato  di  Dio  visse  e  morì  otto  secoli  avanti 
Cristo  ;  e  poi  nomi  inesplicabili  di  strade,  di  luoghi,  di 
persone,  antichi  usi  e  instituzioni  che  si  cerca  di  spiegare 
alla  meglio,  sia  inventando  liberamente,  sia  appoggiandosi 
a  fatti  e  personaggi  storici  senza  ch'esisti  relazione  alcuna 
Tra  questi  e  quelli.  Esempio:  la  papessa  Giovanna,  donna 
che  secondo  una  leggenda  senza  fondamento  si  sarebbe 
impadronita  del  papato  nell'855,  e  precisamente  tra  il  pon-, 
tificato  di  Leone  IX  e  quello  di  Benedetto  IH.  La  singo- 
lare e  incredibile  leggenda  provenne  da  un  indice  falso 
nel  fine  del  settimo  libro  d'Ottone  di  Frisinga,  storico  del 
Barbarossa  e  quindi  vissuto  nel  secolo  duodecimo,  mentre 
il  bibliotecario  apostolico  Anastasio,  contemporaneo  di 
quei  due  pontefici  e  che  ne  scrisse  la  vita  (Liber  T'onti- 
Jìcalis)  non  solo  non  fa  alcuna  menzione  di  questa  Gio- 
vanna, che  alcuni  fanno  di  Magonza,  altri  anglica  od  ate- 
niese, ma  dice  chiaramente  che  dopo  la  morte  di  Leone  IV 
tutto  il  clero  romano,  i  principali  della  città  e  il  popolo 
si  radunarono  insieme  eleggendo  in  sua  vece,  per  comune 
consentimento,  il  virtuoso  Benedetto  (0.  Così  altri  bio- 
grafi, storici  o  cronisti  di  quel  tempo;  così  nelle  liste  dei 
papi   esistenti  nella  libreria  vaticana.  Ottone  di  Frisinga 


(1)  Platina,    Vite  de  Pontefici,    Venezia,  Tremezzino,  1563, 
pag.  1 19-120. 


—  52  — 

lesse  in  un  libro  di  certo  fra  Martino  intitolato:  'Delle 
cose  maravigliose  di  cEs>ma,  la  favola  di  Giovanna  che 
andò  con  un  suo  amante  in  Atene  per  instruirsi  e  che, 
venuta  in  Roma  con  tìnto  travestimento,  tanto  seppe  mo- 
strarsi di  spirito  culto  ed  eletto  da  procacciarsi  il  voto 
pubblico  come  successore  di  Leone  IV.  Un  giorno  però 
andando  a  s.  Giovanni  in  Laterano,  sorpresa  dai  dolori 
del  parto  tra  il  Colosseo  e  s.  Clemente,  avrebbe  dato  alla 
luce  il  frutto  dei  suoi  amori  con  un  famigliare  e  nel  me- 
desimo luogo  sarebbe  morta  dopo  due  anni  un  mese  e 
quattro  giorni  di  pontificato. 

Crede  il  Platina  che  l'origine  di  questa  favola  abbia 
fondamento  nella  vita  licenziosa  di  Giovanni  XII,  che 
resse  la  Chiesa  universale  nel  secolo  seguente  e  che  aveva 
una  concubina  per  nome  Giovanna  «  a  cui  cenni  si  regea 
forse  allora  il  Papato  »(i).  In  tal  caso  non  sarebbe  stato 
difficile  che  qualcuno  cominciasse  a  dire  che  la  vera  pa- 
drona del  soglio  fosse  Giovanna,  e  che  la  cosa,  ripeten- 
dosi di  bocca  in  bocca,  s'ampliasse  a  segno  d'appiccicarle 
il  titolo  di  papessa:  donde  la  leggenda  della  papessa  Gio- 
vanna con  tutte  le  frange  di  cui  suolsi  rivestire  un  simiL 
genere  di  narrazioni. 

Ricercando  accuratamente  il  primo  apparire  della  leg- 
genda e  il  modo  onde  fu  accreditata  e  le  circostanze  a 
cui  si  riferisce,  se  ne  scopre  la  falsità;  ma. non  sempre  è 


(i)  Ibid.  pag.  121  b.  Delle  favole  papali  nel  medioevo  trattò 
modernamente  con  profonda  scienza  e  con  critica  sottilissima, 
il  Dòllinger:  Die  Papslfabéln  des  fMittelalters.  Mùnchen,  1863. 


—  53  - 


facile  distinguere  quando  siamo  di  fronte  ad  un  vero  e 
proprio  ricordo  locale  o  ad  una  leggenda  autentica  e 
quando  di  fronte  a  un  racconto  posteriore  o  ad  una  falsa 
leggenda  (r). 

«.Sono  false  leggende  anche  quelle  d'im prestito,  o  di 
importazioni,  o  trasmigratrici,  cioè  quei  racconti  che  tra- 
sportati e  adattati  da  una  persona  ad  un'altra,  da  un 
luogo  ad  un  altro,  da  una  circostanza  a  un'altra  vengono 
sostanzialmente  ripetuti  in  tempi  diversi  e  che  in  certo 
modo  viaggiano  di  luogo  in  luogo  e  di  secolo  in  secolo. 
Naturalmente  tali  racconti  col  viaggiare  cambiano,  ma  i 
motivi  e  i  tratti  fondamentali,  a  cui  appunto  il  racconto 
deve  la  sua  diffusione,  rimangono.  Sono  per  lo  più  mo- 
tivi che  o  colla  favola  o  coll'aneddoto  o  colla  morale  de- 
rivano da  una  medesima  fonte,  come  per  esempio  dalla 
comune  mitologia  originaria  di  popoli  diversi  e  dispersi 
che  una  volta  formavano  un  popolo  solo.  Tempo  addietro 
si  spiegavano  in  tal  modo  molte  leggende  europee  che 
oggi  invece  si  credono  derivate  direttamente  dalle  indiane 
al  tempo  delle  crociate  e  localizzate  in  Europa  dai  tro- 
vatori. Lo  studio  della  letteratura  comparata  ha  fatto  co- 
noscere alcune  grandi  vie  per  cui  intere  categorie  di  leg- 
gende si  sono  diffuse  e  ci  ha  posti  in  grado  di  risalire  in 
molti  casi  direttamente  alla  fonte.  Per  constatare  con  si- 
curezza che  una  leggenda  è  importata,  conviene,  secondo 
i  principi  delle  fonti,  o  mostrare  chiaramente  le  tracce 
dell'importazione  o  almeno  poter  seguire  a  grado  a  grado 


(i)  Crivellucci,  Manuale  cit.,  pag.  83. 


—  54  — 

le  modificazioni  che  s'  incontrano  nelle  varie  versioni 
della  medesima  leggenda  in  modo  da  provare  che  sono 
varianti  di  un'  identica  tradizione;  una  relazione  lettera- 
ria, una  via  di  comunicazione  diretta  deve  almeno  in  ge- 
nerale esser  manifesta;  non  devono  mancare  tutti  gli 
anelli  di  congiunzione  intermedii  Ira  le  due  forme  di  j 
leggende  che  abbiamo  innanzi  ;  tale  mancanza  può  essere 
soltanto  surrogata  dalla  evidente  somiglianza  nella  ripro- 
zione  del  racconto  ,  come  talora  la  concordanza  tra  due 
fonti  basta  a  provare  con  sicurezza  la  derivazione  dell'  una 
dall'altra.  Molte  leggende  trasmigratrici  offrono  le  vite 
de'  Santi,  che  attribuiscono  gli  stessi  martini  e  miracoli 
a  diversi  Santi  di  tempi  diversi.  Talora  miti  e  leggende 
trasmigratrici  si  confondono  in  modo  particolare,  come 
quando  un  mito  in  qualcuna  delle  sue  forme  trasmigra 
da  un  luogo  ad  un  altro;  e  non  sempre  è  facile  distin- 
guere se  una  leggenda  molto  diffusa  è  importata  od  ori- 
ginaria. Ma  non  bisogna  confondere  tra  i  racconti  primi- 
tivi e  le  variazioni  posteriori;  poiché  un  racconto  per 
quanto,  trasmigrando,  diventi  favoloso,  può  originaria- 
mente esser  vero  (i).  » 

Come  esempio  di  congiunzione  tra  leggende  vere  e 
leggende  false  potrebbe  addursi  la  leggenda  di  Guglielmo 
Teli. 

Guglielmo  Teli  contadino  del  villaggio  di  Biirglen 
presso  Altorf  nel  cantone  svizzero  di  Uri  visse  tra  le  fine 
del  secolo  XIII  e  la  prima  metà  del  centennio  seguente. 


(i)  Crivellucci,  Manuale  cit..  pag.  84-85. 


Ora  avvenne  che  a  un  tal  Gessler,  il  quale  reggeva  tiran- 
nicamente quel  paese  per  conto  del  sire  germanico  Al- 
berto d'Asburgo  (si  sa  che  la  casa  d'Austria,  imperante 
dal  1273,  è  originaria  d'  Absburg  nel  cantone  svizzero  di 
Argovia),  venne  un  giorno  il  bel  ticchio  di  far  piantare 
una  pertica  con  sopra  il  berretto  ducale  sulla  piazza  del 
mercato  di  Altorf,  ordinando  che  tutti  i  passanti  doves- 
sero scoprirsi  il  capo  in  segno  d'ossequio  alla  casa  d'Au- 
stria. Ma  secondo  l'avviso  del  celebre  storico  Giovanni 
Miiller,  autore  appunto  della  Gsschichte  der  Schwei^er 
(Berna  1780),  questo  berretto  fu  elevato  invece  per  ranno- 
dare 1  fedeli  sudditi,  avversi  alla  lega  dei  tre  cantoni  (Uri, 
Schwyz  e  Unterwald)  sollevatisi  contro  gli  austriaci  op- 
pressori. Certo  é  che  un  grande  esercito  comandato  dal 
duca  Leopoldo  s'avanzò  contro  questi  tre  paesi  e  che  fu 
messo  in  completa  rotta  presso  Morgarten  (nel  cantone 
di  Zug)  il  16  novembre  13 15.  Difatti  ivi  si  eresse  una 
cappella,  ove  si  celebra  ogni  anno  un  servizio  divino  in 
commemorazione  di  quella  splendida  vittoria.  Uno  dei 
tre  capi  della  lega  contro  l'Austria  era  stato  un  Gualtiero 
Fiirst,  suocero  di  Guglielmo  Teli.  Quest'ultimo,  passando 
un  giorno  con  un  suo  figlioletto  dinanzi  alla  pertica  col 
berretto  ducale  ch'era  sulla  piazza  del  mercato  d' Altorf,. 
non  volle  scoprirsi  e  allora  il  Gessler  ordinò  che  in  pu- 
nizione della  mostrata  disobbedienza  egli  dovesse  tirare 
con  l'arco  contro  un  pomo  posto  sulla  testa  del  di  lui 
proprio  figlio.  Il  colpo  naturalmente  fallì  e  l' inviperito 
Gessler  vedendo  che  Guglielmo  teneva  nascosta  una  se- 
conda freccia  gli  domandò  il  perchè.  E  quegli  coraggio- 
samente lo  rimbeccò  soggiungendo  :  «  La  seconda  era  per 


—  56  — 

te  quando  la  prima  avesse  cólto  mio  figlio  ».  Allora  il 
governatore,  vieppiù  inasprito,  ordinò  che  si  legasse  il  ri- 
belle, o,  per  dirla  con  la  leggenda,  l'eroe  della  libertà  el- 
vetica, e  lo  si  conducesse  prigione  nel  suo  castello  di 
Kiissnacht,  passando  per  il  lago  di  Waldstatten.  Ma  per 
cagione  d'una  burrasca  Guglielmo  Teli,  valente  ed  esperto 
rematore,  fu  slegato  e  costretto  a  prendere  il  remo.  Di 
che  profittò  egli  assai  -volontieri  per  volgere  il  battello 
verso  la  riva  e  fuggirsene  nei  recessi  della  propinqua  mon- 
tagna per  mettersi  in  agguato  al  passaggio  del  Gessler, 
cui  tirò  difatti  una  mortale  frecciata.  Ciò  sarebbe  accaduto 
sul  finire  del  1507,  dal  quale  anno  principia  in  realtà  una 
serie  di  combattimenti  contro  l' Austria,  finiti  soltanto 
con  la  pace  di  Basilea  del  21  settembre  1499  che  ricono- 
sceva l'indipendenza  della  Confederazione  elvetica,  perchè 
ai  tre  Cantoni  già  mentovati  s'erano  poi  uniti  quelli  di 
Lucerna,  di  Zurigo,  di  Glarona,  di  Zug,  di  Berna  ecc. 

La  verità  del  fatto  relativo  a  Guglielmo  Teli,  sebbene 
ammessa  da  Giovanni  Muller,  è  controversa  dal  silenzio 
degli  scrittori  contemporanei,  dalla  sua  analogia  con  un 
avvenimento  narrato  dagli  storici  danesi  del  secolo  XII  e 
dall'inverosimiglianza  dei  particolari.  Inoltre  i  più  antichi 
storici  della  Svizzera  come  Giovanni  di  Winterthur  (Vi- 
todurus,  1349)  del  secolo  XIV  e  Corrado  Iustinger  di 
Berna  (1420)  che  viene  subito  dopo  non  fanno  alcuna 
menzione  di  questo  personaggio,  il  quale  apparisce  per  la 
prima  volta,  nella  cronica  del  Sarnen,  nel  1470;  più  tardi 
la  leggenda  venne  abbellita,  fra  altri  da  Egidio  Tschudi 
di  Glaris  o  Glarona  morto  nel  1542  e  particolarmente  dal 
Muller   nella   sua   mentovata    Geschichte   der  Schwei^er 


■'..:  '■  "'.  ' 


«dita  in  Berna  nel  1780,  così  che  fu  resa  popolare  dal 
dramma  del  famoso  tragico  tedesco  Giovanni  .Schiller, 
uno  dei  capi  della  scuola  romantica,  e  dall'opera  classica 
di  Gioachino  Rossini  che  contende  forse  al  barbiere  di  Si- 
viglia l'onore  di  chiamarsi  il  suo  capolavoro.  Eppure  l'emi- 
nente storico  e  filologo  svizzero  Hisely,  che  sia  nella 
'Dissertatio  historica  de  G.  Tellio,  libertatis  Helveticae 
vindice  pubblicata  a  Groninga  nel  1824,  come  nell'opera 
Guillaume  Teli  et  la  revolution  de  ijoy  stampata  a  Delft 
in  Olanda  nel  r826,  aveva  difesa  l'autenticità  della  storia 
di  Guglielmo  Teli,  ebbe  il  raro  merito  di  ricredersi  pub- 
blicamente e  di  stabilire  nel  suo  nuovo  lavoro  intitolato 
<I{echerches  critiques  sur  Ihistoire  de  Guillaume  Teli,  che 
-diede  alla  luce  in  Losanna  nel  1843,  cne  questa  storia  non 
è  che  una  leggenda  fondata  su  tradizioni  le  quali  non 
meritano  alcuna  fede. 

Leggende  affatto  analoghe  a  quella  di  Guglielmo  Teli 
si  trovano  nelle  tradizioni  di  vari  popoli  del  Nord,  come 
i  Danesi  e  gì'  Islandesi,  donde  penetrarono  in  Germania 
ed  in  Svizzera.  Certo  è  per  esempio  che  nei  documenti 
relativi  alle  antiche  leghe  federali  pubblicati  dal  Kopp  a 
Lucerna  nel  1835  {Urkunden  $ur  Geschichte  des  eidgenbs- 
sischen  Bundes)  non  é  fatta  menzione  d'alcun  podestà  o 
governatore  sedente  nel  castello  di  Kussnacht.  Per  questa, 
per  le  ragioni  suesposte  e  per  altre  ancora,  due  celebri  fi- 
lologhi  stranieri,  cioè  il  Grimm  nelle  sue  leggende  tedes- 
che {Deutsche  Sagen,  Berlin  1816-18,  2.a  ed.  1805,  3-a  ed. 
1891)  e  l'Ideler,  Die  Sage  vom  Schusse  des  Teli,  Berlino 
1836,  hanno  per  favolosa  del  tutto  questa  storiella  di  Gu- 
glielmo Teli,  che  fu  soggetto  di  componimento  anche  ad 


—  58  — 

una  delle  novelle  morali  di  Francesco  Soave  pubblicate 
in  parecchie  edizioni  a  cominciare  da  quella  di  Milano 
1782  fino  alle  più  recenti. 

Ma  ciò  nonostante  sull'area  ove  sarebbesi  scoperta  la 
casa  dell'eroe  fu  costruita  a  Biirglen,  nel  1522,  una  cap- 
pella ornata  di  pitture  raffiguranti  scene  di  sua  vita.  Ed 
a  Kiissnacht,  dove  si  pretende  che  risiedesse  il  Gessler, 
esiste  una  vecchia  cappella  di  Guglielmo  Teli  l'istau- 
rata nel  1834  ed  ornata  d' una  pittura  raffigurante  la 
morte  del  governatore  austriaco  con  la  seguente  inscri- 
zione : 

ICI    FUT    TUE,    PAR    TELL,    L'aRROGANT    GESSLER 

ET    NAQUIT    LA    NOBLE    LIBERTÉ    SUISSEJ 

COMBIEM     DE     TEMPS     CELLE-CI     VIVRA-T-ELLE 

LONGTEMPS,    SI    NOUS    ÉTIONS    NOS    A1EUX  ! 

Sulla  riva  orientale  del  lago  dei  Quattro  Cantoni 
(Vierwaldstaedter-See)  vi  è  la  stazione  apposita  de  laTells- 
platte  o  de  la  piattaforma  di  Guglielmo  Teli,  da  me  vi- 
sitata parecchi  anni  fa.  Sopra  una  rocca  che  s'insinua  nel 
lago  alle  falde  dell'  Axenberg  e' è  appunto  la  cosidetta 
cappella  di  Guglielmo  Teli,  aperta  dalla  parte  dell'acqua 
e  ornata  di  affreschi  grossolani.  Secondo  la  tradizione 
essa  fu  eretta  nel  1388  dal  cantone  di'Uri  nel  sito  ove  Gu- 
glielmo Teli  avrebbe  spiccato  un  salto  dal  battello  di  Gessler 
durante  la  tempesta;  ma  essa  è  evidentemente  d'un  tempo 
posteriore.  In  ogni  modo  il  culto  elvetico  per  l'eroe  della 
libertà    svizzera    non    ammette  restrizioni,  tanto  più  che 


'<".-?•. ■ .;  ' 


questo  culto  è  il  prodotto  di  un  sentimento  patrioticor 
che  rende  tutti  solidali  nell'adempimento  del  massimo 
dovere  d'un  cittadino •'  la  difesa  dell'indipendenza  na- 
zionale. 


LEZIONE  III. 


La  critica  delle  fonti 


La  leggenda  di  Guglielmo  Teli,  della  quale  ho  trat- 
tato nella  lezione  precedente,  fu  un  alito. possente  per  in- 
gagliardire negli  Elvetici  il  sentimento  unitario  e  patrio- 
tico  della  loro  nazionale  indipendenza.  Così,  pei  Vene- 
ziani, la  leggenda  che  s.  Marco  viaggiando  da  Alessandria 
ad  Aquileia  quale  missionario  della  fede  di  Cristo,  còlto 
da  fiera  procella,  approdasse  nelle  Isole  Reaitine  ove  ap- 
parvegli  un  angelo  che  lo  salutò  con  le  parole:  Pax  tibi, 
£Marce,  Evangelista  meus,  profetando  che  ivi  trovereb- 
bero riposo  e  venerazione  le  sue  mortali  reliquie  (i).  Con 
questa  leggenda  sparsa  nel  momento  in  cui  l' invasione 
dei  Franchi  (810)  nel  territorio  clodiense  (o  di  Chioggia) 


(i)  Difatti  nell' 829  avvenne  la  traslazione  del  corpo  di 
s.  Marco  da  Alessandria  d'  Egitto  per  opera  dei  .due  navigatori" 
Buono  da  Malamocco  e  Rustico  da  Torcello,  i  quali  riuscirono 
ad  ottenerne  la  consegna  dai  due  religiosi  greci  deputati  alla 
custodia  del  sacro  deposito,  che  poterono  sottrarre  alla  vista 
dei  doganieri  trasportandolo  in  un  corbaccio  coperto  di  carne 
porcina,  oggetto  d'orrore  pei  Musulmani. 


—  62  — 

aveva  costretto  il  ducato  veneziano  a  trasferire  la  propria 
capitale  da  Malamocco  a  Rialto,  cioè  nella  futura  Vene- 
zia, abilmente  e  solennemente  consacravasi  un  atto  poli- 
tico della  più  alta  importanza  per  cui  assicuravasi  l'unità 
del  nuovo  Stato,  la  grandezza  avvenire  della  Repubblica, 
la  cooperazione  di  tutte  le  classi  e  di  tutte  le  genti  delle 
isole,  già  rivali  tra  esse  per  misere  gare  di  preminenza, 
alla  prosperità  della  patria  comune.  Quegli  avveduti  re- 
pubblicani vollero  avere  per  sé  uno  speciale  patrono  che 
meglio  rispondesse  al  supremo  fine  di  unire  tutti  gli  abi- 
tanti della  Venezia  marittima  sotto  un  segnacolo  che  non 
fosse  di  greca  importazione,  come  s.  Teodoro,  lor  primo 
protettore,  ma  simboleggiasse  manifestamente  l'immuta- 
bile principio  d'emancipazione  da  straniera  signoria.  Per 
ciò  s.  Marco  divenne  l'emblema  sacro  della  patria,  il  suo 
grido  di  gioia  e  di  combattimento,  il  compagno  insepa- 
rabile di  ogni  solennità  nazionale,  esca  vigorosa  ai  più 
nobili  entusiasmi  e  alle  magnanime  imprese. 

Ecco  perchè  negli  antichi  racconti  classici,  come  ar- 
gutamente osserva  ilMommsen  nella  sua  Storia  di  Roma 
(Romische  Geschichte,  IX),  le  istituzioni  prische  del  po- 
polo, le  fondamenta  legittime  della  sua  vita  civile,  chiuse 
in  tradizioni  leggendarie,  si  traducevano  in  [fatto  vivo, 
fecondo  ed  efficace,  e  segnavan  la  via  al  sentimento  ci- 
vile. Così  la  storiella  dell'uccisione  di  Remo  da  parte  di 
Romolo,  perchè  avea  derise  le  basse  mura  da  lui  costruite 
a  difesa  di  Roma,  esprimeva  ed  imprimeva  l' indole  sacra 
alla  cinta  murale;  l'alto  ideale  della  supremazia  romana 
sulle  terre  del  Lazio,  il  sublime  concetto  della  nuova  pa- 
tria uscivano  fuori  dal   poema    dei   vittoriosi   Orazi  di 


■        -     - 

-  63  - 

Roma  disfidanti  i  tre  Curiazi  di  Alba  in  presenza  dei 
due  eserciti  per  decidere  quale  delle  due  città  comande- 
rebbe all'altra:  così  la  narrata  leggenda  di  s.  Marco  per  as- 
sicurare la  supremazia  di  Rialto  sulle  altre  isole  e  terre 
della  Venezia  marittima. 

Anche  nelle  sentenze  storiche,  negli  aneddoti,  nelle 
maniere  di  dire,  nei  modi  ecc.  avvengono  falsificazioni  e 
consapevoli  falsificazioni.  Chi  sa  dire  ad  esempio  in  quale 
documento  trovasi  registrata  la  sentenza  che  condannava 
a  morte  il  povero  Jornaretto,  cioè  Pietro  Faccioli,  gio- 
vane fornaio,  accusato  d'omicidio  sulla  persona  d'un  po- 
vero patrizio  (i),  perchè  trovato  vicino  al  luogo  del  delitto 
ed  in  possesso  dell'arma  feritrice  o  d'una  guaina  adatta- 
bile allo  stesso  pugnale  ? 

Eppure  vuoisi  eh'  egli  salisse  il  patibolo  fra  le  due 
colonne  della  piazzetta  di  s.  Marco  il  22  marzo  1507,  e 
che,  scopertasi  dipoi  la  sua  innocenza,  s'accendessero  dei 
lumi  all'esterno  della  chiesa  di  san  Marco  in  espiazione 
del  fallo  commesso  ed  in  suffragio  della  vittima  inno- 
cente. In  effetto  tra  i  due  vólti  superiori  del  lato  meri- 
dionale della  Basilica  (verso  il  Molo)  s'annicchia  un' ima- 
gi ne  della  Vergine,  innanzi  alla  quale  si  accendono  due 
ceri  al  suono  dell'  Angelo  vespertino  e  due  lampade  vi 
ardono  durante  la  notte.  Due  candele  nere  si  accende- 
vano dai  Confratelli  della  Morte,  al  tempo  della  Repub- 
blica, ad  ogni  sentenza  capitale  che  si  eseguiva  tra  le 
due  colonne  della  Piazzetta.  E  difatti  i  condannati  a 
morte,  prima  di  salire  sul  palco  ferale,  s'inginocchiavano 


(1)  Tassini,  Condanne  capitali,  pag.  124. 


—  64  - 


e  volgevano  il  capo  verso  quest'immagine  a  fine  d'otte- 
nere da  Dio,  con  l'intercessione  della  Madonna,  una  buona 
morte.  Ma,  riguardo  alle  dette  due  lampade,  non  è  vero 
che  sieno  colà  in  espiazione  dell'errore  giudiziario  perpe- 
tratosi a  danno  del  Faccioli,  perchè  la   spesa   dei    rispet- 
tivi   lumicini   si  faceva  anche  prima,  dalla  fabbriceria  di 
s.  Marco  per  lascito  di  un  marinaio   scampato   dal    nau- 
fragio e  giunto  a  s.  <£Warco  sano  e  salvo  mercè  l'invocato 
aiuto  della  Vergine   (San sovino,  Venezia  descritta,  1604, 
pag.  14).  Certo  è  che  la  pietosa  fine  del  Fornaretto  vive 
anche  oggi  nella  tradizione  popolare,  ma  non  è  autenti- 
cata dai  registri  Criminali  della  Quarantia  e  non  è  nem- 
meno  accennata    nei    'Diari   del    Sanuto,  che  riferiscono 
solitamente  i  più  minuti  particolari  d'ogni  fatto  notevole 
succeduto  in  Venezia.  Però  è  segnata  in  tutti  i  così  detti 
Registri  dei  giustiziati,   compilazioni    private   di  età  di- 
verse  che  si  trovano  manoscritte    nella    Biblioteca    Mar- 
ciana ed  altrove.  Ma  basta  che  il  primo  a  compilare  sif- 
fatti  registri    abbia   per  suo  capriccio  introdotto  anche  il 
caso  del  Fornaretto.  avvenuto  chi  sa  dove,  come  e  quando 
perchè  gli  altri  abbiano  copiato  tal  quale.  Cade  di  conse- 
guenza anche  la  storiella  narrata  dalla   stessa  tradizione 
che  innanzi  di  proferire  sentenze  capitali  fosse  raccoman- 
dato ai  giudici  di  usar  cautela,  ponderazione  ecc.  con  le 
parole  :   recordève  del  povero  Jorner.  Non  pertanto  egli 
fornì  argomento  a  romanzi  e  persino  a  un  dramma  del 
poeta  opitergino  Francesco  dalPOngaro(i),  morto  nel  1873. 


(1)  Il  Fornaretto,  dramma  storico,  Napoli,  Rossi  -  Romano 


Innumerevoli  poi  sono  i  motti  storici  assolutamente 
falsi.  Così  non  furono  mai  pronunciate  le  famose  parole 
di  Cambronne,  comandante  una  divisione  della  Vecchia 
Guardia  imperiale,  all'infausta  battaglia  di  Waterloo  nel 
Brabame  (vBelgio),  in  cui  i  Francesi  capitanati  dal  primo 
Napoleone  furono  disfatti  per  opera  dei  Tedeschi  e  degli 
Inglesi  condotti  dal  Wellington  e  dal  Bliicher  (18  giugno 
1815).  E  si  aggiunge  con  la  stessa  falsità  che  dopo  avere 
risposto  al  primo  invito  d'arrendersi  :  La  garde  meurt  et 
ne  se  rend  pas,  replicasse  poi,  al  secondo,  con  un'altra 
esclamazione,  anche  più  energica  e  più  concisa  ma  meno 
pulita,  sulla  quale  Victor  Hugo,  il  maggior  poeta  francese 
del  secolo  XIX,  ha  imbastito  un  bizzarro  commento  nei 
suoi  Misèrables  (t.  Ili  lib.  I,  2.a  parte,  cap.  15).  Certo  è 
che  il  Cambronne,  così  valoroso,  avrebbe  fatto  poco  onore 
al  suo  nome  con  lo  disdirsi  quasi  subito  dopo  aver  pro- 
nunciata la  frase  attribuitagli  dalia  leggenda,  perchè  s'ar- 
rese non  solo  con  la  sua  guardia  ma  anzi  che  morire  sul 
campo  egli  campò  altri  ventisett'  anni.  Il  motto  fu  dun- 
que una  pretta  invenzione  di  chi,  sei  giorni  dopo,  de- 
scrisse quella  memoranda  battaglia  nel  Journal  general 
de  Jrance  (24  giugno  181 5).  Anche  il  Brunschvigg  nel 
suo  recente  libro  su  Cambronne,  sa  vie  civile,  politi- 
qiie  et  militaire  (Nantes,  1894)  dedica  un  intero  capitolo 
al    motto   e   alla    frase   di    Waterloo,    notando    le    opi- 


1853.  Sta  nel  fase.  I  del  Teatro  Universale  Drammatico  e  nel 
415  del  Florilegio  Drammatico.  Fu  ristampato  a  Milano  (San- 
vito,   1861,  in-8). 


-   66  — 

nioni  affermative  o  negative  per  concludere  eh'  egli  non 
avrebbe  mai  pronunciata  né  la  frase  sublime  né  la  parola 
plebea. 

Così  dicasi  del  celebre  motto  di  Francesco  I  dopo  la 
battaglia  di  Pavia  del  25  febbraio  1525  contro  l'impera- 
tore Carlo  V.  Lo  sfortunato  monarca,  condotto  prigione 
il  dì  seguente  nella  rocca  di  Pizzighettone  scriveva  a  sua 
madre  (Luigia  di  Savoia)  a  proposito  dell'immane  cata- 
strofe (senza  contare  i  prigionieri,  perirono  più  d'ottomila 
francesi  tra  uccisi  in  battaglia  ed  affogati  nel  Ticino  du- 
rante la  fuga)  che  di  tutto  non  gii  era  rimasto  se  non 
l'onore  e  la  vita  (Henri  Martin,  Histoire  de  France, 
4.a  edizione,  1857,  tomo  Vili  pag.  67).  Da  queste  parole 
autentiche  del  re  chiaro  apparisce  come  sia  inesatto  il 
motto  che  la  tradizione  gli  attribuisce:  tout  est  perdu 
fors  V  honneur  ;  tutto  è  perduto  fuorché  T  onore  (1),  seb- 
bene il  famoso  Chateaubriand  scrivesse  nei  suoi  Etudes 
historiques  (t.  I,  pag.  128):  «  On  ne  retrouve  plus  l'origi- 
nai du  fameux  billet,  Tout  est  perdu  fors  l' honneur  ;  mais 
la  France,  qui  Faurait  écrit,  le  tient  pour  authentique  ». 
Fatto  è  che  il  viglietto  non  esiste  e  eh'  esiste  invece  la 
lettera  del  re  medesimo,  la  quale  tronca  ogni  questione 
sulla  veridicità  del  motto. 

Quanto  poi  alla  tradizione  scritta,  cioè  alle  inscrizioni 
storiche,  la  maniera  di  falsificazione  e  i  criteri  per  isco- 
prirla  sono  gli  stessi  per  tutte.  E  solo  da  ricordare  come 


(1)  V.  anche  Fournier,  L'esprit  dans  V  histoire,  recherches  et 
curiositès  sur  les  mots  historiques,  3.1*  edix.,   1879. 


-  67  _ 

caso  singolare  quello  di  alcuni  re  egiziani  che  invece  di 
farsi  fare  apposta  le  inscrizioni  per  sé  fecero  levare  con 
lo  scalpello  i  nomi  dei  loro  predecessori  dalle  epigrafi  a 
•questi  dedicate  per  incidervi  il  proprio,  non  curando,  a 
forse  anche  col  proposito,  che  così  fossero  ad  essi  attri- 
buiti fatti  e  geste  altrui  (i). 

Vera  palestra  di  falsificazioni  leggendarie  o  consape- 
volmente escogitate  sono  state  finora  le  genealogie.  Va- 
nità di  famiglia  e  boria  nazionale  hanno  fatto  cose  incre- 
dibili per  riconnettere  1'  origine  della  case  regnanti,  dei 
principi,  dei  patrizi  ad  antichi  eroi,  a  grandi  personaggi, 
a  santi  o  sante  ecc.  Così  i  patrizi  Contarmi  di  Venezia 
vogliono  discendere  dagli  Aurelii  Cotta  di  Roma,  spediti 
come  prefetti  del  Reno:  dunque  Cotta  Rheni,  Conti  del 
Reno;  i  Giustinian  nientemeno  che  dall'omonimo  impe- 
ratore d'  Oriente,  1'  autore  del  famoso  Codice  che  da  lui 
appunto  s'intitola  e  comprendente  le  leggi  civili  degli  an- 
tichi romani,  fondamento  dell'universale  giurisprudenza; 
i  Loredan  dai  Mainardi,  discendenti  di  Muzio  Scevola 
sopranomato  in  Roma  manum  arduo  dopo  che,  fallito- 
gli il  colpo  per  uccidere  Porsenna  re  degli  Etruschi,  stese 
la  destra  sopra  un  braciere  lasciandovela  bruciare  per  mo- 
strar qual  fosse  la  sua  forza  d'animo  ;  i  Marcello  dalla 
gente  Claudia  Marcella,  celebre  nei  fasti  consolari  della 
antica  Roma;  i  Memmo  dalla  gente  Memmia  di  Roma, 
tra  cui  i  tribuni  Caio  e  Gemello;  i  Querini  dalla  gente 
Sulpizia   di  Roma,  chiamata  anche  Galbaia  o  Galbana  e 


(i)  Crivellucci,  Manuale  cit.,  pag.  85-86. 


-  G8  — 

celebre  per  aver  prodotto  quel  Galba  imperatore  ohe,  suc- 
ceduto a  Nerone  nel  68  d.  C,  fu  assassinato  dai  suoi  sol- 
dati dopo  un  solo  anno  di  regno;  i  Sanudo  dai  Livii,. 
trasferitisi  da  Roma  a  Padova,  e  quindi  dal  celebre  sto- 
rico Tito;  i  Venier  dalla  gente  Aurei  in  di  Roma,  cui  ap- 
partennero gì'  imperatori  Valeriana  e  Gallieno;  gli  Zeno- 
dalia  gente  Fannia  di  Roma,  che  produsse  due  imperatori 
d'Oriente:  Zenone  e  Leone  II.  Appartiene  a  questo  genere 
di  falsificazioni  il  Campidoglio  'Veneto  del  Cappella  ri,  che 
trovasi  in  manoscritto  alla  Biblioteca  Marciana  di  Vene- 
zia, e  l'opera  genealogica  di  Je'ró  ne  Vignier  intitolatala 
véritable  origine  des  très  illustres  maisons  d'  Alsace,  de 
Lorraine,  d'Aulriche  ezc.  pubblicata  nel  1640,  dove  il  pa- 
dre di  s.  Odilia  è  posto  come  capostipite,  mentre  come 
tale  viene  considerato  Everardo  III  conte  d'Alsazia  ed  in 
prova  vengono  addotti  dall'autore  frammenti  d'una  bio- 
grafia di  santi  da  lui  imaginata.  Cfr.  in  proposito  il  Havet, 
Questioni  mérov'nigienncs-,  nella  mentovata  Bibliothéque 
de  l  école  des  chartes  del  1885  (voi.  XXX XV,  pag.  2Ór 
e  seg.). 

Ma  che  dire  delle  origini  poco  men  che  celesti  a  cui 
prestano  fede  certuni  ?  i  romani  Emilì  ad  esempio  vo- 
glionsi  discesi  da  Emilio  secondo  figlio  di  Ascanio  e 
quindi  nipote  di  Enea;  i  Pompon?  da  Numa  Pompilio 
secondo  re  di  Roma,  fondatore  del  tempio  di  Giano  e 
della  legislazione  religiosa  dei  Romani.  Perfino  lo  stesso 
Gregorovius  {Geschichte  der  Stadt  cHpm  im  mittelaltersy 
IV,  12),  ricercando  tutte  le  stille  di  sangue  germanico  che 
nelle  famiglie  romane  si  son  frammischiate,  esce  in  fan- 
tasie non  degne  di  lui.  Poco  male  che  rivendichi  origine 


longobarda  alla  contessa  Matilde  di  Toscana  e  al  monaco 
Ildebrando  (ibid.  IV,  161,  172),  cioè  l'austero  Gregorio  VII 
•di  Soana  in  quel  di  Grosseto;  ma  non  può  essergli  per- 
messa la  duplice  affermazione  che  gli  Orsini  di  Roma 
(cui  appartennero  Nicolò  III  e  Benedetta  XIII)  tragganj 
origine  da  un  Orso,  cioè  da  un  B'ir  germanico  (V,  39), 
mentre  provengono  di  certo  da  un  Orso  Orsini, di  Piti- 
gliano  nelle  Maremme  toscane,  senatore  di  Roma  nel 
1190:  e  che  pervia  di  Bonipert  i  Bonaparte  vengati  d'ori- 
gine longobarda  (IV,  161)  quando  parmi  assodato  che  de- 
rivino piuttosto  da  quell'antica  casa  italiana  conosciuta  a 
Treviso  dal  1:78  nella  persona  di  un  Joanies  de  Bona- 
parte  de  Tarvisio,  co is ni  et  recto r  (Stefani  e  Beretta,  Le 
antichità  dei  ^Bonapirte,  Venezia,  1857). 

Anche  gli  annali  e  le  croniche  porgono  un  largo  con- 
tingente alle  falsificazioni.  In  ogni  tempo  se  ne  falsifica- 
rono, in  tutto  od  in  parte,  e  il  più  delle  volte  per  vanità 
o  per  ambizione  di  colmar  lacune.  Non  temettero  di 
farlo  uomini  insigni,  specie  tra  gli  umanisti,  come  ad 
esempio  l'abate  Giovanni  Tritemio,  tedescamente  Trit- 
heim,  che,  per  far  pompa  di  citazioni,  compose  un'antica 
cronaca  franca  pubblicata  a  Magonza  nel  1315  sorto  il  ti- 
tolo di  Compendium  sive  breviarium  chronicorum  de  orì- 
gine gentis  et  regum  Fr ancor um  ad  Pippinium,  ristam- 
pata a  Parigi  nel  1639,  inserita  nel  3.0  tomo  degli  storici 
di  Schard  (Opus  historicum  de  rebus  Germanicus,  Basilea, 
1374)  e  riedita  a  Giessen  in  Assia  Darmstadt  nel  1673, 
sebbene  non  sia  che  un  tessuto  di  favole  (1). 


(1)  Il  Tritemio  fecesi  malamente  ad  imitare  Gregorio  di  Tours^ 


—  70  — 

Il  Bernhardi  dimostrò  in  una  monografia  intitolata: 
Matteo  di  Giovi nazzo,  eine  Fà'lschung  des  sech^ehnten 
Iahrhundert,  pubblicata  a  Berlino  nel  1868  che  i  Diurnali 
o  Notamenti  dei  XIII  secolo  di  Matteo  Spinelli  da  Giovi- 
nazzo  nel  Barese,  editi  nel  t,  VII  dei  Rer.  Ital.  Script. 
del  Muratori,  non  sono  che  una  falsificazione  del  sec.  XVI. 
E  lo  Scheffer-Boichorst  dimostrò  nei  Florentiner  Studien 
pubblicati  a  Lipsia  nel  1874  che  Y  Istoria  Fiorentina  dei 
due  Maiespini  (Ricordano  e  Giacotto),  edita  nel  detto 
t.  VII  del  Muratori,  non  è  del  secolo  XIII  e  anteriore  al 
Villani  (la  cui  Cronica,  riedita  non  ha  guari  dal  Durando, 
si  legge  pure  nel  Muratori)  ma  una  falsificazione  del  se- 
colo XIV,  da  cui  certo  non  attinse  quest'insigne  autore, 
fatta  allo  scopo  di  glorificare  la  famiglia  Bonaguisi,  tra  la 
quale  e  la  famiglia  Medici  era  in  trattative  un  matrimonio 
(Lami,  in  oArch.  stor.  Ital.  i8jo).  Non  così  parrebbe  la 
cronaca  pur  fiorentina  di  Dino  Compagni  (Muratori,  t.  IX), 
morto  nel  1323  ed  uno  degl'  iniziatori  del  reggimento  de- 
mocratico, ripubblicata  a  Firenze  dal  Manni  nel  1728,  a 
Prato  nel  1846,  a  Firenze  (ancora)  nel  1871,  e,  in  ultimo, 
da  Isidoro  del  Lungo  nei  tre  tomi  del  Le  Monnier  che  vi- 
dero la  luce  in  questi  ultimi  anni  col  titolo  IDino  Com- 


vissuto  nel  secolo  sesto  ed  autore  d'una  storia  civile  ed  eccle- 
siastica dei  Franchi,  ove  la  leggenda  prevale.  Una  cronaca  me- 
dievale che  può  servir  d'esempio  per  la  veridica  narrazione  dei 
fatti  è  quella  invece  di  fra  Salimbene  da  Parma  (v.  l'ed.  del  1857) 
che  narra  gli  avvenimenti  politici  seguiti  dal  1167  al  1287  con 
singolare  precisione  e  cogniiione.  Balzani,  Le  cronache  italiane  nel 
medioevo,  Milano,  Hoepli,  1884. 


71  — 


pugni  e  la  sua  cronaca  (;)•  Ma  il  filologo  pistoiese  Pietro 
Fanfani,  morto  nel  1879,  aveva  pubblicato  a  Milano,  nel 
1874,  un  libro  intitolato  «  Dino  Compagni  vendicato  dal- 
l'ingiuria di. aver  scritto  la  cronaca  fiorentina»  che  però 
sta  ben  al  disotto  delle  ragioni,  in  favore  della,  sua  auten- 
ticità, opposte  magistralmente  da  Isidoro  del  Lungo,  il 
quale  consacrò  molti  anni  di  studio  al  solvimento  d'una 
tal  questione,  sebbene  occupato  (con  altri  Deputati  della 
Accademia)  anche  nella  compilazione  della  5.a  impressione 
del  Vocabolario  della  Crusca  Ha  prima  comparve  a  Ve- 
nezia nel  1612)  che  va  stampando  il  Le  Monnier  a  spese 
del  Ministero  della  Pubblica  Istruzione  e  la  cui  compila- 
zione era  giunta,  alla  fine  del  18)9,  alla  parola  libbra. 

La  critica  delle  fonti  storiche,  ossia  la  letteratura  re- 
lativa alla  recensione  e  al  giudizio  delle  opere  storiche,  è 
necessaria  per  qualunque  voglia  un  po' approfondirsi  nello 
studio  della  storia  e  nelle  singole  trattazioni  speciali.  Per 
esempio  s'io  voglio  fare  un  lavoro  sul  Machiavelli  dovrò 
conoscere  prima  di  tutto  quali  furono  gli  scritti  ch'esami- 
narono e  giudicarono  le  sue  opere  principali  come  le  Isto- 
rie fiorentine  (2),  Il  principe  ecc.,  che  ne  notarono  i  pregi, 


(1)  Firenze,  Le  Monnier,  2  volumi  in  tre  parti  nel  1879,  e 
in  tre  volumi  nel   1887, 

(2)  Le  Istorie  sono  divise  in  otto  libri,  il  primo  dei  quali, 
attinto  in  gran  parte  dalle  Decadi  di  Flavio  Biondo,  tratta 
della  storia  d' Italia  nel  medioevo  sino  al  quarto  decennio  del 
secolo  XV.  Il  resto  però  del  suo  lavoro  è  affatto  originale, 
ma  occorrerebbe  per  esempio  accertare  P  esattezza  dei  fatti  e 
dei  documenti  là  dove  li  volge  a  profìtto  delle  proprie  dottrine 
politiche. 


—  72  - 

gli  errori  e  i  difetti,  che  descrissero  la  vita  dell'autore  e 
i  suoi  tempi.  Quindi  prenderò  in  mano  e  il  Gioda  che 
scrisse  un  libro  intitolato  £A(\  oM.  e  lj  sue  opere  (pub.  a 
Firenze  nel  1874Ì  e  il  Nini  (oM.  nella  vita  e  nelle  opere, 
Napoli  1S76)  e  i  Carducci,  che  ne  trattò  in  Studi  letterari 
editi  a  Livorno  nel  18S0,  e  il  Villari  coi  suoi  tre  famosi 
volumi  su  J\Q.  M.  e  i  suoi  tempi  illustrati  con  nuovi  do- 
cumenti (Firenze  1877  -82)  e  il  Tomrrusini  con  La  vita  e 
gli  scritti  di  N.  M.  (storia  ed  esame  critico,  Roma,  For- 
zarli, 1883;  e  il  Mariano  coi  suoi  Saggi  (Biografi  e  critici 
del  M.)  pubblicati  a  Napoli  nel  1886  e  il  Bertolini  con  un 
pregevole  articolo  inserito  nella  Nuova  (antologia  del  15 
novembre  18S2  su  N  M.  e  i  suoi  tempi  e  il  De  Sanctis 
nella  sua  Storia  della  lett.  ital.  e  il  Macaulay  in  uno  dei 
suoi  notissimi  saggi  [Criticai  ani  historical  Essay  nella 
Tauchnit^  Edition),  tradotta  anche  in  italiano.  Così  dicasi 
del  Guicciardini  autore  della  Storia  d'Italia,  opera  d'un 
merito  incontestato,  quantunque  non  scevra  da  pecca  di 
parzialità.  Ma  bisogna  notare  eh' ei  fu  per  qualche  tempo 
comandante  delle  milizie  papali,  che  amministrò  la  Ro- 
magna sotto  Clemente  VII  (Giulio  de'  Medici)  e  che  con- 
tribuì a  rovesciare  la  repubblica  di  Firenze,  rialzando  il 
trono  mediceo.  Veggansi  :  il  Ranalli  nelle  sue  Legioni  di 
storia  (lez.  XVI  e  seg.)  date  alla  luce  in  Firenze  nel  1867; 
il  celebre  Ranke,  che,  sulla  veridicità  della  storia  del 
Guicciardini,  scrisse  in  un  libro  stampato  a  Berlino  nel 
1874  e  intitolato  appunto:  Zur  kritik  der  neueren  Ge- 
schichtschreiber;  il  pur  famoso  critico  Francesco  De  Sanctis 
nei  Nuovi  saggi  critici  (Napoli,  1879,  pag.  201  e  seg.)  col 
titolo  U  uomo  savio  del  Guicciardini  ;  il  Gioda  che  pub- 


i'Ó    — 


blicò  a  Bologna  nel  1880  un  libro  intitolato  Guicciardini 
e  le  sue  opere  inedite;  il  Paoli  ne  Gli  scrittori  politici  del 
.500111  Vita  italiana  del  cinquecento,  Milano,  Treves,  «894; 
il  Rossi,  F.  G.  e  il  Governo  fiorentino  dal  1527  al  154° 
"(con  nuovi  documenti),  Zanichelli,  Bologna  1896  (i°.  voi.) 
•e  1899  (2.0  voi.).  —  E  se  doveste  studiare,  per  esempio,  la 
•storia  del  concilio  di  Trento,  quali  opere  scegliereste  tra 
le  prime?  Evidentemente  quella  di  fra  Paolo  Sarpi  pub- 
blicata (1)  col  pseudonimo  di  Pietro  Soave  Polano  (ana- 
gramma di  Paolo  Sarpi  Veneto)  e  l'altra  del  cardinale 
Sforza  Pallavicino,  gesuita.  Sono  due  storici  classici  ma 
di  partito  e  quindi  come  giustamente  avverte  il  Masi  (La 
vita  italiana  mi  seicento,  Milano,  Treves,  1895:  La  rea- 
zione cattolica)  queste  due  storie,  di  cui  la  nostra  Biblio- 
teca Universitaria  possiede  parecchi  esemplari  di  edizione 
diversa,  sono  talmente  agli  antipodi  che  il  mondo  cri- 
stiano è  diviso  in  due  nel  giudicarle  allo  stesso  modo 
di' è  diviso  in  due  nell' apprezzare  prò  o  contro  l'opera 
del  Concilio  di  Trento.  Certo  l'uno,  il  Sarpi,  che  nono- 
stante una  mente  superiore  per  acutezza  e  dottrina  tras- 
modò talvolta  nei  suoi  giudizi  per  spirito  di  servilità 
verso  il  Governo,  della  Veneta  Repubblica,  di  cui  era  teo- 
logo consultore,  sino  quasi  a  difendere  idee  assolutamente 
incompatibili  col  movimento  progressivo  della  civiltà,  in- 
terpretò le  decisioni  conciliari  dal  punto  di  vista  dell' in- 


(1)  Fu  pubblicata  a  Londra  (Billio,  1619),  senza  il  consen- 
timento dell'  autore,  da  un  vescovo  apostata  :  Marcantonio  De 
Dominis. 


74  — 


teresse  e  della  ragione  di  Stato;  1'  altro,  il  gesuita  Pai- 
lavicino,  scrisse  dal  punto  di  vista  della  Chiesa  e  del  Pa- 
pato, confutando  il  Sarpi  in  modo  sì  arditamente  capzioso 
da  invogliare  di  primo  acchito  anche  i  più  titubanti  a 
dar  torto  a  quest'  ultimo.  11  vero  è  che  1'  uno,  dominato 
dal  più  intenso  amor  di  patria,  lottò  sempre  per  essa  con- 
tro le  credute  usurpazioni  di  Roma  e  quindi  scrisse  con 
l'animo  appassionato  e  prono  al  biasimo;  l'altro  scrisse 
per  commissione  dei  suo  Ordine,  ch'era  stato  il  grande 
inspiratore  e  maneggiatore  del  concilio  di  Trento  e  quindi 
fu  giudice  parziale.  Chi  però  volesse  formarsi  un  esatto 
criterio  delle  loro  opere  dovrebbe  studiare  anche  la  vita 
dei  rispettivi  autori,  perchè,  come  vedremo  nelle  seguenti 
lezioni,  il  giudizio  sulla  veridicità  del  racconto  dipende 
in  parte  dal  giudizio  che  possiamo  fare  sull'individualitàr 
sul  carattere  e  sull'attendibilità  dell'autore.  Dunque  per 
il  Pallavicino,  oltre  che  compulsare  i  suoi  biografi  e  quanto 
ne  scrisse  il  Fontanini  nella  Biblioteca  dell'  Eloquenza  ita- 
liana (I,  485  e  seg.),  dovremo  tener  conto  della  sua  qua- 
lità di  membro  dell'ordine  dei  Gesuiti,  il  più  importante 
di  tutti  per  la  potenza  della  sua  organizzazione,  per  la 
disciplina  dei  suoi  adepti,  per  la  grandezza  dei  suoi  di- 
segni e  per  la  violenza  e  la  persistenza  delle  ire,  a  torto 
od  a  ragione,  suscitate  contro  di  esso. 

E  per  il  Sarpi  occorre  studiare  le  questioni  che,  nei 
primordi  del  secolo  XVII,  diedero  origine  alla  famosa  con- 
troversia tra  la  Serenissima  e  la  santa  sede,  alla  disputa  tra 
i  seguaci  del  jus  principatus  e  quelli  déijus  ecclesiae,  agli 
scritti  pubblicatisi  a  favore  o  contro,  tra'quali  il  ben  noto 
Trattato  dell'interdetto  con  cui  il  Sarpi,  giudicando  le  at- 


—  75  — 

tribuzioni  della  Chiesa  limitate  alla  podestà  puramente 
spirituale,  dimostrava  come  fosse  dovere  del  principe  di 
opporsi  ad  ogni  abuso  di  potere  ed  all'esecuzione  di  or- 
dini contrari  alla  suprema  ragione  di  Stato.  Ma  ripeta 
che  il  Sarpi  come  teologo  consultore  della  Repubblica 
doveva  sostenerne  le  ragioni,  e  tutto  sta  nel  ricercare  ap- 
punto in  qual  parte  abbia  egli  trasmodato  in  questa  di- 
fesa degl'  interessi  politici.  Certo  che  bisognerebbe  per 
esempio  combattere  energicamente  l'accusa  d'eretico  lan- 
ciata contro  di  lui  con  tanta  leggerezza,  perdi*  egli  visse 
e  morì  cristianamente,  come  fanno  fede  e  il  suo  compa- 
gno Fulgenzio  Micanzio  nella  Vita  di  fra  "Paolo  Sarpi 
(nelle  Opere  sarpiane,  Venezia,  Meietti,  1687)  e  il  Grise- 
lini  nelle  ^Memorie  aneedotiche  spettanti  alla  vita  di  fra 
*P.  S.  (Losanna  1760)  e  nella  Biografìa  di  fra  P.  S.  del 
Bianchi  Giovini  (Zurigo  1846)  e  nello  Studio  recente  del 
Pascolato  {Jra  "Paolo  Sarpi,  Milano,  Hoepli,  1893)  e  nella 
Storia  arcana  della  vita  di  fra  "Paolo  scritta  non  da  mon- 
signor Giulio  Fontanini,  come  si  legge  nell'edizione  dello 
Zerletti  di  Venezia  del  1803  ma  dal  padre  domenicano 
Barnaba  Vaerini,  come  si  trae  dall'intestazione  del  suo 
proprio  manoscritto  eh' è  nel  cod.  1846  ci.  VII  alla  Mar- 
ciana e  dall'annotazione  20  luglio  1771  degl'Inquisitori  dì 
Stato  circa  al  processo  a  lui  fatto  come  autore  dell'opera 
medesima  (Atti  del  R.  Istituto  Ven.,  ser.  VII,  t.  Ili,  1891- 
92).  E  le  note  iniziali  D.  G.  F.  A.,  da  cui  si  dedusse  l'ipo- 
tetico nome,  anzi  che  don  Giusto  Fontanini  arcivescovo 
indicavano   l' editore   don  Giuseppe  Ferrari  arciprete. 

Prendiamo  ora  il  nostro  Enrico  Caterino  Davila,  nato 
a  Piòve'  di  Sacco  nel    1376   ma   vissuto  lungo   tempo   in 


suolo  francese,  dove  fu  anche  valoroso  soldato,  ed  ebbe  la 
protezione  di  Caterina  de'Medici,  figlia  di  Lorenzo  e  mo- 
glie di  Enrico  II,  reggente  di  Francia  durante  la  mino- 
rità di  Carlo  IX.  La  sua  Storia  delle  guerre  .civili  di  Jr an- 
cia fu  pubblicata  per  la  prima  volta  in  Venezia  da  To- 
maso Baglioni  nel  1630;  ma  ebbe  l'onore  di  parecchie  ri- 
stampe e  traduzioni  in  francese  (Lione  1642,  Parigi  1644 
ecc.),  in  spagnuolo  (Madrid  1651),  in  inglese  (Londra  i655) 
e  persino  in  latino  (Roma  1745).  Fra  le  numerose  edi- 
zioni italiane  pubblicate  nei  secoli  XVII  e  XVIII  primeg- 
gia quella  di  Venezia  del  1733.  La  Biblioteca  Universitaria 
di  Padova  possiede  invece  quella  del  Grimani  di  Venezia, 
1664  (P-  l7S\  del  Voltolini  pure  di  Venezia  del  1741  (56- 
334)  e  del  Fontana  di  Milano  del  1829  (30-976). 

L'opera  del  Davila  è  una  fonte  preziosa  per  la  storia 
dell'  ultima  metà  del  secolo  XVI  ;  ma  sarebbe  un  esage- 
rarne il  valore  ponendola  allo  stesso  livello  che  F  Istoria 
di  Firenze  del  Machiavelli  o  la  Storia  d' Italia  del  Guic- 
ciardini. Forse,  come  quest'ultimo,  il  Davila  pecca  talvolta 
•di  eccessiva  parzialità,  segnatamente  là  dove  tratta  di 
Caterina  de'  Medici,  sua  protettrice,  di  cui  certi  storici 
francesi,  esagerando  in  senso  inverso,  fanno  addirittura 
un  mostro  di  perfidia.  Ma  in  ogni  modo  e  per  lo  stile 
corretto  e  per  1'  eccellente  orditura  e  per  la  veridicità  della 
narrazione  spetta  al  Davila  un  posto  ragguardevole  tra  gli 
scrittori  di  storia. 

Se  non  che  per  poter  dare  un  retto  giudizio  della  sua 
opera  anche  in  quella  parte  che  tratta  di  Caterina  de'Me- 
dici occorrerebbe  fare  un  raffronto  tra  ciò  che  ne  dice  lui 
€  quello  che  di  essa  espongono  gli  altri  scrittori,  comin- 


ciancio  dai  contemporanei  come  ad  esempio  il  Mathieu, 
Histoire  des  derniers  troubies  de  France,  Lyon  t  594,  per 
finire  al  principe  dei  critici  germanici  del  nostro  tempo, 
Leopoldo  Ranke,  autore  tra  altro  de  la  Jran\osische  Ge- 
scììicìite  vornehmlich  des  sech^ehntc:i  irid  sieb\ehnten  Iahr- 
hundertes,  Stuttgart  und  Augsburg,  1856  (B.  E.  218  della 
nostra  Bibl.  Univ.,  voi.  3).  Inoltre  non  si  dovrebbe  trascurare 
né  la  biografia  del  Davila  di  Apostolo  Zeno,  premessa  alla 
edizione  di  Venezia  1733,  che  è  la  migliore  di  tutte,  né  la 
Vita  di  Caterina  de'  Medici  stampata  a  Firenze  dall'Al- 
beri nel  1838(1). 

Ora  supponiamo  che  qualcuno  di  voi  intenda  fare 
uno  studio  sulla  Riforma  religiosa  del  secolo  XVI:  quali 
opere  dovrebbe  principalmente  consultare?  Storici  pecu- 
liari della  Riforma  furono  veramente  il  Janssen  ed  il' 
Ranke,  quest'ultimo  protestante,  professore  all'Università 
di  Berlino,  dove  morì  nel  1886,  ed  autore,  oltre  che  della 
mentovata  Storia  francese  e  d'altre  rinomate  pubblica- 
zioni, della  «  Deutsche  Geschichte  im  Zeitalter  der  Refor- 
mation  »  stampata  in  varie  edizioni  berlinesi,  tra  cui  quella 
del  1852  posseduta  dalla  nostra  Biblioteca  Universitaria 
(B.  E.  73).  Se  non  che  questo  lavoro,  il  migliore  di  tanto 
maestro,  e  per  cui  egli  consultò  importanti  fonti  inesplo- 
rate, ebbe  per  fine,  sebbene  affetti  molta  imparzialità,  di 
glorificare  Lutero  e  la  sua  opera  e  di  attenuare  i  fatti  a 
carico  del  riformatore  e  dei  suoi  discepoli.  A  questa  pub- 


fi)  V.  anche  l'articolo  ad  essa  favorevole  in  Revue  hUtorique, 
mai-juin   1900:  Les  idèes  morales  de  Catherine  de  Médicis. 


blicazione  bisogna  contrapporre  l'eccellente  Histoire  de 
la  %éformation  du  sei\ìhne  siede  di  Merle  d'  Aubigne'  e 
i  due  volumi  del  prete  bavarese  Giovanni  Janssen  tra- 
dotti in  francese  (dalla  i4.a  edizione  della  sua  Geschichte 
des  deutschen  Volkes  ecc.)  col  titolo  L  oAHemagne  et  la 
Riforme  e  stampati  a  Parigi  dal  Plon  prima  tra  il  18S7 
e  il  1889,  poi  nel  1895. 

Ma  il  Janssen,  protonotario  apostolico,  fu  il  campione 
del  partito  ultramontano,  sicché  la  sua  opera  è  natural- 
mente inspirata  da  uno  spirito  e  da  un  sentimento  con- 
trari affatto  a  quelli  del  Ranke.  Così  nella  sua  Geschichte 
des  deutschen  Volkes  seit  dem  oAusgang  des  Mittelalters 
{Friburgo  1877-86,  5  voi.,  i4.a  ediz.)  ch'esiste  anche  alla 
nostra  Biblioteca  Universitaria  (O.  G.  182),  e  in  cui  egli 
si  sforza  di  mostrare  che  lo  stato  della  Germania  era  fio- 
rente al  principio-  del  secolo  XVI  e  che  la  Riforma  an- 
nientò questa  prosperità,  egli  vi  attacca  di  fatti  i  riforma- 
tori con  una  violenza  che  gli  procacciò  1'  accusa  d'  aver 
snaturati  i  documenti  :  accusa  eh'  egli  ribattè  però  vigoro- 
samente in  una  serie  di  polemiche  e  in  due  libri  da  lui 
pubblicati,  contro  queste  critiche,  nel  1882  e  nel  1883. 

L'opera  del  Janssen  ha  non  pertanto  un  valore  indi- 
scutibile e  produsse  in  Germania  una  grande  impressione. 

Il  Boselli  che  pubblicò  a  Parigi  nel  1895,  "coi  tipi  del 
Picard,  un  libro  di  circa  250  pagine  su  La  Ré/orme  en 
Allemagne  et  en  France  non  teme  di  paragonare  1'  opera 
del  Janssen,  sì  per  la  sua  orditura  e  per  la  quantità  di 
materiali  accumulati,  come  per  l'erudizione  e  il  modo  di 
ragionare,  a  quella  del  Taine,  il  principe  dei  critici  e  sto- 
rici francesi  contemporanei  Sur  les  origines  de  la  Jrance 


__ 


contemporaine,  mirabile  ricostruzione  della  storia  della 
Rivoluzione  francese  e  specialmente  della  società  francese 
sotto  la  Rivoluzione. 

Ma  prima  del  Ranke  e  del  Janssen  aveva  trattato 
l'ampio  soggetto  il  calvinista  Guizot  nella  sua  celebre  Hi- 
stoire  generale  de  la  civilisation  en  Europe,  cui  seguì  la 
Histoire  generale  de  la  civilisation  en  Jrancz:  (due  corsi 
di  quella  storia  moderna  eh'  ei  professò  alla  Sorbona  con 
tanta  maestrìa  dal  1828  al  1830  (32707  della  Biblioteca 
Universitaria  di  Padova).  Al  Guizot  rispose  il  filosofo 
spagnuolo  Giacomo  Balmes  in  un  libro  intitolato  el  Pro- 
testantismo comparado  con  el  catolicismo  en  sus  relaciones 
con  la  civilisacion  europea,  pubblicato  a  Madrid  in  tre  vo- 
lumi nel  1848,  ma  poi  stampato  più  volte  a  Parigi  nella 
versione  francese  e  in  cui  egli  oppone  alle  teorie  storiche 

del  dottrinarismo  ragionale  la  filosofia  cattolica  della  sto- 
ria e  della  civiltà  europee. 

Con  pari  intendimento  scrisse  il  famoso  vescovo  Bos- 
suet,  il  più  rinomato  degli  oratori  sacri  francesi,  la  Storia 
delle  variazioni  della  chiesa  protestante,  ch'ebbe  dal  1688, 
in  cui  apparve  la  prima  edizione,  l'onore  di  numerose  ri- 
stampe: per  esempio  la  nostra  Biblioteca  Universitaria 
possiede  quelle  de)  1733  (B.  Q.  151),  del  1764  (B.  Q,  306) 
e  del  1789  (Q.  Z.  196).  E  codesta  un'opera  capitale  di  gran 
fatica,  che  rivela  nel  suo  autore  un  talento  non  comune 
-e  dove  lo  spirito  di  critica  storica  rivaleggia  con  quello 
della  controversia  teologica  e  filosofica. 

Il  Villemain,  autore  del  Corso  di  letteratura  del  se- 
colo XVIII  (VI,  103  della  mentovata  Biblioteca  Univer- 
sitaria) e  traduttore  dell'  incompleto   trattato   ciceroniano 


-  8(3  — 

De  cI{epubIica,  il  degno  collega  dello  storico  Guizot  e  del 
filosofo  Cousi ri  in  quel  famoso  triumvirato  universitario 
onde  brillò  la  Sorbona  nel  secondp  quarto  del  secolo  pre- 
sente, chiamò  giustamente  questo  del  Bossuet  «  il  capo- 
lavoro dei  metodo  perfetto  e  della  parola  corretta  ». 

Alle  opere  di  questi  grandi  inspiratevi,  o  giovani,  se 
volete  approfondirvi  nello  studio  della  storia,  perchè  con 
la  loro  autorevole  guida  ma  con  la  vostra  fresca  intelli- 
genza possiate  concepirla  secondo  quel  supremo  principio 
filosofico  che,  ricercando  la  ragione  ultima  delle  cose,  eleva 
l'animo  al  disopra  delle  umane  passioni. 


LEZIONE  IV. 


Del  tempo  e  degli  autori 


Ielle  precedenti  lezioni  ho  brevemente  trattato  delle 
fonti  storiche  e  di  quelle  norme  critico- bibliografiche  che 
possono  esservi  utili  non  solo  per  il  presente  ma  anche 
per  1'  avvenire,  se  qualcuno  di  voi  dovrà  metter  mano  a 
qualche  argomento  speciale  di  storia  o  consacrarsi  total- 
mente agli  studi  storici.  Oggi  vi  parlerò  invece  dei  carat- 
teri estrinseci  delle  fonti  storiche  in  ordine  al  tempo,  al 
luogo,  all'autore  e  all'analisi  di  esse. 

Quando  non  vi  sia  alcun  dubbio  sull*  autenticità  di 
una  fonte,  dobbiamo  determinare  le  circostanze  esteriori 
della  sua  provenienza  e  della  sua  natura  poiché  solo  dopo 
aver  determinate  quelle  circostanze  possiamo  formulare  il 
nostro  giudizio  sul  suo  valore  come  testimonianza  dei 
dati  che  contiene.  Quattro  sono  i  punti  da  prendere  in 
esame  e  da  determinare  : 

i.°  A  qual  tempo  appartenga  la  fonte. 

2.0  A  che  luogo. 

3.0  A  che  autore. 

4.0  Se  sia  derivata  od  originale  :  donde  l'analisi  della 
fonte.    " 

6 


82 


«  La  determinazione  del  tempo  per  due  rispetti  è  im- 
portante :  in  quanto  consideriamo  le  fonti  come  avanzi 
dei  fatti  stessi  è  importante  fissar  loro  il  posto  vero  che 
occupano  nel  tutto,  perchè  dall'ordine  che  tengono  i  sin- 
goli dati  d'un  avvenimento  dipende  lo  svolgimento  dei 
tutto  insieme;  in  quanto  le  consideriamo  come  testimo- 
nianze è  importante  perché  il  valore  di  queste  testimo- 
nianze dipende  dalla  maggiore  o  minore  distanza  di  tempo 
di  quelle  testimonianze  dai  fatti  testimoniati  »  (i). 

Quando  mancano  nella  fonte  stessa  o  altrove  notizie 
dirette  e  precise  per  fissare  il  tempo  cui  una  fonte  appar- 
tiene viene  in  nostro  soccorso  la  metodica  con  certi  de- 
terminati procedimenti:  per  esempio  cercando,  mediante 
il  raffronto  con  altre  fonti  dello  stesso  genere,  a  qual  età 
in  generale  corrispondano  per  la  forma,  per  lo  stile,  per 
la  sostanza.  Un  aiuto,  un  indizio,  un  barlume  può  darlo 
anche  una  delle  scienze  sussidiarie,  cioè  la  cronologia, 
che  dai  tempi  più  antichi,  insieme  colla  geografia,  venne 
considerata  come  uno  degli  occhi  della  storia,  fu  sempre 
coltivata  con  amore  e  con  onore  dagli  studiosi  ed  appar- 
tiene per  ciò,  dopo  le  fondamentali  opere  critiche  pubbli- 
catesi in  proposito  dal  XVI  al  XVIII  secolo,  alle  discipline 
ausiliarie  meglio  studiate.  Il  primo  a  cui  dobbiamo  un 
tale  progresso  è  proprio  uno  scienziato  d'origine  italiana, 
cioè  Giuseppe  Scaligero  figlio  d'un  medico  e  filologo  pa- 
dovano che  visse  quasi  sempre  in  Francia.  Ma  questo 
Giuseppe,   dotto  orientalista  e  poliglotto,  professore  nel- 


(i)  Crivellucci,  Manuale  cit.,  pag.  94. 


-  88  — 

1'  università  olandese  di  Leida,  conobbe  a  fondo  anche  la 
cronologia  e  v'introdusse  tali  miglioramenti  da  poter  dare 
alla  luce  un'opera  intitolata  De  emendazione  temporum 
(Parigi  158 ,)  che  fu  giustamente  considerata  la  base  della 
moderna  scienza  cronologica. 

Un  po'  più  tardi  si  rese  in  essa  famoso  il  padre  Dio- 
nigi Petau,  chiamato  il  principe  dei  cronologhi  o  crono- 
logisti,  il  quale  pubblicò  due  opere  importanti  sotto  il 
titolo  De  doctrina  temporum  (Parigi  1627)  e  le  Tabulae 
chronologicae  regum,  dynastiarum,  urbium  ecc.  .Parigi 
1628)  ch'ebbero  l'onore  di  parecchie  ristampe.  Ma  l'opera 
maggiore  che  sia  comparsa  su  tal  materia  è  l' Art  de  ve- 
rifier  les  dates  (dal  primo  anno  dell'era  cristiana)  pubbli- 
cata dai  benedettini  della  celebre  congregazione  di  san 
Mauro  stabilitasi  in  Francia  nel  1618  e  che,  consacratasi 
principalmente  agli  studi  storici  e  teologali,  fece  fare  no- 
tevoli progressi  a  certe  scienze  ancora  nell'infanzia,  come 
la  diplomatica,  la  paleografia,  la  cronologia;  pubblicò 
opere  ragguardevoli  sulla  storia  delle  varie  province  di 
quello  Stato  e  noverò  nel  suo  seno  eruditi  di  vaglia,  quali 
appunto  il  Mabillon,  creatore  della  'Diplomatica  (1)  e  au- 
tore degli  Annali  dell'ordine  di  s.  Benedetto,  di  cui  era 
discepolo  s.  Mauro  vissuto  nel  VI  secolo  e  fondatore  di 
parecchi  monasteri  nelle  Gallie;  il  Montfaucon  autore  di 
celebrati  lavori  paleografici  sui  padri  della  Chiesa  ;  il 
Martène  che,  coi  suoi  Thesaurus  novus  anecdotorum  (1717) , 


(1)  V.  pag.  25. 


84 


raccolse  e  pubblicò  un  gran  numero  di  preziosi  docu- 
menti per  la  storia  di  Francia.  Ma  la  grande  cronologia 
intitolata  l' QArt  de  vérifier  les  dates  ebbe  parecchi  colla- 
boratori perchè  il  primo  ad  iniziarla,  cioè  Mauro  France- 
sco Dantine,  morì  sui  più  bello,  talché  fu  proseguita  da 
don  Carlo  Clément  e  da  don  Orsino  Durand,  che  pub- 
blicarono la  prima  edizione  a  Parigi  nel  1750.  Poi  ripresa,, 
rimaneggiata,  completata  con  notevoli  aggiunte  da  don 
Francesco  Clément,  quest'opera  colossale,  uno  de' più  va- 
sti monumenti  d'erudizione  del  secolo  XVIII,  ebbe  nel 
1770  una  nuova  edizione.  Ma  non  tardò  guari  che  lo 
stesso  Francesco  Clément  pensò  a  un'altra  ristampa,  an- 
cora più  ampliata.  Egli  vi  lavorò  difatti  per  più  di  un 
ventennio  e  pubblicò  nel  1783  un  primo  volume  in-folio, 
un  secondo  nel  1784,  il  terzo  nel  1787  e  le  tavole  crono- 
logiche nel  1792.  Per  di  più,  egli  aveva  raccolti  i  mate- 
riali per  una  cronologia  anteriore  a  Gesù  Cristo,  ma  sfor- 
tunatamente morì  nel  1793  senz'  aver  potuto  pubblicarla. 
Perciò  quest'ultimo  lavoro  non  vide  la  luce  che  molti  anni 
dopo  e  forma  la  prima  parte  d'una  quarta  edizione  del- 
l'ari de  vénfier  les  dates,  pubblicata  da  Saint-Allais  dal 
1818  al  1844  sotto  duplice  forma:  in  44  volumi  in-8  e  11 
voi.  in-4.  Insomma  quest'immensa  raccolta  riuscì  un  re- 
pertorio unico  nel  suo  genere,  cui  attinsero  largamente 
la  maggior  parte  degli  autori  delle  numerose  cronologie 
pubblicatesi  finora  in  più  lingue. 

Siccome  però  si  considerava  prima  come  ufficio  della 
cronologia  anche  lo  stabilire  o  rettificare  le  singole  date, 
onde  ai  manuali  si  soleva  aggiungere  tavole  cronologiche 
di  storia  universale,  l' Ideler,  autore  del  Lehrbuch  (o  libro 


—  85  — 

istruttivo)  der  Chronologìe  pubblicato  nel  1831  ma  eh' è 
un  sunto  del  suo  Manuale  di  cronologia  matematica  e 
tecnica  {Handbuch  der  mathematischen  und  technischen 
Chronologìe,  1823  e  seg.)  rivendicò  a  buon  diritto  questo 
ufficio  alla  storia. 

Dunque  la  cronologia,  che  si  divide  in  teoretica  o  ma- 
tematica o  astronomica  perchè  si  occupa  dei  rapporti  astro- 
nomici in  quanto  servono  a  determinare  il  tempo  e  in 
pratica  o  tecnica  o  storica  perchè  si  occupa  dei  diversi  si- 
stemi adoperati  per  computarlo,  non  può  servire  che  come 
ausiliaria  della  storia  per  determinare  il  tempo  cui  una 
fonte  appartiene  e  per  poter  formulare  il  nostro  giudizio 
sul  suo  valore  come  testimonianza  dei  dati  eh'  essa  con- 
tiene. Difatti  se  noi  stiamo  per  esempio  alla  sola  crono- 
logia diremo  che  la  spedizione  del  doge  Pietro  Orseolo  II 
in  Istria  e  Dalmazia  ebbe  luogo  il  dì  dell'  Ascensione 
(9  maggio)  del  998.  E  vero  che  il  Sagomino,  cioè  il  dia- 
cono Giovanni  di  lui  cappellano,  dice  schiettamente  nella 
sua  cronaca  (fonte  preziosissima  per  la  storia  politica  di 
Venezia  sino  ai  primordi  del  sec.  XI),  ch'essa  avvenne  nel 
settimo  aniu  della  sua  ducea  e  che  questo  sarebbe  stato 
il  998  se,  a  proposito  dell'elezione  dell' Orseolo,  egli  pone 
poco  innanzi  la  data  del  991.  Ma,  alcune  pagine  dopo,  egli 
afferma  esplicitamente  di  aver  conosciuta  la  nuova  del 
trionfo  del  suo  signore  {sui  senioris  triumpho)  quando 
l'imperatore  Ottone  III,  nella  sua  terza  discesa  in  Italia, 
giunse  a  Pavia,  cioè  dunque  nel  principio  del  luglio  del- 
l' anno  mille. 

Ma  i  casi  più  frequenti  e  complicati,  in  cui  mancano 
nella   fonte   stessa   o  altrove  notizie  dirette  e  precise  per 


-  86  — 

fissare  il  tempo  cui  una  fonte  appartiene,  si  presentano 
nei  prodotti  letterari  o  nella  tradizione  scritta.  Non  era 
uso  anticamente  apporre  la  data  alle  pubblicazioni  lette- 
rarie; anche  atti  e  documenti  come  i  capitolari  dei  Caro- 
lingi ed  altre  leggi,  lettere  di  papi  e  di  re,  protocolli  e 
consigli  imperiali  e  cittadini  non  erano  sempre  datati  o 
non  sempre  datati  con  precisione.  Inoltre  spesso  non  ab- 
biamo che  copie  o  raccolte,  fatte  da  persone  alle  quali  pre- 
meva solo  la  sostanza  o  anche  la  forma  di  essi,  non  il 
tempo,  che  perciò  tralasciarono,  come  nella  raccolta  di 
leggi  civili  ed  ecclesiastiche  del  codice  giustinianeo,  fon- 
damento dell'universale  giurisprudenza,  nelle  decretali  dei 
papi,  ossia  nelle  lettere  scritte  dai  pontefici  per  decidere 
casi  di  disciplina  o  simili,  nelle  epistole  di  Cicerone,  il 
più  eloquente  oratore  romano,  e  di  Plinio  il  giovane,  ni- 
pote del  grande  naturalista,  nelle  Variarum  di  Cassio- 
doro  ecc.  Per  esempio  il  primo  documento  dell'emancipa- 
zione delle  Insulae  Venetiae  della  Venezia  terrestre  è  la 
lettera  scritta  da  Cassiodoro  ministro  o  segretario  del  re 
dei  Goti  ai  tribuni  dalla  Venezia  marittima  per  chiedere 
che  le  loro  navi  trasportassero  a  Ravenna,  sua  residenza, 
oli  e  vini  dall'Istria  (Cassiodori,  Opera,  Genova,  1663, 
Variarum,  lib.  XII,  n.24).  Questo  documento  è  importan- 
tissimo perchè  prova  che  quelle  Isole  avevano  cominciato 
ad  eleggersi  i  propri  magistrati  e  che  se  anche  non  go- 
devano piena  indipendenza  politica  si  reggevano  con  tale 
autonomia  da  rendere  quasi  nominale  il  dominio  dei  Goti. 
Ma  il  Filiasi  dimostrò  {Mem.  stor.  de' Veneti  primi  e 
secondi  V,  41  e  n.  2)  che  questa  lettera  fu  scritta  regnando 
Vitige,  non  il  suo  predecessore  Teodorico:  quindi  sarebbe 


verso  il  538,  non  più  durante  la  guerra  gotica  contro  gli 
Eruli  di  Odoacre,  che  finì  con  la  sconfìtta  di  quest'ultimo 
in  sullo  scorcio  del  secolo  antecedente. 

Da  ciò  si  vede  come  in  tali  fonti  la  data  sarebbe  im- 
portantissima e  quanto  studio  si  richieda  per  fissarla  cro- 
nologicamente almeno  in  via  approssimativa.  Quante  volte 
il  concetto  della  storia  del  diritto  per  intere  età  dipende 
dal  tempo  in  cui  deve  porsi  una  legge,  un  rescritto,  un 
privilegio,  onde  sotto  questa  o  quella  forma  ci  si  presen- 
tano certe  istituzioni  o  certi  rapporti  !  Quante  volte  la  co- 
noscenza di  trattative  diplomatiche,  del  carattere  di  un 
personaggio,  in  una  parola  dei  più  importanti  fatti  storici, 
dipende  dalla  giusta  cronologia  dei  relativi  atti,  delle  ri- 
spettive lettere  !  Quante  volte  il  valore  del  racconto  di 
una  cronica  dipende  dalla  questione  se  esso  può  conside- 
rarsi o  no  come  contemporaneo  (Crivellucci,  Manuale  eh. 
pag.  95).  Per  esempio  la  mentovata  cronaca  Sagornina, 
ossia  del  diacono  Giovanni,  comincia  dal  543  e  va  sino 
al  1008.  Ma  probabilmente  per  la  parte  che  non  si  rife- 
risce al  tempo  in  cui  visse,  egli  prese  a  prestito,  secondo 
il  costume  d'allora,  le  opere  de' suoi  predecessori  (come, 
per  citarne  una,  V Historia  Langobardorum  di  Paolo), 
che  hanno  piena  somiglianza  di  concetto  e  di  forma  con 
la  sua  cronaca.  Ma  nel  mentre  che  si  può  credere  a  Paolo 
(Varnefrido),  vissuto  nell'  ottavo  secolo  per  tutto  ciò  che 
si  riferisce  agli  ultimi  longobardi,  avendo  soggiornato 
lungamente  alla  corte  di  Rachis  e  del  suo  successore  De- 
siderio, presteremo  invece  piena  fede  a  Giovanni  Diacono, 
cappellano  del  doge  Pietro  Orseolo  II  per  quanto  riguarda 
la  fine  del  secolo  decimo  e  i  primordi  del  seguente.  Di- 


fatti  gli  eruditi  attribuirono  la  detta  cronaca  al  diacono 
Giovanni  per  l'esattezza  con  la  quale  vi  è  descritta  la 
strana  e  misteriosa  venuta  dell'imperatore  germanico  Ot- 
tone III  a  Venezia:  tanto  più  che  alcune  circostanze  di 
quell'avvenimento  non  potevano  essere  note  che  a  lui  solo 
perchè  non  vi  furono  altri  testimoni.  Così  soltanto  in  sua 
presenza  i  due  principi  per  la  prima  volta,  nell'aprile  del 
iooi,  s'incontrarono  e  s'abbracciarono  fra  le  tenebre  della 
notte  nell'  isoletta  di  s.  Servolo  e  soltanto  con  Giovanni 
Diacono  l' imperatore  Ottone  fece  ritorno  sopra  una  pic- 
cola barca  nella  celebre  abazia  di  Pomposa,  spesso  ricor- 
data nei  documenti  ravennati  più  antichi  della  collezione 
del  Fantuzzi  {Monumenti  ravennati),  e  ch'era  situata  alle 
foci  del  Po,  tra  i  rami  di  Goro  e  di  Volano,  cioè  ai  con- 
fini del  ducato  veneziano. 

Il  metodo  più  comune  per  stabilire  il  sincronismo  di 
atti  o  fatti  storici  importanti  è  di  cercare,  mettendo  a 
raffronto  la  fonte  da  cui  sono  attinti  con  altre  fonti  dello 
stesso  genere,  a  qual  età  in  generale  corrispondano  per  la 
forma,  per  lo  stile,  per  la  sostanza  ;  in  una  parola  per 
tutti  i  suoi  caratteri,  perchè  ogni  età  in  tutte  le  sue  ma- 
nifestazioni e  nei  suoi  prodotti  reca  un'impronta  sua  pe- 
culiare che  la  fa  distinguere  dalle  altre.  Così  si  'arriva  a 
determinarne  il  tempo  in  modo  approssimativo;  ma  ta- 
lora si  manifestano  tanto  nettamente  certi  fenomeni  ca- 
ratteristici in  determinati  tempi  che  al  presentarsi  di  essi 
possiamo  stabilire  persino  l'anno  e  il  giorno  di  una  data 
fonte.  Per  esempio  la  mentovata  cronaca  del  diacono  Gio- 
vanni dà  il  testo  della  lettera  scritta  dal  papa  Gregorio  II 
al  dilectissimo  fratri  oAntonino,  patriarca  di  Grado,  perchè 


-  89  — 

-eccitasse  i  Veneziani  a  rimettere  in  Ravenna  1*  esarca  bi- 
zantino (Eutichio)  scacciato  dai  Longobardi.  E  difatti  il 
doge  Orso  Ipato  si  segnalò  nella  liberazione  di  Ravenna 
eh'  essi  avevano  presa  ai  Greci.  Se  non  che  in  questa 
lettera  non  c'è  alcuna  data  e  sebbene  la  sua  autenticità 
fu  messa  in  dubbio  dal  Muratori,  la  si  trova  posta  arbi- 
trariamente, ne'  suoi  Annali  a"  Italia,  sotto  l'anno  725.  Il 
B  ironio  invece  la  fa  risalire  al  726  (Annales  Ecclesiastici, 
XII,  343,  ed.  di  Lucca)  e  "il  Troya  {CoJ.  dipi,  long.,  doc. 
CCCCLXIIIj  tra  la  fine  del  726  e  il  principio  del  727. 

Ma  è  affatto  assurda  una  data  anteriore  al  727,  per- 
■che  il  patriarca  Antonino  non  ancora  era  stato  eletto;  sa- 
rebbe pure  assurda  una  data  posteriore  al  728,  non  es- 
sendo noto  per  quale  ragione  e  per  che  modo  Gregorio  II 
•dovesse  mostrarsi  ostile  verso  Liutprando  e  favorevole 
verso  l'impero  d'Oriente.  Il  Cipolla  invece  sostenne  l'au- 
tenticità della  lettera  e  con  sode  ragioni  stabilì  il  729  o 
il  730  come  data  per  la  spedizione  di  Ravenna  (QArchivio 
veneto  XX,  167-171).  E  vero  che  il  Dahmen  (TDas  pontiftkat 
Gregors  IL  Dusseldorf  1888)  pone  la  spedizione  all'anno 
726,  ma  egli  confonde  indubbiamente  la  presa  di  Classe, 
l'antica  stazione  dell'armata  romana  a  mezz'ora  da  Ra- 
venna, con  quella  di  Ravenna  che  Paolo  Diacono,  lo  sto- 
rico dei  Longobardi,  ricorda  in  due  luoghi  speciali  come 
due  fatti  avvenuti  l'uno  dopo  l'altro  a  qualche  distanza 
di  tempo. 

A  ben  giudicare  del  valore  delle  fonti  è  importante 
lo  stabilire  altresì  il  luogo  d'origine;  e  se  non  lo  si  co- 
nosce direttamente  conviene  ricercarlo  con  mezzi  indi- 
retti. 


—  90  — 

«  Indizi  esterni  fornisce  prima  di  tutto  il  tempo  dove 
la  fonte  fu  trovata  o  dove  fu  stampata,  ma,  beninteso* 
molto  relativi,  poiché  essa  può  avere  viaggiato  ed  essere 
stata  conservata  o  stampata  assai  lontano  dal  luogo  di 
origine;  in  secondo  luogo  la  forma  in  generale,  la  scrit- 
tura, la  lingua,  che  possiamo  riconoscere  per  quella  di  un 
determinato  paese,  di  una  determinata  regione,  accen- 
nando, spesso,  le  peculiarità  dialettali  a  un  circuito  ben 
limitato.  Ma  conviene  in  ciò  procedere  con  cautela,  perché 
non  di  rado  le  peculiarità  linguistiche  dialettali  primitive 
accade  che  siano  da  rimaneggiamenti  o  anche  dalla  sem- 
plice trascrizione  cancellate.  Talora  anche  gli  autori  non 
si  servono  del  loro  proprio  dialetto  e  cercano  di  avvici- 
narsi all'idioma  dominante  o  a  quello  del  lettore  o  dei 
lettori  che  hanno  in  vista,  come  nella  corrispondenza  delle 
città  tedesche  del  nord  con  quelle  del  sud  per  meglio  farsi 
intendere  adoperavano  un  dialetto  misto.  Altri  indizi  ca- 
viamo, nelle  fonti  scritte,  dalla  sostanza.  L'interesse  che 
si  mostra  per  determinati  luoghi  o  che  la  materia  possiede 
solo  per  luoghi  determinati,  il  complesso  delle  cognizioni 
geografiche  e  personali  che  l'autore  tradisce  e  che  suppone 
nel  lettore,  straordinari  particolari  di  qualche  località, 
evidente  ignoranza  di  altre,  tutto  ciò  serve,  specie  in  tempi 
in  cui  scarsi  sono  i  mezzi  di  comunicazione  e  le  cogni- 
zioni geografiche  limitate  alla  stretta  cerchia  della  dimora 
personale,  a  fare  deduzioni  circa  al  luogo  d'origine  delle 
fonti  (i). 


(i)  Crivellucci,  Manuale  cit.,  pag.  ioo. 


Più  importante  è  lo  stabilire  chi  sia  l'autore  della 
fonte  e  conoscere  la  sua  condizione  e  le  sue  relazioni 
esteriori,  dati  necessari  per  ben  giudicare  della  sua  indi- 
vidualità e  del  suo  intimo  valore.  Quando  sappiamo  chi 
sia  l'autore,  dobbiamo  informarci  in  modo  possibilmente 
preciso  delle  sue  relazioni  personali.  Ma  sovente  accade 
di  non  saperlo.  Non  solo  di  avanzi,  come  editìzi,  utensili, 
armi  ecc.  ma  anche  di  prodotti  artistici  o  letterari  igno- 
riamo di  frequente  il  nome  dell'  autore  perchè  nell'  anti- 
chità, e  meno  ancora  nel  medio  evo,  non  era  uso  di  ap- 
porre sempre  il  nome  dell'autore  alle  pubblicazioni,  omesso 
ora  dall'autore  stesso,  ora  dal  copista:  onde  spesso  avviene 
che  vengano  falsamente  attribuite  a  determinati  autori. 
Di  qui  il  dovere  di  scoprire  l' innominato  autore  di  una 
fonte,  cosa  che  presenta  maggiori  complicazioni  nelle  tonti 
scritte. 

«  La  via  più  ordinaria  anche  qui  è  di  paragonarla 
con  altre  fonti  dello  stesso  genere  delle  quali  conosciamo 
gli  autori;  e  prima  di  tutto,  se  l'abbiamo,  la  conoscenza 
del  tempo  e  del  luogo  ci  serve  a  restringere  la  cerchia 
delle  fonti  da  mettersi  a  confronto.  Il  carattere  generale 
delle  forme  e  della  sostanza  ci  mostra  in  questo  confronto 
se  si  tratta  di  avanzi  o  prodotti  appartenuti  o  non  ap- 
partenuti a  un  dato  popolo,  o  a  una  data  scuola,,  o  a  un 
dato  maestro.  Nelle  fonti  scritte  il  confronto  si  può  fare 
sul  manoscritto,  sulla  lingua  o  sullo  stile  e  composizione, 
sul  modo  di  sentire  e  pensare,  sulle  cose  in  esse  conte- 
nute. Il  confronto  del  manoscritto  è  possibile  naturalmente 
solo  quando  siamo  sicuri  di  possedere  nell'originale  o 
nell'autografo  l'opera  o  lo  scritto  dell'ignoto  autore.   E 


—  92  — 

anche  allora  bisogna  proceder  cauti  nel  concludere  :  fa 
duopo  avere  un  ricco  materiale  e  la  più  compiuta  cono- 
scenza della  scrittura  dell'  età  relativa,  per  riconoscere  le 
peculiarità  individuali  di  una  sola  mano  e  riscontrarle 
identiche  in  molti  manoscritti.  È  noto  come  sia  difficile 
anche  oggi  che  tanto  sviluppato  è  il  carattere  individuale 
della  scrittura  di  ognuno  il  constatare,  per  esempio  nei 
processi,  1'  identità  della  stessa  mano  ;  figuriamoci  in 
tempi  in  cui  la  scrittura  aveva  assai  meno  carattere  per- 
sonale (i)  ».  Quanto  agli  argomenti  che  possono  trarsi 
dalla  sostanza,  la  cosa  è  più  semplice,  sia  che  noi  vi  tro- 
viamo trattati  dei  soggetti  a  temi  che  in  quei  campo  let- 
terario sogliono  essere  trattati  da  un  dato  autore,  sia  che 
vengano  accennati  dei  rapporti  di  cui  solo  quel  dato  au- 
tore poteva  essere  informato,  sia,  infine,  dalle  allusioni  più 
o  meno  dirette  dell'autore  alla  propria  persona.  Dai  sen- 
timenti ch'egli  rivela,  dal  modo  onde  parla  di  certe  per- 
sone e  di  certe  cose,  possiamo  argomentare  secondo  i  casi 
la  sua  patria,  la  sua  dimora,  la  sua  età,  la  sua  condi- 
zione, la  sua  professione,  il  suo  partito.  Poiché  non  è  pos- 
sibile ad  uno  scrittore  nascondere  del  tutto  le  condizioni 
della  sua  vita,  i  propri  intendimenti,  le  sue  relazioni.  An- 
che qui  è  necessario  conoscere  bene  la  storia  del  tempo, 
le  mode  letterarie  ecc.  E  non  conviene  lasciarsi  trarre  in 
inganno  se,  come  usavasi  nell'antichità  e  nel  medio  evo, 
1'  autore  parla  di  se  in  terza  persona.  Per  esempio  la  cro- 
naca  del   diacono   Giovanni,   fonte   importantissima  non 


(i)  Ibid.  pag.  101. 


-  93  — 

solo  per  1'  antica  storia  del  comune  veneziano  ma  anche 
per  quella  dell'  impero  romano-tedesco,  venne  pubblicata 
per  la  prima  volta  nell'anno  1765  dallo  Zanetti  sotto  il  ti- 
tolo di  Cronaca  veneziana  antichissima  attribuita  a  Gio- 
vanni Sagomino.  E  questo  perchè  in  fine  della  cronaca  si 
leggeva  la  copia  di  un  ricorso  del  fabbro-ferraio  Giovanni 
Sagomino  ai  dogi  Barbolano  e  Flabanico  contro  il  pro- 
prio gastaldo,  o  capo  della  corporazione;  e  ciò  per  non 
essere  tenuto  coi  suoi  parenti  a  lavorare  più  ferro  del  so- 
lito nella  corte  del  palazzo  ducale.  Ma  il  Filiasi  che,  non 
molto  dopj,  pubblicava  la  sua  grande  opera  sui  Veneti 
primi  e  secondi  (i.a  ediz.,  1796-98)  fu  primo  a  notare  come 
fosse  impossibile  che  un  fabbro-ferraio  sapesse  così  bene 
scrivere  in  latino  ed  essere  tanto  bene  informato  dei  pub- 
blici affari.  Si  noti  che  il  cronista  nella  sua  opera  non  fa 
mai  menzione  di  sé  stesso  in  forma  soggettiva  e  nem- 
meno ricorda  tutti  gli  avvenimenti  cui  ebbe  parte;  anzi 
quando  narra  la  sua  missione  ad  Aquisgrana  nel  993 
presso  Ottone  III,  occulta  il  suo  nome  a  bello  studio,  per- 
chè mentre  il  documento  rispettivo  (Kohlschutter,  Vene- 
dig  unter  dem  Her^og  Peter  II  Orseolo,  pag.  84-85)  che 
si  riferisce  alle  terre  usurpate  dal  vescovo  di  Belluno 
nelle  vicinanze  di  Eraclea,  attesta  che  il  legato  del  doge 
all'imperatore  fu  in  quella  circostanza  il  diacono  Gio- 
vanni, 1'  autore  così  riferisce  il  fatto:  «  suum  legatum 
Ottoni...  ad  Aquisgrani  pallacium  sine  aliqua  mora  trans- 
misit  ».  Ma  il  diacono  Giovanni  Sagomino,  parente  forse 
dell'omonimo  fabbro- ferraio  e  ch'era  cappellano  di  Pie- 
tro Orseolo  II,  non  prestò  i  suoi  servigi  al  doge  sol- 
tanto nella  controversia  col  vescovo  di  Belluno,  la  quale 


.'.'"  .    ■  ■ 


-  94  - 


finì  con  un  privilegio  imperiale  che  confermava  le  ragioni 
veneziane  sul  conteso  territorio,  perchè  anche  in  altre  cir- 
costanze gli  furono  affidate  trattative  difficili  e  di  somma 
importanza  per  gì'  interessi  economici  (come  ad  esempio 
la  concessa  apertura  di  tre  mercati  nel  limitrofo  territorio 
italico,  cioè  in  s.  Michele  del  Quarto  e  in  altri  due  luo- 
ghi, sul  Sile  e  sul  Piave)  e  politici  della  sua  patria.  Ecco 
perchè  la  moderna  critica  ha  comprovato  che  quella  cro- 
nica a  lui  e  non  ad  altri  apparteneva. 

Non  di  rado  gli  autori  pubblicano  le  loro  opere  sotto 
falsi  nomi,  sotto  false  iniziali  o  abbreviature,  non  tanto 
per  attribuirle  ad  altri,  cosa  che  accade  raramente,  e  si 
tratterebbe  allora  di  falsificazione,  quanto  per  nascondersi; 
nei  qual  caso  è  come  se  l'opera  fosse  anonima;  solo  che 
il  pseudonimo  può  esso  stesso  servirci  di  mezzo  a  sco- 
prire il  nome  vero,  come  del  resto  può  anche  servire  a 
trarre  in  errore,  e  l'impresa  è  resa  difficile  perchè  l'autore 
di  proposito  deliberato,  per  rimanere  nascosto,  dissimula 
le  sue  caratteristiche  e  anche  il  suo  stile. 

L'uso  di  cambiare  o  alterare  il  nome  proprio  delle 
persone  trovasi  praticato  fin  da  tempi  antichissimi,  benché 
non  molto  spesso.  Ma  caduto  il  romano  impero  e  cessato 
l'uso  della  lingua  latina,  generalmente  sino  allora  parlata 
e  intesa  in  Europa,  ed  avvenuto  lo  stabilimento  dei  co- 
gnomi, questa  costumanza  divenne  comune  quasi  da  per 
tutto;  e  varie  ne  furono  le  cagioni.  Principalissima  tra 
queste  l'abuso  dei  sopranomi,  che  dal  medio  evo  in  avanti 
salirono  in  gran  voga  e  gran  parte  dei  quali  diventarono 
cognomi  di  famiglia.  Siccome  parecchi  tra  essi  indicavano 
qualità  personali  o  ridicole  o  turpi,  donde  vennero  deno- 


—  95  — 

minati  quei  primi  che  realmente  le  avevano  e  siccome  la 
abitudine  ed  il  comune  consentimento  li  facevano  trasmet- 
tere ne'  tigli,  benché  in  essi  mancasse  la  caratteristica  del 
genitore,  così  la  cresciuta  civiltà,  un  certo  pudore,  il  de- 
coro personale  ecc.  suggerì  ai  posteri  di  sopprimere  del  tutto 
o  di  modificare  il  brutto  nomignolo.  Afferma  il   Platina 
nelle  Dite  de' Pontefici  che  il  papa  Sergio  II,  salito  all'onore 
del  soglio  nell'844,  fu  il  primo  dei  romani  pontefici  che  si 
cangiasse  il  nome,  perchè  essendo  egli  cognominato  'Bocca 
di  porco  volle  farsi  chiamare  Sergio;  «  e  che  ne  restasse 
poi   questa  usanza  di   mutarsi  i  Pontefici  il  nome,  il  lor 
proprio  lasciando  e  un   altro   degli    antichi   togliendone; 
benché  non  tutti  poi  1'  osservassero  ». 

Non  più  sarebbe  vero  in  tal  caso  quanto  asserisce  il 
Mandosio  nella  sua  Biblioteca  romana  (centuria  I  n.  36) 
che  primo  a  cangiare  il  nome  fosse  Giovanni  XII  alias 
Ottaviano,  eletto  papa  nel  934,  cioè  più  d'un  secolo  dopo 
e  che  l'avesse  fatto  per  onorare  la  memoria  di  suo  zio 
Giovanni  XI.  Adriano  Baillet,  erudito  francese,  che  pub- 
blicò nel  1653  i  Jugements  des  savants  sur  les  princi 
paux  ouvrages  des  auteurs,  nel  1690  gli  QÀuteurs  degui- 
scs  e  nell'  anno  seguente  la  vita  di  Cartesio  (  Vie  de 
Descartes)  ecc.  narra  che  parecchi  dei  suoi  connazionali, 
vergognandosi  di  cognomi  indicanti  una  troppa  umile 
condizione,  vollero  tradurli  in  lingua  latina:  perciò  oMarè- 
chal-ferrant  (maniscalco)  si  chiamò  Veterinarius,  Bar- 
bier  'Barberis,  Charpentier  (  falegname  )  Jabricius  ecc. 
Così  in  Germania  lo  Schwarzerde  (terra  nera),  fido  amico 
e  collaboratore  di  Lutero,  mutò  il  proprio  nome  in  Me- 
lanchthon;  e,  più  tardi,  il  Trapassi,  creatore  del  melo- 


—  96  — 

del  melodramma  italiano,  cognominavasi,  per  fantasia  del 
suo  mecenate  (Vincenzo  Gravina),  Metastasio.  E  in  Italia 
pure  gli  scarpari  divennero  Scarpis  o  De  Scarpis,  i  fabbri 
divennero  Fabris  e  così  via.  Ma  basta  prendere  il  Calen- 
dario generale  del  189S  compilato  a  cura  del  Ministero 
dell'Interno  per  conoscere  che  abbiamo  ancora  dei  co- 
gnomi in  gran  numero  simili  ai  nomi  dei  bruti:  Colombo,. 
Piccione,  Gallo,  Gallina,  Mosca,  Uccelli,  Quaglia,  Vacca, 
Vitello  e  Vitelli,  Bigatti,  Biscia,  Volpe  e  Volpi,  Falco, 
Tacchini,  Corvo,  Cavalla  e  Cavalli,  Asinelli,  Bo,  Bove, 
Capra  e  Capriolo;  nomi  di  cose  mangerecce  come  Macca- 
roni  e  Maccheroni,  Pepe,  Castagna,  Pera,  Peri  e  Pero, 
Baccalà,  Pesce,  Pescetto  e  Pescetti,  Cipolla,  Biada  e  Biava, 
Avena,  Focaccia,  Fugazza  e  Gelati;  nomi  di  parti  del 
corpo  umano  come  Collo,  Gamba  e  Naso  ;  nome  d'oggetti 
diversi  come  Campana,  Campanella  e  Campanelli,  Carta 
e  Cartoni,  Sacco,  Sacchi,  Sacconi,  Sacchetto  e  Sacchetti; 
Capelli  e  Cappelli,  Paglia  e  Cappuccio;  Tabacco  e  Tabac- 
chi; nomi  strambi  come  Becco,  Mercurio,  Gobbo,  Momo, 
Pisci utta  ecc. 

La  curiosità  di  scoprire  il  nome  vero  degli  anonimi 
e  pseudonimi  scrittori  ha  dato  da  faticare  non  poco  agli 
eruditi;  e  molte  volte  senza  poter  venire  in  chiaro  della 
verità.  Cosi  per  es.  dal  bibliotecario  Percheron  in  poi  fu- 
ron  vane  le  ricerche  per  scoprire  1"  autore  de  la  Geogra- 
fie dell'anonimo  di  Ravenna  da  lui  pubblicata  a  Parigi 
nel  16SS  con  opportune  annotazioni;  il  cardinale  di  Ri- 
chelieu  non  riuscì  pur  mai  a  conoscere,  nonostante  il 
sommo  suo  potere,  l'autore  della  satira  contro  di  lui  pub- 
blicata nel  1633  sotto  il  sarcastico  titolo-'   <*  Le  gouverne- 


ment  présent  ou  éloge  de  son  Eminence  ».In  ultimo  sol- 
tanto sarebbesi  scoperto  che  autore  della  descrizione  delle 
opere  d'arte  nell'Italia  settentrionale  della  prima  metà  del 
secolo  XVT  conosciuta  sotto  il  nome  di  anonimo  del  <£Mo- 
relli  o  morelliano,  perchè  pubblicata  la  prima  volta  dal- 
l' abate  Jacopo  Morelli  a  Bassano  nel  1800  e  poi  a  Bolo- 
gna dal  Frizzoni  nel  1884,  fosse  stato  il  veneto  patrizio 
Marc' Antonio  Michiel  (1),  morto  il  9  maggio  1582  ed 
autore  anche  dei  rDiarii  manoscritti  che  si  trovano  nella 
raccolta  Cicogna,  ora  al  Museo  Civico  di  Venezia.  Ma 
chi  sarà  mai  l'anonimo  di  s.  Gallo,  cioè  dell'abazia  sviz- 
zera di  benedettini  fondata  nel  secolo  VII  dal  monaco 
scozzese  s.  Gallo  e  divenuta  dall'  Vili  al  X  secolo  una 
delle  più  celebri  scuole  scientifiche  dell'Europa  ?  Al  quale 
anonimo,  che  viveva  nel  secolo  IX,  si  deve  una  'Vita  di 
Carlomagno  in  due  libri,  scritta  per  ordine  dell'  impera- 
tore Carlo  il  grosso  circa  1'  anno  870  e  che  fu  data  alle 
stampe  da  Canisio,  Duchène,  Bouquet  ecc.? 

Scrittori  italiani  e  stranieri  trattarono  degli  autori 
anonimi  e  pseudonimi,  tra  cui  il  Piaccio  (Theatrum  Ano- 
nymorum  et  Pseudonymorum,  Amburgo  1708,  2.a  ed.  1740), 
il  Barbier  {T)ict  des  Ouvrages  Anonymes  et  Tseudony- 
mes,  Paris  1806-09,  2.a  ed.  1822),  il  Lancetti  {Pseudonimia, 
Milano    1836),  il  Melzi  ^Di^ionario  degli  anonimi  e  pseu- 


(1)  Cicogna,  Intorno  la  vita  e  le  opere  di  Marcantonio  Mi- 
cbiel  patrizio  veneto  della  prima  metà  del  secolo  XVI.  Atti  del- 
l'Istituto Veneto,  voi.  IX,  1860  e,  in  op.  separ.,  Antonelli, 
1861,  in-4. 

7 


-  98  — 

donimi  italiani,  Milano  1848)  ed  il  Passano  ('Dizionario 
di  opere  anonime  e  pseudonimi  in  supplemento  a  quello  di 
Gaetano  oMe^i.  Ancona,  Morelli,  1887),  onde  le  ricerche 
per  scoprire  gli  autori  delle  opere  anonime  sono  state 
quasi  sempre  coronate  da  felice  successo.  Ma  fra  quelle 
che  non  fu  mai  possibile  d'  attribuire  definitivamente  ad 
un  autore  si  novera  nell'antichità  la  batracomiomachìa, 
ossia  la  guerra  delle  rane  e  dei  topi,  poema  eroicomico 
che  si  attribuisce  ad  Omero,  l'immortale  autore  de\V Iliade, 
vissuto  nel  X  secolo  avanti  Cristo,  ma  che  invece,  secondo 
alcuni  critici,  sarebbe  stato  scritto  ben  più  tardi.  L'attri- 
buzione di  questo  poema  burlesco  al  più  grande  dei  poeti 
greci  non  è  da  prendersi  in  sul  serio;  la  parodia  della 
poesia  epica  non  può  essere  contemporanea  dell'epopea  e 
i  particolari  stessi  della  TBatracomiomachìa  dinotano  una 
civiltà  posteriore  ai  tempi  omerici.  Giacomo  Leopardi,  il 
sommo  verseggiatore  e  filologo  recanatese,  nel  suo  di- 
scorso su  questo  poema  (.1),  pensa  per  esempio  che  non  è 
anteriore  al  terzo  secolo  av.  Cristo. 

Anche  il  medio  evo  novera  un'opera  celebre  di  cui 
non  è  ben  noto  l'autore.  E  questa  l' Imitazione  di  Cristo 
{De  imitazione  Christi,  pubblicata  in  più  lingue)  che  al- 
cuni attribuiscono  a  s.  Bernardo,  il  grande  asceta  vissuto 
dal  1091  al  1153,  altri  al  frate  agostiniano  Tomaso  Kem- 


(1)  Discorso  sopra  la  Batracomiomachia  ;  La  guerra  dei  topi 
e  delle  rane,  volgar.  nello  Spett.  Ita!.,  voi.  VII,  e  negli  Studi 
FU.  1816. 


—  99  — 


pis,  uomo  di  molta  pietà  e  coltura,  vissuto  dal  1380  al 
1471,  oppure  al  teologo  Gerson  (Giovanni  Charlier),  can- 
celliere dell'Università  parigina,  morto  nel  1429,  o,  final- 
mente, a  Giovanni  Gersen  di  Cavaglià  nel  Biellese,  che 
fu  abate  dei  Benedettini  di  Vercelli  nella  prima  metà  del 
secolo  decimoterzo  e  ch'é  forse  il  vero  autore  di  quell'in- 
signe lavoro  ascetico.  Cfr.  il  de  Gregory  neìYHistoire  du 
livre  de  l'imitatìon  de  Jésus-Christ  et  de  son  verìtable  au- 
teur  pubblicata  a  Parigi  nel  1827  e>  Per  ultimo,  il  Puyol, 
L'auleiir  du  livre  de  Imitatone  Christi  (i.a  sezione),  Paris, 
Retaux,  1899  e  2.a  sezione  (Bìbliographie  de  la  contesta  - 
tion)  Paris,  Retaux,  1900,  che  l'attribuisce  senz'altro  allo 
stesso  Gersen,  contemporaneo  di  san  Francesco  d'Assisi 
«  ayant  subì  l'influence  de  la  spiritualité  franciscaine  dans 
son  premier  développement  »  (I,  195). 

Nei  tempi  moderni  abbiamo  pure  una  pubblicazione 
di  cui  non  si  conosce  l'autore:  cioè  le  Lettere  polìtiche  di 
Junius  stampate  a  Londra  nel  Public  Advertiser  dal  1769 
al  1772  e  poi  anche  in  un  libro  dedicato  alla  nazione  in- 
glese contenente  una  severa  pittura  della  situazione  della 
Gran  Bretagna  e  della  condotta  di  quel  governo.  Anzi  nella 
prefazione  egli  reclama  la  libertà  di  stampa,  che  difatti  ha 
principio  da  allora.  Ma  chi  è  questo  Junius  ?  Nessuno  an- 
cora lo  sa  e  forse  non  si  saprà  mai.  avverandosi  così  il 
vaticinio  che  si  legge  in  detta  prelazione  :  «  Io  sono  solo 
depositario  del  mio  segreto  ed  esso  perirà  con  me  ». 

Avendo  parlato  sinora  dei  caratteri  estrinseci  delle  fonti 
in  ordine  al  tempo,  al  luogo  e  all'autore,  mi  rimane  a  dire 
qualche  cosa  rispetto  all'analisi  delle  fonti,  ossia  (il  che  è 
ben    più   difficile)   all'esame  che  se   ne  fa  per  vedere  se 

LofC. 


—  100  - 

sono  originali  o  se  sono  dipendenti,  se  immediate  o  me- 
diate testimonianze  dei  fatti.  In  queste  fonti  appunto  im- 
porta di  stabilire  se  il  relatore  ha  visto  o  udito  ciò  che 
egli  riferisce  o  se  riferisce  diètro  altrui  rapporto  e  di  chi; 
nel  primo  caso  la  sua  relazione  è  fonte  originaria  nello 
stretto  senso  della  parola,  nel  secondo  derivata.  Ma  anche 
i  testimoni  più  prossimi  ai  fatti  hanno  bisogno  di  com- 
pletare le  loro  relazioni  con  comunicazioni  avute  da 
altri,  perchè  essi  stessi,  in  generale,  solo  una  parte  dei 
fatti  possono  aver  visto  o  udito;  tuttavia  si  suole  esten- 
dere il  concetto  delle  fonti  originarie  alle  relazioni  dei 
contemporanei,  le  quali  riposano  o  sulla  loro  propria  per- 
cezione o  su  quella  di  altri  contemporanei.  Fonti  derivate 
possono  avere  il  valore  di  fonti  originarie,  ma  noi  sono 
quando  quelle  ond' esse  derivano  sono  andate  perdute  (i). 

Il  mezzo  più  ovvio,  ossia  il  metodo  da  tenere,  per  con- 
statare l'originarietà  o  la  dipendenza  e  le  relazioni  delle 
fonti  tra  loro  è  di  stabilirne  il  tempo,  1'  autore,  il  luogo. 
Giovano  anche  dati  che  possono  trovarsi  nelle  fonti  stesse 
in  quanto  1'  autore  si  dà  direttamente  o  indirettamente 
come  testimone  oculare,  o  si  richiama  ai  suoi  malleva- 
dori, o  cita  le  sue  fonti. 

In  mancanza  d'altro  si  ricorre  all'analisi  delle  fonti, 
desumendo  le  prove  dai  semplici  testi.  Essa  si  basa  essen- 
zialmente, oltre  che  su  particolari  criteri,  su  due  principi 
psicologici  constatati  dall'esperienza:  i.°  due  o  più  persone 
che  riferiscono  il  più  semplice  avvenimento,  non  che  un 


(i)  Crivellucci,  Manuale  ci?.,  pag.  106. 


—  101  — 

insieme  complicato  di  avvenimenti,  di  cui  sieno  stati  te- 
stimoni, non  colgono  e  non  rappresentano  e  riferiscono 
mai  tutti  i  punti  di  esso  nel  medesimo  modo;  2.0  due  o 
più  persone  le  quali  indipendentemente  T  una  dall'altra 
esprimono  col  linguaggio  il  medesimo  concetto  non  lo 
fanno  mai  interamente  nella  stessa  forma,  fatta  astrazione 
di  certe  parole,  frasi  e  formule  che  non  sono  espressione 
individuale  del  pensiero.  Ma  se  due  o  più  fonti  riferiscono 
i  medesimi  fatti  in  forma  diversa  non  ne  segue  senz'altro 
che  non  abbiano  relazione  alcuna  tra  loro;  poiché  il  ri- 
petersi dell'espressione  e  della  forma  del  modello  dipende 
dallo  scrittore  che  se  ne  serve,  e  può  avvenire  per  varie 
ragioni  in  diverso  modo  e  anche  non  aver  luogo  affatto. 
Nel  primo  medio  evo  e  in  parte  anche,  ma  in  molto  mi- 
nor misura,  nell'antichità,  si  soleva,  senz'alcuna  idea  della 
proprietà  letteraria  e  senza  sentire  il  bisogno  di  assimi- 
larsi la  materia,  copiare  letteralmente  gli  esemplari;  in  al- 
tri tempi  si  preferì  di  variare;  oggi  ci  crediamo  assoluta- 
mente in  obbligo  di  assimilarci  coll'opera  propria  ciò  che 
prendiamo  da  altri  e  solo  eccezionalmente  riportiamo  alla 
lettera,  indicando  sempre  la  fonte.  Vi  sono  pure  autori 
così  ingegnosi  che,  assimilando,  trasformano  facilmente, 
e  si  servono  delle  fonti  più  liberamente  di  altri  che 
ne  fanno  continua  menzione.  Talora  dipende  anche  dal 
modo  di  lavorare,  se  cioè  un  autore  lavora  su  appunti 
o  a  memoria,  se  fa  un  lavoro  a  pezzi  o  di  un  sol  getto. 
Il  medesimo  autore  talvolta  tiene  un  metodo,  talvolta 
un  altro.  Paolo  Diacono  (730-793}  per  esempio  nella  sua 
Historia  romana,  servendosi  di  Eutropio,  il  celebre  sto- 
rico  latino  del   IV   secolo,  non   ha   fatto   che  delle   ag- 


—  102  — 

giunte  (Mommsen,  Neues  Archiv,  1879,  voi.  V  pag.  54);  in- 
vece neir  Historia  Langobardorum  pare  che  si  valga  più 
liberamente  delle  fonti,  che  non  potevano  mancargli  come 
segretario  del  longobardico  re  Desiderio.  La  maggiore   o 
minore   diversificazione   dipende   anche  dalla  diversità  o 
dalla  identità  del  genere  letterario  cui  appartiene  la  fonte: 
un  annalista    può   trascrivere   letteralmente   da   un  altro 
annalista,  ma  se  un  annalista  attinge  da  una  poesia,   un 
poeta   da    annali,   un  biografo  da  fonti  diverse,  non  pos- 
sono   prendere   il    materiale   senza  grandi   mutamenti  di 
forma.  Bisogna  perciò  aver  presente  il  carattere    partico- 
lare delle  fonti  per  poter  con  sicurezza  o  affermare  V  esi- 
stenza di  una  identica   concezione    nonostante    le    muta- 
zioni  di    forma,  o,   piuttosto  che  abbandonarsi  a  giudizi 
subiettivi,  pronunziare  un  coscienzioso  non  liquet,  non  è 
chiaro.  L'ordine  in  cui  le  varie  parti  di  un  fatto  o  i  varii 
fatti  vengono  esposti,   può  essere  pure  un  criterio  dimo- 
strativo di  conformità,  non  per  altro  l'ordine  cronologico 
soltanto,  che  si  presenta  da  sé  naturalmente  ad  ogni  scrit- 
tore, indipendentemente  da  altri  (1). 

Inoltre  non  debbonsi  trascurare  i  rapporti  individuali 
degli  autori.  Potendo  la  scelta  delle  varie  parti  d'un  fatto 
o  di  varii  fatti  essere  determinata  dal  punto  di  vista  del- 
l'autore,  più  autori  che  abbiano  lo  stesso  punto  di  vista 
possono  cadere  nella  stessa  scelta  senza  dipendere  uno 
dall'  altro.  Sarebbe  per  esempio  sbagliato  questo  ragiona- 
mento :  i  tali  storici  narrano  fatti  in  senso  favorevole  al 


(1)  Ibid.  pag.  109. 


partito  ghibellino,  mentre  altri  molti  contemporanei  mo- 
strano una  tendenza  affatto  contraria  ;  dunque  e'  é  una 
attinenza  fra  i  primi.  «  In  tali  casi  l'accordo  e  il  disaccordo 
è  prodotto  non  da  dipendenza  dell'  una  dall'altra,  ma  da 
ragioni  locali  e  di  partito  »  (i). 

Invece  nell'  (annalista  Sassone  {^Monumenta  Germa- 
niae  historica,  voi.  VI  degli  Scriptores)  circa  all'elezione 
di  Corrado  III  di  Weibìingen,  castello  degli  Hohenstaufen, 
e  alla  sua  lotta  coi  Welfen  o  Guelfi  negli  anni  1 138  e  1 139 
finita  con  la  battaglia  di  Weinsberg  (2t  dicembre  1140) 
in  cui  soccombette  Welf  VI  che  aveva  tentato  di  ricupe- 
rare il  ducato  di  Baviera  tolto  al  fratello  Arrigo  (2),  si  av- 
vicendano passi  tolti  da  fonte  favorevole  ai  Guelfi  con 
passi  di  una  fonte  favorevole  agli  Svevi.  Ora  se  il  com- 
pilatore accolse  nel  suo  testo  passi  del  testo  che  aveva  di- 
nanzi senza  troppo  modificarli,  potremo  distinguere,  stante 
la  differenza  della  materia,  quelli  che  appartenevano  ad 
un'altra  fonte,  forse  perduta. 

Il  metodo  per  trovare  tracce  di  testi  perduti  in  più 
fonti  (che  consiste  nello  stabilire  rapporti  tra  due  fonti 
affini  onde  provare  ch'esse  non  hanno  affatto  attinenza 
tra  loro  ma  un  legame  dipendente  da  un  esemplare  co- 
mune) riesce  vieppiù  sicuro  per  il  tempo  antico  e  per  l'evo 


(1)  Ibid.  pag.  110. 

(2)  Come  il  grido  di  guerra  per  gli  uni  era  stato  Weibìin- 
gen, per  gli  altri  Welf,  vuoisi  che  gl'Italiani  adottassero  questi 
due  vocaboli  per  designare  i  partigiani  dell'imperatore  col  nome 
di  Ghibellini  e  quelli  del  papa  col  nome  di  Guelfi. 


—  104  — 

di  mezzo,  in  cui  si  solevano  trascrivere  le  fonti  letteral- 
mente. L'usò  per  primo  il  Waitz,  professore  nell'univer- 
sità prussiana  di  Gottinga  succeduto  al  Pertz  nella  dire- 
zione dei  ^Monumenta  Germaniae  historica  in  Archiv  filr 
altere  deutsche  Geschichtskunde  (riordinato  'nel  1875  col 
titolo  di  Neues  Archiv  der  Gesellschaft  filr  altere  deut- 
sche Geschichtskunde)  del  1838  (voi.  VI   pag.  663   e  seg.). 

Così  gli  studi  e  le  ricerche  del  celebre  storico  berli- 
nese Guglielmo  Giesebrecht,  autore  della  classica  Storia 
della  Germania  nell'epoca  imperiale  (1),  sugli  Annales  Al- 
tahenses  nel  1841  ebbero  conferma  dalla  scoperta  degli 
annali  stessi  nel  1867  (Wattenbach,  ^Deutschlands  Ge- 
schichtsquellen  im  Mittelalter  bis  \ur  Mitte  des  drei^ehnten 
Iahrhunderts,  1886,  voi.  II  pag.  21  e  seg.).  Un  esempio  di 
ricostruzione  di  documenti  perduti  offre  poi  il  Lamprecht 
nell'opera:  La  questione  romana  da  re  Pipino  all'impe- 
ratore Lodovico  il  Pio  {T)ìe  romische  Frage  von  Kónig 
Pippin  bis  auf  Kaiser  Ludwig  den  Frommen)  pubblicata 
nel   1889. 

Per  mostrare  che  tali  studi  non  sono  giochi  di  fan- 
tasia basti  dire  che  per  essi  si  dimostra  come  in  molti 
capitoli  della  Storia  longobardica  di  Paolo  Diacono  scritta 
neirVHI  secolo  abbiamo  non  pochi  frammenti  dell'abate 
Secondo  da  Trento  (2),  amico  intrinseco  della  regina  Teo- 


fi)  Gescbichte  der  deutschen  Kaìser^eti,  Brunswick  1855  e  seg. 
(5  voi.),  Lipsia  1881  e  seg.  Il  Giesebrecht  scrisse  anche  su  «  Ar- 
nold von  Brescia  »  Mùnchen   1873. 

(2)  La  cronaca  originale  di  Secondo  da  Trento  è  ora  irre- 
peribile. Se  ne  ha  un  frammento  dell'anno  586  nei  tM.on.   Gertn. 


—  105  - 

dolinda  che  rimasta  vedova  del  longobardico  re  Autari, 
morto  in  sullo  scorcio  del  secolo  sesto,  sposò  il  duca  Agi- 
lulfo di  Torino  che  per  conseguenza  divenne  re;  inoltre, 
per  tali  studi  e  ricerche  sappiamo  come  la  storia  dei  ve- 
scovi ed  arcivescovi  di  Ravenna  del  ravennate  Andrea 
Agnello,  vissuto  nel  nono  secolo,  pubblicata  nel  1708  dal 
padre  benedettino  Benedetto  Bacchini,  bibliotecario  estense, 
e  ristampata  dal  Muratori  nel  t.  II  dei  suoi  cI{erum  Itali- 
carum  Scriptores,  sia  qua  e  là  un  tessuto  di  favole  e  dove 
afferma  il  vero  riporta  i  fatti  confusi  e  confonde  le  date; 
dall' Historia  sacra  (1),  infine,  di  Sulpicio  Severo  che  dalla 
creazione  del  mondo  va  fino  al  IV  secolo,  sappiamo  quali 
parti  della  storia  di  Tacito,  il  più  grande  storico  romano 
dell'età  imperiale  nato  a  mezzo  il  primo  secolo  dell'era 
cristiana,  sieno  andate  perdute  perchè  le  sue  Historie  in 
quattordici  libri  che  vanno  da  Galba  a  Domiziano  sono 
rimaste  frammentarie. 

Nell'esame  dei  rapporti  tra  le  fonti  è  assolutamente 
indispensabile,  a  chi   voglia  evitare  errori,  farsi  un   con- 


bist.f  voi.  del  1878:  Scriptores  rerum  Longob 'ardi 'carimi  et  Italica- 
rum  saec.   VI-IX.  pag.  25  n.  3. 

Nello  stesso  volume  si  trovano  YHistoria  Langobardorum  di 
Paolo  Diacono  e  la  storia  dei  vescovi  di  Ravenna  dell'Agnello, 
pubblicate  anche  dal  Muratori. 

É  il  Dahn  (LongobarJische  Studien,  1876,  I:  Paulus  Diaconus) 
che  scoperse  in  molti  cap.  dell'io.  Lang.  del  Varnefrido  fram- 
menti di  Secondo  da  Trento. 

(1)  Milano  1480,  Venezia  1502,  Basilea  1556,  Bolo- 
gna 1 561  ecc. 


—  106  — 

cetto  esatto  della  natura  delle  fonti  stesse  e  delle  loro  ca- 
ratteristiche principali,  conoscere  bene  il  loro  processo  di 
compilazione,  il  modo  di  lavorare  degli  autori  e  guar- 
darsi dal  trarre  conclusioni,  da  passi  o  brani  isolati,  sulla 
specie  dei  rapporti  che  corrono  tra  due  o  più  fonti  (i). 
Inoltre  bisogna  sempre  aver  in  mente  che  in  una  stessa 
opera  questi  rapporti  possono  mutare  sostanzialmente,, 
come  ad  esempio  negli  annali  o  nelle  croniche  medievali 
che  attingono  dall'  uno  o  dall'  altro  le  notizie  dei  fatti  e 
poi  diventano  indipendenti. 

Un'osservazione  da  me  fatta,  esaminando  le  croniche 
dell'  età  di  mezzo,  comprese  le  venete,  è  che  per  lo  più 
riportano  alla  lettera  interi  brani  di  croniche  anteriori,, 
alle  quali  gli  scrittori  successivi  aggiungevano  il  racconto 
o  la  descrizione  dei  fatti  che  avvenivano  al  loro  tempo-* 
il  che  bastava  perchè  la  cronaca  portasse  il  nome  del 
nuovo  ed  ultimo  cronista  e  fosse  reputata  tutta  fattura 
sua.  Bisogna  adunque  aver  presente  l'intera  opera  per  sot- 
toporre a  riscontro  le  conclusioni  che  si  traggono  dai  sin- 
goli passi  e  vedere  se  bastano  a  spiegare  i  rapporti  esi- 
stenti in  questa  o  quella  parte  e  se  vi  sia  relazione  di 
continuità  tra  le  varie  parti,  tanto  dal  punto  di  vista  og- 
gettivo che  soggettivo,  tanto  nella  forma  caratteristica  del- 
l'esposizione che  nella  scelta  giudiziosa  dei  fatti. 


(i)  Cri vel lucci.  Manuale  cit.,  pag.   126. 


LEZIONE  V. 


'elle  varie  specie  di  fonti. 


Finora  ho  parlato  della  critica  estrinseca  che  ha  per 
ufficio  di  provare  1'  autenticità  delle  fonti  e  di  stabilire 
la  loro  origine.  Ma  oggi  tratterò  invece  della  critica  in- 
trinseca, che  deve  dimostrare  la  realtà  dei  fatti,  giudi- 
cando il  valore  delle  fonti  rispetto  ad  essa.  Il  suo  ufficio, 
dice  il  prof.  Crivellucci  dell'  università  di  Pisa  nel  suo 
eccellente  ^Manuale  del  metodo  storico  (p.  133),  somiglia 
a  quello  del  giudice  istruttore,  il  quale  deve  constatare 
la  realtà  d'  un  delitto  dalle  dichiarazioni  dei  testimoni  e 
dalle  immediate  tracce  di  esso.  Così  la  critica  intrin- 
seca sottopone  al  suo  vaglio  1'  efficacia  dimostrativa  delie- 
singole  tracce  e  testimonianze,  riscontra  e  bilancia  le  une 
con  le  altre.  Il  valore  potenziale  di  tutte  queste  prove  di- 
pende da  una  parte  dai  rapporti  che  hanno  col  fatto  stesso, 
dall'altro  dalla  loro  connessione  più  o  meno  intima.  Oc- 
corre dunque  determinare  in  primo  luogo  l' intrinseco 
valore  delle  fonti  e  poi  sottoporre  a  riscontro  le  testimo- 
nianze di  queste  stesse  fonti  tra  loro  :  donde  scaturisce 
il  giudizio  sulla  realtà  del  fatto.  Ma  bisogna  distinguere 
le  fonti  in  avanzi,  cioè  reliquie  o  tracce  dei  fatti    mede- 


—  108  - 

simi,  e  in  tradizione  che  ci  dà  soltanto  relazione  di  que- 
sti fatti.  Le  tracce  attestano  la  realtà  dei  fatti  dei  quali 
sono,  se  cosi  si  può  dire,  gli  eredi  necessari  ;  la  tradizione 
invece  ci  rappresenta  gli  avvenimenti  come  si  riflettono 
nella  mente  dell'  autore,  nel  modo  eh'  egli  potè  e  volle 
comprenderli  e  riferirli.  Ecco  perchè  la  metodica  deve 
considerare  sotto  un  aspetto  diverso  queste  varie  specie  di 
fonti,  non  sempre  nettamente  distinte  le  une  dalle  altre 
perchè  una  fonte  che  sotto  un  aspetto  appartiene  alla  spe- 
cie degli  avanzi,  sotto  un  altro  può  contenere  della  tradi- 
zione :  dunque  secondo  che  si  tratti  dell'uno  o  dell'altro 
caso  occorre  applicare  le  regole  per  gli  avanzi  e  per  la 
tradizione.  Del  resto,  ogni  fonte  appartenente  alla  tradi- 
zione in  quanto  la  consideriamo  come  prodotto  dello  spi- 
rito umano,  può  essere  riguardata  quale  avanzo  e  il  cri- 
terio relativo  agli  avanzi  non  è  eguale  per  tutte  le  cate- 
gorie, perchè  quella  ad  esempio  dei  monumenti  è  soggetta 
a  certi  motivi  di  contraffazione,  dipendenti  dal  loro  ca- 
rattere, mentre,  d'altro  lato,  alcune  specie  di  fonti  appar- 
tenenti alla  tradizione  sono  soggette  ad  essere  svisate  non 
molto  più  di  quanto  lo  sia  una  parte  degli  avanzi  (i). 

Ma  v' è  un'altra  differenza,  per  lo  più  poco  avvertita, 
tra  gli  avanzi  e  la  tradizione  a  vantaggio  delle  testimo- 
nianze dell'ultima.  La  tradizione  ci  rappresenta  gli  avve- 
nimenti, se  pure  subiettivamente  svisati,  in  modo  affatto 
diretto  ;  le  reliquie  solo  sotto  un  certo  aspetto  danno 
notizia  diretta  dei  fatti,  perchè  di  questi  sono  le  vestigia. 
La  parte  migliore  delle  informazioni  che  noi  ad  esse  dob- 


(i)  Crivellucci,  Manuale  cit.,  pag.  135. 


-    109  - 

biamo,  la  otteniamo  solo  mediante  illazioni  tratte  dalla 
esistenza  loro  e  dalle  loro  particolarità  sugli  avvenimenti 
e  sulle  occasioni  che  le  produssero  (i).  Per  esempio  dalie- 
inscrizioni  della  chiesa  gradense  di  s.  Eufemia,  che  atte- 
stano largizioni  d'ufficiali  e  soldati  greci  per  la  costru- 
zione di  quel  tempio  (2)  noi  possiamo  dedurre  con  tutta 
sicurezza  che  i  Bizantini  tennero  le  loro  truppe  nella 
Venezia  marittima  almeno  sino  alla  fine  del  secolo  VI. 
E  così  vengono  smentiti  i  mendaci  sostenitori  della  sua 
originaria  indipendenza. 

Una  lapide  scoperta  alle  falde  del  monte  Venda,  il 
più  alto  dei  colli  Euganei  ed  ora  depositata  nel  museo  di. 
Este,  ci  attesta  quale  fosse  precisamente  il  contine  tra  il 
territorio  atestino  e  padovano  sino  dal  tempo  del  procon- 
sole Caio  Cecilio  Metello,  vale  a  dire  più  d'  un  secolo  e 
mezzo  avanti  l'era  cristiana  (3).  Ma  se  queste  reliquie 
provano  indirettamente  l' occupazione  greca  nella  Vene- 
zia marittima  e  la  dominazione  romana  nei  territori  di. 
Padova  e  di  Este  noi  conosciamo  direttamente  questi  due 
fatti  dalle  fonti  storiche  più  accreditate  o  contemporanee. 
Per  concludere,  noi  dobbiamo  prendere  in  conside- 
razione le  diverse  specie  di  fonti  (cioè  avanzi,  monumenti, 
tradizione  scritta  e  tradizione  orale)    se   vogliamo  cono- 


(  i  )  Ibidem . 

(2)  Mommsen,    Corpus    Inscriptionum    Latinarum ,   ai   nu- 
meri 1 590-1 593. 

(3)  Filiasi,  Memorie  de' Veneti  primi  e  secondi  I,  259,  ove  si- 
legge  anche  la  relativa  inscrizione. 


—  110  - 


scere  i  loro    vari    rapporti  coi  fatti,  cioè  il  loro   carattere 
come  testimonianze. 

Tratterò  prima  di  tutto  degli  avanzi.  Meno  esposte  ad 
influssi  soggettivi  sono  le  reliquie  personali  e  le  tracce  del 
vivere  umano,  le  istituzioni  presenti  e  le  vestigia  di  quelle 
del  passato,  i  prodotti  industriali,  artistici  e  scientifici,  gli 
usi  e  la  favella;  ma  da  tali  fonti  noi  caviamo  il  maggior 
profitto  solo  venendo  ad  un'illazione  coi  fatti,  di  cui  of- 
frono gl'indubbi  contrassegni.  A  meglio  chiarirli  ed 
apprezzarli  noi  domanderemo  il  soccorso  delle  scienze 
ausiliarie  od  affini  alla  storia  e  quindi  ricorreremo  all'an- 
tropologia, ossia  alla  scienza  che  tratta  dell'uomo,  quanto 
alle  sue  facoltà  naturali,  considerato  individualmente  in 
tutto  il  proprio  essere  e  considerato  nel  complesso  degli 
individui  che  costituiscono  l'umanità;  l'etnologia  o  an- 
tropogeografia (siccome  sta  fra  l'antropologia  e  la  geogra- 
fia) perchè  riguarda  l'origine  e  la  conoscenza  delle  razze 
umane  non  solo  dal  punto  di  vista  biologico  e  sociale  ma 
eziandio  da  quello  della  loro  distribuzione  e  diffusione 
sulla  terra  (i);  l'etnografia  da  non  confondersi  con  l'etno- 
logia e  che  fa  parte  invece  della  geografia  e  della  storia 
perchè  ha  per  oggetto  lo  studio  e  la  descrizione  dei  di- 
versi popoli  della  terra,  della  loro  lingua,  letteratura,  usi, 


(i)  La  voce  antropogeografia  fece  la  sua  prima  comparsa 
nel  1882  col  Manuale  del  Ratzel,  il  cui  20  volume  fu  edito  nel 
1891  {Anthropo  -  Geographic  oder  Grund&ge  der  Andwenduna  der 
Erdkuude  auf  die  Geschìchte  ecc.,  cioè  il  movimento  storico  del  po- 
poli in  rapporto  alle  condizioni  ed  alla  vastità  del  suolo,  al 
clima  ecc.) 


costumi,  condizioni  politiche  e  religiose  ecc.;  l'archeologia 
che  si  occupa  di  tutto  quanto  appartiene  alla  vita  pubblica 
e  privata  degli  antichi  e  in  modo  particolare  dei  loro  mo- 
numenti, delle  loro  arti  e  delle  loro  industrie.  E  come 
queste  scienze  ci  danno  appunto  il  modo  di  conoscere  e 
di  giudicare  del  valore  degli  avanzi  personali  degli  uo- 
mini, comprese  le  tracce  del  vivere  umano,  la  linguistica, 
ossia  lo  studio  comparativo  e  filosofico  delle  lingue,  at- 
tende invece  a  giudicare  il  valore  dei  prodotti  dello  spi- 
rito. La  questione  della  favella  ha  difatti  un'importanza 
molteplice  e  grandissima.  Essa  è,  come  argutamente  nota 
lo  Schaffle  (Bau  und  Leben  des  socialen  Korpers  I,  331, 
ossia  struttura  e  vita  del  corpo  sociale),  la  simbolica  ca- 
pitalizzazione di  tutto  il  lavoro  storico  dello  spirito.  Come 
è  risaputo,  solo  nel  secolo  nostro  fu  disserrata  quest'an- 
tica, genuina    e  inesauribile  fonte  delia  storia. 

Primo  veramente  a  stabilire  le  basi  della  nuova 
scienza  fu  il  gesuita  spagnuoìo  Lorenzo  Hervas  che,  sta- 
bilitosi in  Italia,  pubblicò  in  Cesena  tra  il-1785  e  il  1787 
una  grande  opera  intitolata  V Idea  dell'universo  che  con- 
tiene la  storia  della  vita  dell'  uomo  ecc.  e  divisa  in  varie 
parti,  una  delle  quali  intitolata:  Catalogo  delle  lingue  co- 
nosciute e  delle  loro  affinità  e  diversità.  Ma  colui  che  tra- 
sformò la  disciplina  linguistica  in  un  vero  sistema  filoso- 
fico fondato  sull'indagine  dei  principii  grammaticali  che 
prelusero  alla  formazione  d'ogni  singolo  gruppo  lingui- 
stico fu  Guglielmo  Humboldt  (1767-1833),  il  quale  ne- 
gli Atti  dell'Accademia  di  Berlino  stampò  nel  1820  una 
sua  memoria  sullo  studio  comparativo  delle  lingue  in  rela- 
zione alle  differenti  epoche  del  loro  sviluppo:   Uber  das 


— 112  - 

vergleichende  Sprachstudium  in  Be^iehung  auf  die  ver- 
schiedenden  Epochen  der  Sprachentwickelung. 

È  strana  l'attinenza  ch'esiste  fra  l'antropologia  e  la 
linguistica,  fra  la  gerarchia  delle  lingue  e  la  gerarchia 
delle  razze  umane.  Il  greco  antico  per  esempio  è  incon- 
trastabilmente la  lingua  di  maggior  bellezza  e  noi  pos- 
piamo  dalla  statuaria  greca  aver  conoscenza  dei  tipi  di 
bellezza  fisica  che  imitavano  quegli  artisti.  Dalle  storie 
sappiamo  quai  rudi  e  coraggiosi  popoli  fossero  i  Latini  ed 
il  dominio  ch'ebbero  su  tutto  il  mondo  antico.  Ora  nella 
grandezza  ruvida  del  latino  si  rispecchia  mirabilmente  la 
grandezza  degli  antichi  Romani.  Tutto  insomma  attesta 
la  verità  proclamata  dal  sommo  Humboldt:  essere,  cioè* 
il  carattere  d'una  lingua  e  lo  spirito  d'una  nazione  così 
intimamente  collegati  che,  dato  l'uno,  si  può  arguire  con 
sicurezza  dell'altro.  Contemporanei  ad  esso,  ma  più  spe- 
cialmente consacrati  alla  scienza  delle  lingue  comparate 
ed  ai  quali  si  debbono  quindi  gli  odierni  progressi  lin- 
guistici, furono  i  celebri  filoioghi  Giacomo  Grimm  (1785- 
1863)  autore  della  Geschichte  der  deutschen  Sprache  (Lip- 
sia 1848)  e  Francesco  Bopp  (1791-1867;  professore  di  san- 
scrito, ossia  di  lingua  sacra  degl'  Indiani  ed  autore  oltre 
che  di  Glossari  sanscriti,  della  Grammatica  comparata  di 
lingue  sanscrita,  greca,  latina,  gotica  e  tedesca.  La  prima 
grande  conquista  di  questo  nuovo  ramo  dello  scibile  fu 
la  scoperta  dei  primitivi  rapporti  da  una  parte  dei  popoli 
così  detti  indo-europei,  dall'altra  dei  popoli  semiti.  La  fa- 
miglia dei  primi  che  hanno  per  antenati  gli  Arii  od  Ariani* 
uno  dei  popoli  più  antichi  dell'  Asia,  abitanti  dell'  Aria 
nell'antica  Persia,  che  vuoisi  sorgesse  sul  posto  dell'odierna 


Herat,  capitale  dell'Afganistan,  comprende  gli  Indù  (India 
anteriore),  gli  Irani  (alta  Asia),  i  Greci,  gì'  Italici  (i),  i 
Celti  (2),  i  Germani  e  gli  Slavi.  E  le  lingue  indo-europee 
od  ariane  appartengono  ad  una  famiglia  di  idiomi,  il  cui 
tipo  è  il  sanscrito. 

Dalla  famiglia  dei  Semiti  vennero  invece  gli  Assiri, 
i  Caldei,  gli  Ebrei,  i  Fenici  qcc.  ed  è  divisa  in  tre  rami 
principali:  l'Arameo  (da  Aram  figlio  di  Sem,  padre  degli 
Aramei  e  dei  Caldei),  l'Ebreo  e  l' Arabo-Etiopico. 

Insomma  lo  studio  delle  lingue  comparate  è  necessa- 
rio per  sapere  ben  giudicare  il  valore  dei  prodotti  dello 
spirito,  onde  poter  spiegare  con  le  tracce  di  instituzioni 
dell'  età  remota,  vicende  e  civiltà  di  secoli  privi  d' ogni 
altra  tradizione.  Ma  non  basta.  Un'  altra  conquista  della 
linguistica  è  lo  studio  dei  nomi  dei  luoghi,  dei  fiumi,  dei 
monti,  mediante  il  quale  si  può  conoscere  il  tempo  in  cui 
appaiono  tali  nomi,  i  loro  rapporti  e  i  fatti  storici  ad  essi 
relativi.  In  paragone  delle  arbitrarie  etimologie  delle  leg- 
gende popolari  e  degli  scrittori  antichi  il  nuovo  studio 
segna  un  grande  progresso  scientifico. 

«  Gli  altri  prodotti  dello  spirito,  di  qualunque  specie 
siano,  ci  servono,  ciascuno  nel  rispettivo  campo,  come  te- 
stimonianza delle  attitudini  morali,  delle  idee,  dei  senti- 


(1)  Ognuno  sa  che  per  Italici  s'intendono  le  famiglie  dei 
Latini,  degli    Oschi,  degli  Umbri  ecc. 

(2)  Popolo  di  razza  Caucasi ca  che  si  sparse  nella  Francia, 
nella  Spagna,  nella  Gran  Bretagna,  in  Irlanda  e  nell'Italia  set- 
tentrionale. 


—  114  — 

menti,  in  una  parola  del  grado  di  coltura  delle  età  rispet- 
tive e  dei  relativi  autori,  ed  hanno,  così  considerati,  il  ca- 
rattere di  avanzi.  Anche  tutte  le  opere  storiche  d' ogni 
specie  posseggono  dunque  il  carattere  di  avanzi  in  quanto 
noi  le  consideriamo  come  documenti  dello  stato  e  della 
maniera  d'essere  della  scienza  storica,  del  modo  di  con- 
cepire e  di  scrivere  delle  relative  età,  scuole  e  persone;  e 
sotto  questo  rispetto  anche  opere  storiche  assai  posteriori 
all'età  cui  si  riferiscono  e  che  in  nessun  caso  potrebbero 
servire  di  documento  per  determinare  il  valore  storico  del 
materiale  che  contengono,  acquistano  valore  proprio;  per- 
chè non  solo'  ha  una  certa  importanza  il  sapere  da  quali 
sussidi  un'  età  traeva  la  sua  conoscenza  del  passato,  ma 
è  d'interesse  grandissimo  il  vedere  in  che  modo  essa  ri- 
traeva il  concetto  che  aveva  del  passato  e  il  conoscere  le 
forme  date  al  materiale  storico  ,  le  quali  poi  influirono 
forse  su  opere  posteriori  importanti  ed  hanno  peso  per 
la  critica  di  queste.  Le  notizie  di  fatti  storici  contenute 
nei  prodotti  dello  spirito  soggiacciono  naturalmente  a 
quei  turbamenti  subiettivi,  ai  quali  la  tradizione  è  sem- 
pre esposta,  e  cadono  sotto  le  regole  del  metodo  che  è  da 
adoperarsi  con  essa.  Per  es.  la  cronica  d'  Ottone  di  Fri- 
singa  (il  noto  vescovo  che  scrisse  le  geste  dell'imperatore 
Federico  Barba  rossa)  stampata  nei  ^Monumenta  Germa- 
niae  historica,  quando  venga  considerata  puramente  come 
un  prodotto  della  letteratura  storica,  ci  fornisce,  meglio  di 
qualunque  altro  avanzo  monumentale,  documenti  obiet- 
tivi sul  modo  di  concepire  la  storia  e  sull'arte  di  scriverla 
dell'  autore   e   del   suo   tempo;   ma   se   vorremo   cavare 


-  115  — 

di  là  testimonianze  sulla  storia  del  primo  Federico  noi 
vi  troveremo  la  verità  soventi  volte  turbata  a  causa  del 
passaggio  dei  fatti  narrati  attraverso  lo  spirito  peculiare 
dell'  autore.  Talora  anche  i  prodotti  dei  più  disparati  ge- 
neri di  letteratura  possono  contenere  fatti  storici  ;  e  que- 
ste parti,  che  rientrano  nella  tradizione,  sono  nel  carat- 
tere loro  da  distinguere  nettamente  i).  » 

Ora  veniamo  ad  un  caso  pratico.  Supponiamo  che 
uno  di  voi  si  proponga  di  scrivere  una  nuova  storia  di 
Venezia.  Sentite  cosa  gli  converrebbe  di  fare  nel  periodo 
di  preparazione  ;  e  ve  lo  dice  uno  che  la  sta  studiando 
soltanto  da  una  quarantina  d'  anni,  o  poco  meno,  senza 
essere  venuto  a  capo  di  ciò  che  avrebbe  voluto  per  dare 
fuori  qualche  cosa  di  veramente  buono  ed  utile.  Quegli 
adunque  che  intendesse  accingersi  ora  alla  compilazione 
di  un'opera  così  vasta,  seguendo  in  tutto  e  per  tutto  le 
regole  dell'odierna  metodica,  dovrebbe  dedicare  anni  pa- 
recchi per  compulsare  tutte  le  fonti  che  gli  occorrono  per 
compiere  un  sì  gigantesco  disegno,  fare  gli  opportuni  raf- 
fronti ecc.  ecc.  Vengono  in  primo  luogo,  nella  serie  degli 
elementi  che  compongono  il  materiale  di  carico  e  scarico,  i 
documenti  dell'Archivio  di  Stato  custoditi  in  più  che  tre- 
cento locali  contenenti  gli  antichi  Archivi  della  Repubblica 
Ccioè  96520  tra  filze  e  registri,  52878  pergamene,  6303  di- 
segni), i  moderni  (tra  buste,  pacchi,  registri  ecc.  un  cen- 
tomila pezzi  e  più)  ed  il  notarile  dal  1030  al  1830  (mi- 
riadi e  miriadi  di  documenti). 


(1)  Crivellucci,  Manuale  cit.,  pag.   138. 


—  116  — 

E  tra  questi  archivi  della  Repubblica  primeggiano, 
per  importanza  storica,  quelli  della  Cancelleria  ducale, 
della  Cancelleria  secreta,  del  Consiglio  dei  X  e  degl'In- 
quisitori di  Stato,  del  Senato,  del  Maggior  Consiglio,  dei 
conventi  e  monasteri  soppressi,  delle  scuole  e  fraterne  dei 
poveri,  delle  corporazioni  d'arti  e  mestieri,  del  Sant'Uffi- 
zio; i  dispacci  e  le  relazioni  (tanto  famose)  dei  veneti  am- 
basciatori, di  cui  ne  abbiamo  parecchie  a  stampa  per  opera 
del  Tommaseo  (i)  e  dell'Alberi,  prima,  del  Berchet  e  del  Ba- 
rozzi  più  di  recente;  i  libri  dei  Patti,  la  cui  serie  si  chiude 
col  finire  del  secolo  XIV,  ed  i  Commemoriali,  dei  quali 
parlerò  più  avanti  (lezione  X)  perchè  costituiscono  il 
vero  Codice  diplomatico  della  Veneta  Repubblica,  primo 
fra  tutti  in  Europa;  il  libro  doro,  cioè  i  volumi  delle  nascite 
(dal  1506)  e  dei  matrimoni  (dal  1526)  dei  veneti  patrizi;  i  ne- 
crologi (con  qualche  rara  lacuna)  del  Magistrato  alla  Sanità 
di  tutti  i  cittadini  di  Venezia  dal  1537  al  1805;  l'Archivio 
della  Zecca  e  dell'  Arsenale  ;  i  libri  dei  Cerimoniali  con 
tutte  le  regole  d  etichetta  per  il  doge  e  la  sua  corte,  per 
la  venuta  di  principi  stranieri  e  pel  ricevimento  degli 
ambasciatori  ;  gli  atti  dei  veneti  consolati  ;  i  rapporti  dei 
comandanti  o  provveditori  d'armata  e  dei  funzionari  pre- 
posti al  governo  dei  paesi  soggetti  alla  Repubblica  ;  le 
lettere  ducali,  ossia  del  governo,  scritte  in  nome  del  doge; 
gli  autografi  dei  sovrani,  pontefici   ecc.   Non   parlo   degli 


(1)  Rèlations  des  ambassadeurs  vènitiens  sur  les  affaires 
de  France  au  XVI  siècle  recueillies  et  traduites  par  M.  N.  Tom- 
maseo, Paris,  Imp.  Royal,   1838  (tomi  due). 


-  117  - 

Archivi  particolari  di  tante  magistrature  come  i  Provve- 
ditori alla  Sanità,  la  Quarantia  civile  e  criminale  ecc. 
perchè  s'andrebbe  troppo  per  le  lunghe.  Dopo  gli  archivi 
vengono  la  Biblioteca  Marciana  (i)  ed  il  Museo  Civico, 
dove  stanno  raccolti  codici  e  cimelii  preziosi,  cronache 
autografe,  documenti  od  argomenti  di  storia  patria.  Ed 
ora  passiamo  agli  stampati.  Citerò  in  primo  luogo  tutte 
le  pubblicazioni  del  compianto  Bartolomeo  Cecchetti  ela- 
borate con  vero  magistero  d'archivista  e  di  cui  troppo 
lunga  riuscirebbe  la  semplice  numerazione  (Il  doge  di 
Venezia,  La  repubblica  di  Venezia  e  la  corte  di  1{pma, 
La  vita  dei  Veneziani  fino  al  sec.  XIII,  Gli  archivi  della 
Repubblica,  Studi  paleografici  ecc.  ecc).  giusta  il  catalogo 
del  Giorno  (di  lui  sapiente  quanto  modesto  discepolo)  che 
fu  pubblicato  nel  t.  XXXVIII  parte  I.,  1889,  deìYoArchivio 
'Veneto.  Seguono  poi  la  Bibliografia  veneziana  del  Cicogna 
e,  in  continuazione,  quella  del  Soranzo;  la  cronaca  Sagor- 
nina,  ossia  del  diacono  Giovanni  Sagomino  {Chronicon 
Venetum  et  Gr adense  usque  ad  annum  1008),  ma  non 
quella  pubblicata  in  Venezia  nel  1765  dallo  Zanetti  con 
molte  inesattezze  (2),  bensì  1'  edizione  stampata  in  Anno- 
ver  nel  1848  dal  Pertz  nei  ^Monumenta  Germaniae  histo- 
rica  (t.  VII,  pag.  1-47)  e  meglio  ancora  la  più  recente  che 
pubblicò,  con  altre  Cronache  veneziane  antichissime,  1'  il- 
lustre prof.  Monticolo   dell'  università   di   Roma   con  ri- 


(1)  Essa  possiede  ora  circa  400  mila  volumi,  100  mila  opu- 
scoli, 15  mila  manoscritti. 

(2)  V.  pag.   93. 


—  118  — 


dondanza  di  note  e  di  critici  avvertimenti  (Ist.  stor.  ital., 
Fonti  per  la  storia  d'Italia,  Roma,  Forza  ni,  1890,  voi.  I). 
Ricordate  ciò  che  vi  dissi  in  una  delle  precedenti  lezioni  : 
che,  cioè,  la  cronaca  del  diacono  Giovanni  (da  circa  la 
metà  del  sec.  VI  al  1008)  è  una  fonte  preziosissima  non 
solo  per  1'  antica  storia  del  comune  veneziano  ma  anche 
per  quella  dell'impero  romano-tedesco.  Viene  dopo  la  cro- 
naca dell'Anonimo  QAltinate  del  sec.  XIII  {Ardi.  stor.  it. 
serie  I,  voi.  Vili,  1845  ~~ "  c°d-  del  Sem.  Patr.  di  Venezia  — L  e 
nel  voi.  V  dell'  Appendice,  1847)  secondo  il  codice  Dres- 
dense,  ma  converrebbe  leggere  lo  studio  che  su  essa  fece 
il  Simonsfeld  (1)  e  che  fu  pubblicato,  nella  versione  ita- 
liana, nel  t.  XVIII  dell'Archivio  veneto,  anno  1879.  Ab- 
biamo poi  le  cronache  di  Martino  da  Canale  (2),  dì  An- 
drea Dandolo  (Muratori,  Rer.  Ital.  Script.  XII)  di  Rafaino 
Caresini  (ibid.),  di  Giovanni  Bembo  (ibid.),  di  Andrea  Nava- 
gero  (ibid.  XXIII)  e  di  Lorenzo  de  Monacis  (Venezia,  1758); 
le  Vite  dei  Dogi  di  Marto  Sanuto  (su  apografo  imperfetto 
nei  Rer.  Ital.  Script.  XXII,  sull'  originale  cioè  sull'  auto- 
grafo marciano,  e  con  ridondanza  di  note,  a  cura  del 
Monticolo,  nel  fase  III  e  seg.  delle  ristampate  Opere  SWu- 
ratoriane,  Lapi,  Città  di  Castello    1900),  gli   (annali  del 


(1)  Il  Simonsfeld  pubblicò  il  Ckrouicon  Venetum  quoti  vulgo 
dicunt  Altinate  nel  t.  XIV,  1882  {Scriptores)  dei  9/Conum.  German. 
hisi. 

(2)  La  Cronique  des  Veniciens  de  maistre  Martin  da  Canal, 
ossia  Cronaca  Veneta  del  maestro  Martino  da  Canale,  dall'ori- 
gine della  città  sino  all'anno  1275  tratta  da  un  codice  della  Bi- 
blioteca Riccardiana.  Archivio  storico  di  Firenze*  t.  VIII,  1845.  - 


—  119  - 

Malipiero  (  Arch.  stor.  ìtal.  serie  I  voi.  VII),  i  Diari  del 
Friuli  {^Rer.  hai.  Script.  XXIV)  ;  le  storie  di  Venezia  dei 
pubblici  storiografi  Sabellico,  Bembo  (Pietro),  Paruta,  Mo- 
rosini,  Nani,  Foscarini  e  Garzoni,  non  che  quelle  degli 
storici  Bernardo  e  Pietro  Giustiniani, Paolo  Morosini, Giam- 
battista Contarmi,  Francesco  Verdizzotti  e  Giacomo  Diedo. 
Dei  moderni  dovrebbonsi  consultare  le  compilazioni  del 
Galibert,  del  Laugier  e  dei  Cappelletti-  sebbene  non  esenti 
da  errori  (i),  —  come  pure  i  buoni  compendi  storici  di 
Apostolo  Zeno  e  di  Agostino  Sagredo,  ma  più  che  tutto 
l'opera  documentata  del  Romanin  (2),  che  si  può  conside- 
rare senza  esitanza  la  prima  fra  tutte  le  storie  veneziane 
finora  pubblicate. 

Degno  continuatore  del  Romanin,  ma  in  più  ristretto 
campo,  fu  il  compianto  abate  Fulin  (autore  di  un  eccellente 
Sommario  di  storia  veneta)  segnatamente  pei  suoi  lavori 
documentati  sugl'Inquisitori  di  Stato.  Con  spirito  ostile  ,e 
non  senza  sospetto  di  mala  fede  scrisse  pure  il  Daru  (il  fa- 
moso inventore  degli  Statuti  degl'Inquisitori  di  Stato,  di 
cui  vi  parlai  nella  seconda  lezione)  una  storia  della  glo- 
riosa repubblica  (3),  alla  quale  gli  studiosi  non  potrebbero 


(1)  Galibert,  Histoire  de  Venise,  Paris,  Turne,  1847,  ristam- 
pata col  titolo  :  Hist.  de  la  rèp.  de  Venise,  Paris,  Clave,  1856. 

Laugier,  Histoire  de  la  rèp.  de  Venise  1759-68,  12  voi. 
Cappelletti,  Storia  delia  rep.  di  Yen.,  voi.  13,  Venezia,  An- 
tonella, 1850-55. 

(2)  Romanin,  Storia  documentata  dì  Venezia,  voi.  io,  Venezia, 
Naratovich,  1853-61. 

(3;  Histoire  de  la  république  de   Venise,  181 9  (7  voi.  in-8.) 


—  120  — 

ricorrere  senza  molta  precauzione.  Dei  tedeschi  il  Lebret 
(Staatsgeschichte  der  <I{epublik  Venedig  pubblicata  a 
Lipsia  dal  1769  al  1777)  scrisse  abbastanza  coscienziosa- 
mente e  con  T  aiuto  di  quelle  fonti  che  gli  consentivano 
i  tempi.  Più  recente  è  il  Gfròrer,  Storia  di  Venezia  dalla 
sua  fondazione  fino  al  1084,  tradotta  dal  tedesco  e  pub- 
blicata a  Venezia  nel  1878,  dove  quest'autore  esagera  la 
dipendenza  dell'antica  Repubblica  dall'impero  d'Oriente. 
A  me  una  simile  questione  parrebbe  risolta  con  quanto 
affermai  nella  mia  Storia,  vale  a  dire  che  possiamo  adesso 
argomentare  con  piena  sicurezza  che  la  Venezia,  dai 
tempo  di  Pietro  Orseolo  II  cioè  verso  il  millennio,  divenne 
signora  dell'  Adriatico  e  quindi  potenza  marittima  indi- 
pendente e  dal  tempo  di  Vitale  Falier,  ossia  cent'anni 
dopo,  uno  Stato  libero  affatto  (anche  da  nominale  sog- 
gezione) dal  secolare  dominio  bizantino  che  i  Veneziani, 
fino  allora,  considerarono  come  legittimo  successore  del- 
l'impero romano  d'Oriente.  E  giacché  parlo  della  mia  opera 
lasciatemi  dire  che  la  Storia  d'un  lembo  di  terra  riuscirà 
meno  imperfetta  con  una  terza  edizione,  per  la  quale  ho  già 
preparate  migliaia  (dico  migliaia)  di  giunte  e  correzioni  ;  che 
la  Storia  politica  di  Venezia  secondo  le  ultime  ricerche^  non 
ha  di  buono,  a  mio  avviso,  che  alcuni  capitoli  e  special- 
mente l'ottavo  (tratto  dalla  mia  premiata  Storia  della  pro- 
missione ducale  pubblicata  nel  1888)  perchè  vi  ev  riunito 
tutto  quanto  si  riferisce  alla  potestà  del  Doge  onde  ognuno 
possa  farsi  un  concetto  chiaro  ed  esatto  delle  leggi  a  mano  a 
mano  promulgate  a  fine  di  contenerla  sempre  più  nei  limiti 
imposti  dalla  suprema  ragione  di  Stato,  del  quale  egli  era 
soltanto  il  capo  titolare  e  visibile,  mentre  la  vera  sovra- 


■ 


nità  della  Repubblica  apparteneva  di  fatto  e  di  diritto  al 
Maggior  Consiglio,  composto  di  tutti  i  patrizi  dai  25  anni 
in  su  (1)  e  cui  spettavano,  tra  le  altre  cose,  le  nomine 
alle  magistrature,  cominciando  dalla  più  alta,  e  la  pro- 
mulgazione delle  leggi,  base  fondamentale  dello  Stato. 

Oltre  alle  dette  opere,  croniche,  relazioni  ecc.  chi  volesse 
accingersi  a  comporre  una  storia  generale  dovrebbe  compul- 
sare la  raccolta  dell'Archivio  Ueneto  e  del  Nuovo  Archi- 
vio Veneto  che  ora  sostituisce  il  primo;  le  memorie,  pure 
su  argomenti  di  storia  veneziana,  che  si  leggono  nell'Ar- 
chivio storico  italiano,  nell'Ateneo  'Veneto  e  negli  Atti  del 
R.  Istituto  Veneto  di  scienze,  lettere  ed  arti  ;  i  lavori  del 
Kandler,  per  ciò  che  concerne  l' Istria  veneta,  e  il  Codice 
diplomatico  istriano  ;  l'Archeografo  triestino  diretto  dallo 
storico  e  letterato  Attilio  Hortis  che,  fatti  i  suoi  studi  a 
Padova,  divenne  gloria  non  pure  di  Trieste,  sua  patria,  ma 
d'Italia;  le  pubblicazioni  dell'Istituto  storico  italiano  con 
le  Cronache  veneziane  antichissime  e  i  Capitolari  delle  arti 
veneziane  a  cura  del  Monticolo  ;  le  Inscrizioni  veneziane 
del  Cicogna;  le  pubblicazioni  del  Cipolla,  del  Molmenti, 
del  Raulich,  del  Marchesi,  del  Lazzarini,  dell'Orsi,  del  Bat- 
tistella,  dell'  Occioni  -Bónaffons,  del  Malamani,  del  Ram- 
baldi,  del  Cogo,  del  Nani  Mocenigo,  del  Dalla  Santa,  del 
Mas-Latrie,  del  Simonsfeld  e  di  tanti  altri  valorosi  contem- 


(1)  Però  ogni  anno  nel  giorno  di  s.  Barbara  (4  dicembre) 
estraevansi  a  sorte  i  nomi  di  trenta  patrizi  d'anni  venti  compiuti 
sino  a'  venticinque,  che  venivano  ammessi  (ossia  abilitati  ad 
entrar  con  voto)  nel  Maggior  Consiglio  :  il  che  dicevasi  vegnir 
a  la  barbar  eia. 


-  122  — 

poranei,  com  pure  quelle  della  R.  Deputazione  veli,  di  storia 
patria,  compresi  i  famosi  Diari  di  Marin  Sanuto  (1498- 1535) 
in  58  volumi,  lo  studio  recentissimo  del  Besta  sul  Senato 
veneziano,  il  Codice  diplomatico  padovano  'del  Gloria,  il 
Diplomatarium  veneto-lev antinum  del  Thomas  e  il  Lìber 
regiminum  Paduae  del  Bonardi.  E  poi  il  Filiasi,  Memorie 
storiche  dei  'Veneti  primi  e  secondi',  il  Gallicciolli,  T>elte 
memorie  venete  antiche  profane  ed  ecclesiastiche  ;  il  Sandi, 
rPrincipii  di  storia  civile  della  repubblica  diVene^ia  (una  do- 
viziosa miniera  di  notizie  sull'ordinamento  e  sulle  vicende 
della  Serenissima);  il  Marin,  Storia  civile  e  politica  del  com- 
mercio dei  Veneziani',  il  Heyd,  Le  colonie  commerciali 
de^T  Italiani  in  Oriente  nel  medio  evo  (trad.  da  Miiller, 
'  Venezia,  Antonelli,  1866)  e  la  Geschichte  des  Levantehan- 
dels  im  Mittelalter  (2  voi.),  Stuttgart,  1879;  ^  Man  fremi 
(Storia  della  marina  italiana,  Livorno  1897  e  1899)  Per 
la  marineria;  il  Corner,  il  Cappelletti  e  il  Cicogna  per 
le  Chiese,  lo  Zanetti,  il  Temanza,  il  Ridolfi,  il  Selvatico,  il 
Paoletti  ecc.  per  le  arti;  il  Foscarini,  l'Agostini,  il  Moschini* 
il  Nani  Mocenigo,  il  Rossi,  il  Bianchini  ecc.  per  la  lette- 
ratura ;  il  Boerio  ed  il  Ninni,  per  la  lessigraiìa  dialettale; 
il  Lamberti  e  il  Nalin,  il  Dal  Medico,  il  Bernoni  e  il 
Pasqualigo,  Cesare  Musatti,  mio  carissimo  fratello,  Raf- 
faello Barbiera  ecc.  per  la  dialettologia;  Carlo  Goldoni  e 
Giacinto  Gallina,  suo  degno  continuatore,  Francesco  Au- 
gusto Bon  (interprete  perfetto  del  carattere  di  Ludro)  e  Ric- 
cardo Selvatico  ecc.  per  la  dialogistica  o  commediografi  a  ver- 
nacola; il  Molmenti  per  la  vita  privata  dei  Veneziani;  il  Caffi 
per  la  musica  sacra;  Giustina  Renier -Michiel  per  le  feste; 
Giacomo  Franco  (Habiti  d*huomini  et  donne  venetiane  ecc., 


—  123  — 

Venetia  1610)  e  Fabio  Mutinelli  {'Del costume  vene$iano,Ve- 
nezia  1831)  per  i  costumi;  il  Lazzari,  il  Padovan  e  Nicolò 
Papadopoli  per  le  monete  e  così  via,  secondo,  cioè,  le  speciali 
indicazioni  che  si  trovano  nelle  mentovate  Bibliografie  ve- 
neziane del  Cicogna  e  del  Soranzo,  nei  Cataloghi  della  Bi- 
blioteca Marciana,  dell'Archivio  di  Stato,  del  Museo  Civico 
di  Venezia  ecc.  (1).  Insomma  le  fonti  sono  tali  e  tante  e  un 
lavoro  di  ricerca,  di  riscontro,  di  revisione  ecc.  richiederebbe 
tanta  fatica  e  tanto  spazio  di  tempo  che  in  oggi  una  storia 
generale  di  Venezia  sarebbe  quasi  impossibile  di  poterla 
compiere  secondo  le  esigenze  dell'odierna  critica  scientifica 
ed  il  progresso  sempre  maggiore  delle  storiche  discipline. 
Per  ciò  a  chi  venisse  il  ti:chi  j  di  ripetere  l'errore  in  cui  par 
troppo  sono  io  stesso  caduto,  e  mi  domandasse  un  parere, 
lo  sconsiglierei  dal  tentare  un'  impresa  così  ardita  e  lo 
consiglierei  invece  di  limitarsi  o  a  un  breve  periodo  di 
tempo  o  ad  un  argomento  affatto  peculiare.  E  sia  nell'uno 
che  nell'  altro  caso  non  dovrebbe  trascurare,  tra  le  fonti, 
anche  quei  prodotti  dei  più  disparati  generi  di  letteratura 
che  possono  contenere  fatti  storici,  facendo  però  distin- 
zione tra  quei  prodotti  di  materia  storico- politica  che 
stanno  di  mezzo  tra  le  reliquie  e  la  tradizione,  come  le 
gazzette,  gli  scritti  d'occasione  ecc. 

Il  Ranke,  che  si  può  dire  il  padre  dell' odierna  critica 


(1)  E  per  le  finanze  saranno  da  consultarsi  i  lavori  che 
verranno  stampati  in  processo  di  tempo  dalla  Commissione  per 
la  pubblicazione  dei  documenti  finanziari  della  repubblica  di  Venezia 
instituita  con  R.  Decreto  16  agosto  1897,  e  che  darà  effetto' al 
compimento  di  quest'  opera  colossale,  giusta  il  programma  del- 
l' illustre  relatore,  prof.  Fabio  Besta  (litogr.  Pellizzato,  1898.) 


—  124- 

storica  in  Germania,  ne  ha  ben  definito  il  carattere. 
«  I  giornali,  egli  dice  ne  V  Uistorisch-politische  Zeitschrift 
(voi.  I,  1832,  pag.  115),  mostrano  le  grandi  gradazioni  dei 
partiti  in  tutta  la  varietà  dei  loro  indirizzi;  ma  noi  ascol- 
tiamo in  essi  la  voce,  per  così  dire,  più  d'intere  classi  che 
d'individui;  sono  opinioni  già  dichiarate,  sentimenti  de- 
terminati, dai  quali  non  si  declina,  ai  quali  si  è  legati, 
coi  quali  continuamente  si  combatte  e  si  cerca  di  domi- 
nare gli  avvenimenti  ».  Io  vi  dirò  poi  che  le  gazzette,  in 
quanto  ci  fanno  conoscere  le  idee  e  gli  atteggiamenti  dei 
partiti,  hanno  carattere  di  avanzi  ;  eh'  esse  abbiano  poi 
anche  un  altro  carattere  come  testimonianza  dei  fatti,  lo 
dice  il  Ranke  con  quest'  altre  parole  :  «  In  ogni  caso  ci 
dobbiamo  guardare  dall'affidarci  esclusivamente  ad  uno  o 
ad  un  altro  giornale;  solo  prendendo  insieme  i  più  op- 
posti, si  intendono,  e  si  può  fissare  un  punto  fermo  al  di 
sopra  delle  loro  varie  tendenze;  ne  sarebbe  ben  consi- 
gliato starsene  solo  ai  giornali  ».  E  sugli  scritti  d'  occa- 
sione: «  Essi  sono  di  carattere  più  individuale,  ma  hanno 
una  base  comune  e  generale;  si  vede  meglio  con  chi  si 
ha  a  che  fare;  le  opinioni  appaiono  col  colorito  d'un 
pensiero  personale;  sono  più  fresche,  più  sciolte,  più 
nuove,  vere  figlie  del  momento  ».  Gli  scritti  d' occasione 
hanno  dunque,  come  documenti  per  la  conoscenza  dei 
partiti,  appena  appena  il  carattere  d'avanzi,  io  hanno  solo 
perla  conoscenza  della  posizione  dell'autore  di  fronte  ai 
suo  partito  e  de'  suoi  particolari  amici  politici  (1). 


(1)  Crivellucci,  Manuale  cit.,  pag.   139. 


— 125  — 

Anche  gli  atti  pubblici,  atti  di  concili  e  parlamenti, 
protocolli,  memoriali,  resoconti,  relazioni  d' ambasciate, 
istruzioni,  note  diplomatiche  e  dispacci  circolari,  proclami, 
bullettini  di  guerra  ecc.,  bisogna  considerarli  come  avanzi 
immediati  degli  argomenti  o  dei  fatti  a  cui  si  riferiscono; 
ma  non  sono  sempre  sincere  e  veritiere  testimonianze  dei 
rapporti  e  degli  avvenimenti  cui  si  riferiscono  e  dei  loro 
motivi,  che  anzi  soggiacciono  sotto  questo  rispetto  a  tutte 
le  contraffazioni  ed  alterazioni  proprie  delle  fonti  della  tra- 
dizione. E  noto,  per  esempio,  come  nei  proclami  tendenti  ad 
eccitare  o  a  calmare  le  popolazioni,  i  fatti  e  i  motivi  siano 
spesso  esposti  in  opposizione  al  vero.  Quando  il  Bonaparte 
intimò  alla  repubblica  di  Venezia  di  mutare  la  forma  di 
reggimento  da  aristocratico  in  democratico,  il  Veneto  Go- 
verno, che  pur  sapeva  che  un  tale  cambiamento  signifi- 
cava invece  una  completa  sommessione  ai  voleri  e  ai  fini 
politici  della  Francia,  pubblicava  1'  ultimo  giorno  di  sua 
vita,  cioè  il  1 6  maggio  1797,  un  ingannevole  manifesto  in 
cui  annunciava  solennemente  all'Europa  e  particolarmente 
al  Popolo  Veneto  la  riforma  libera  e  franca  che  credeva 
necessaria  alla  costituzione  della  cRg$ubblica  (1).  E  nella 
notte  precedente  erano  entrati  a  Venezia  quattromila  fran- 
cesi sotto  il  comando  del  generale  Baraguay  d'  Hilliers. 
Una  libera  riforma  insomma  che  si  puntellava  su  le  baio- 
nette francesi  ! 


(1)  Raccolta  di  carte  pubbliche  del  nuovo  veneto  governo   de- 
mocratico, Venezia,  Gatti,  1797,  voi.  I  pag.  Vili. 


—  126  — 

Quando  il  30  dicembre  1847  il  Tommaseo  leggeva  al- 
l'Ateneo Veneto  quel  suo  famoso  e  coraggioso  discorso 
contro  la  censura  austriaca  e  contro  le  restrizioni  imposte 
alla  stampa,  proponendo,  a  farle  cessare,  un'  istanza  (al- 
l'imperatore)  che  raccolse  subito  quattrocento  firme  e  poi 
anche  quelle  dei  professori  di  quest'Università  padovana, 
k  Gaietta  di  Venezia  diede  ad  intendere  che  quel  di- 
scorso era  stato  poco  più  che  una  scortese  critica  alla  legge 
di  censura  sarda.  Ma  l'autore,  contro  sì  bugiarda  versione, 
rivendicò  fieramente  il  vero  significato  delle  sue  parole.  E 
le  innumerevoli  panzane  inventate  a  proposito  dell'affare 
Dreyfus?  Chi  vorrà  un  giorno  compilarne  la  storia  avrà 
un  bel  da  fare  a  passarle  tutte  sotto  il  vaglio  della  critica. 

Dunque  non  rare  volte  i  fatti  e  i  motivi  sono  esposti 
(nei  Giornali)  in  opposizione  al  vero  e  guai  a  chi  si  fida 
di  ciò  che  asseriscono  e  del  loro  modo  d'apprezzarli.  Così 
dicasi  dei  bollettini  di  guerra,  dei  Libri  Verdi  contenenti 
la  raccolta  di  documenti  diplomatici  ecc.,  che,  nonostante 
il  carattere  ufficiale,  solo  si  partecipa  ciò  che  il  governo 
crede  opportuno  di  far  sapere.  Accade  anche  spesso  che 
protocolli  di  trattative,  bilanci  ecc.,  nell'interesse  dei  par- 
titi, per  ragioni  d'opportunità,  nonché  per  ignoranza,  pre- 
sentino le  cose  e  le  coloriscano  in  un  modo  piuttosto  che 
in  un  altro;  talora  anche  si  stendono  doppi  protocolli, 
l'uno  segreto  l'altro  -pubblico,  dei  quali  questo  non  è  che 
un  estratto  di  quello  e  contiene  soltanto  ciò  che  si  ere- 
dette  conveniente  di  pubblicare.  E  noto  che  col  trattato 
di  Carlowitz  26  gennaio  1699  la  Turchia  s'obbligò  a  con- 
fermare alla  Repubblica  Veneta  il  dominio  della  Morea 
procuratole  dal   valore   di   Francesco  Morosini  e  inoltre 


—  127  — 

dovette  cederle  1'  isola  di  Egina  nel  golfo  d'Atene,  quella 
di  s.  Maura  nel  mar  Ionio  e  alcuni  luoghi  della  Dalmazia 
verso  le  bocche  di  Cattare.  Ora  sebbene  1'  accordo  fosse 
stato  già  sottoscritto,  riuscì  tuttavia  all'avveduto  Senato 
d'ottenere  un' ampliazione  di  patti  (per  regolare  le  cose 
della  navigazione,  della  giustizia  e  della  religione)  mercè 
le  premure  dell'ambasciatore  Soranzo  che  mandò  poi  a 
Venezia  la  ratifica  del  sultano  al  vero  trattato  di  pace,  da 
me  pubblicato  e  ch'era  inedito,  componentesi  di  ben  tren- 
tatre articoli  anziché  di  sedici  come  l'hanno  succinta- 
mente descritto  gli  storici.  E  difatti  il  trattato  di  sedici 
articoli  nell'  originale  turco  è  nella  busta  2.a  al  n.  40  dei 
documenti  turchi  e  trascritto  nel  voi.  XXX  dei  Comme- 
moriali ;  il  trattato  di  trentatre  articoli,  pure  nell'origi- 
nale turco,  è  invece  al  n.  1  della  i.a  busta  dei  documenti 
turchi  e  trascritto  a  carte  37  (seconda  numerazione  dell'e 
pagine)  dello  stesso  volume  dei  Commemoriali  esistenti 
nel  veneto  Archivio  di  Stato. 

Del  resto  la  diplomazia  è  avvezza  a  queste  doppiezze, 
perchè  non  è  raro  il  caso  che  accanto  allo  scambio  uffi- 
ciale e  pubblico  degli  atti  ne  abbia  luogo  un  altro  se- 
greto di  documenti  redatti  in  modo  essenzialmente  di- 
verso. «  Ciò  tuttavia  non  deve  dar  luogo  ad  uno  scetticismo 
irragionevole,  quasi  non  dovessimo  servirci  affatto  di  que- 
sti documenti,  che  pure  sembrerebbero  tanto  attendibili 
per  la  immediata  relazione  loro  coi  fatti,  e  dovessimo  es- 
sere da  essi  interamente  ingannati.  Si  deve  solo  non  di- 
sconoscere i  due  aspetti  del  loro  carattere  e  tenerli  bene 
distinti  ;  noi  possediamo  in  essi  sempre  immediate  e  sin- 
cere testimonianze  di  ciò  che  quelli,  dai  quali  furono  re- 


—  128  — 

datti,  volevano  che  il  pubblico  sapesse  o  eh'  essi  stessi  sa- 
pevano di  quei  dati  fatti,  rapporti  e  motivi;  ma  non 
dobbiamo  mai,  senza  un  esame  accurato,  ammettere  che  noi 
in  tali  atti  possediamo  sincere  testimonianze  dei  fatti, 
rapporti  e  motivi  in  sé  stessi.  Essi  ci  obbligano  adunque 
all'esame  metodico,  non  ci  autorizzano  allo  scetticismo; 
in  altri  termini,  a  stabilire  il  loro  valore  come  testimo- 
nianze dei  fatti  che  contengono,  noi  dobbiamo  far  uso  di 
tutti  quei  criteri  di  cui  ci  serviamo  per  la  tradizione  (e 
che  ho  spiegato  nella  precedente  lezione  trattando  del- 
l'analisi delle  fonti);  e  come  per  riguardo  alle  turbazioni 
subiettive  di  un'  opera  storica  non  ci  asteniamo  dal  ser- 
vircene e  di  attingere  ad  essa  dopo  un  esame  conveniente, 
così  per  i  riguardi  testé  accennati  non  ci  asterremo  troppo 
precipitosamente  dal  servirci  convenientemente  degli  atti 
medesimi.  La  credibilità  dei  dati  in  essi  contenuti,  come 
negli  scrittori  storici  propriamente  detti,  dipende  dalle 
qualità  del  redattore,  dal  suo  carattere,  dalle  sue  doti, 
dalla  sua  condizione  sociale  ecc.  »  (1). 

Di  particolare  carattere  sono  i  varii  avanzi,  che  in 
lato  senso  chiamiamo  atti  d'amministrazione  o  gestione 
pubblica  come  i  libri  di  conti,  registri  di  dogana  e  di 
tasse,  note  statistiche,  catasti,  registri  di  persone  come  i 
necrologi  o  i  libri  d'oro  dove  si  annotavano  le  nascite  e 
i  matrimoni  dei  patrizi,  le  matricole  universitarie,  le  ana- 
grafi e  quella  specie  di  libro  degli  uffici,  di  cui  abbiamo 
il  più  antico  esempio  negli  ultimi  tempi  dell'Impero  Ro- 


(i)  Crivellucci,  Manuale  cit.,  pag.  141. 


mano.  Difatti  si  trova  un  quadro  o  prospetto  dell'ammi- 
nistrazione imperiale  nella  D^jDtitia  dignitatum  tam  civi- 
lium  quam  mìlitarium,  lista  ufficiale  delle  più  alte  dignità 
dello  Stato  e  della  Corte,  composta  tra  il  411  e  il  413 
quando,  cioè,  i  successori  di  Teodosio  il  grande,  ultimo 
imperatore  romano,  contendevano  ai  Barbari  il  grande 
retaggio  dei  Cesari  in  Oriente  e  in  Occidente.  Perciò  esi- 
ste una  speciale  J^ptitia  dignitatum  per  ciascuna  metà 
dell'impero;  le  funzioni  sono  collocate  per  ordine  gerar- 
chico e  per  ognuna  di  esse  sono  riprodotte  le  insegne  del 
funzionario;  si  noverano  i  principali  de' suoi  subordinati, 
gli  ausiliari  posti  sotto  i  suoi  ordini  e  persino  le  truppe 
sottoposte  al  di  lui  comando  (1), 

Nell'apprezzamento  di  queste  varie  specie  di  fonti  la 
interpretazione  ha  una  gran  parte  e  richiede  spesso  indi- 
rette e  complicate  deduzioni  che  possono  avere  un  valore 
scientifico  pei  loro  rapporti  coi  fatti  solo  quando  sieno 
condotte  con  giusto  criterio. 


(1)  Antiquités  romaines  ;  Krueger,    Histoire   des  sources    du 
droit  rotnain,  Paris  1894,  p.  501. 


LEZIONE  VI. 


Della  tradizione  scritta 


Nella  critica  intrinseca,  di  cui  v'  ho  parlato  nella  le- 
zione precedente,  i  monumenti  formano  la  seconda  specie 
di  fonti  che  dopo  gli  avanzi  propriamente  detti  (prodotti 
industriali,  artistici  e  scientifici,  usi,  istituzioni  ecc.)  e 
prima  della  tradizione,  scritta  ed  orale,  dobbiamo  pren- 
dere in  considerazione  per  conoscere  i  loro  varii  rapporti 
coi  fatti,  cioè  il  loro  carattere  come  testimonianze.  Anche 
Je  varie  specie  di  questa  categoria  di  fonti  e  le  loro  sot- 
tospecie, ossia  suddivisioni  di  specie,  hanno  in  vario  grado 
ora  più  il  carattere  di  sincere  tracce  dei  fatti,  ora  più 
quello  di  tradizione  colorita  subiettivamente.  Ciò  che  in 
generale  caratterizza  quest'  intera  categoria  di  avanzi, 
cioè  l'intendimento  di  conservare  il  ricordo  dei  fatti  per 
persone  o  popoli  a  ciò  specialmente  più  o  meno  interes- 
sati, è  la  cagione  che  dà  luogo,  secondo  i  casi,  a  mag- 
giori o  minori  adulterazioni;  e  per  vero  maggiormente 
in  quelle  di  tali  fonti  che  rientrano  nella  cerchia  del  di- 
ritto pubblico  e  della  politica.  Tra  le  inscrizioni  quelle  di 
materia  specialmente  storica  hanno  tanto  il  carattere  della 
tradizione  che  noi  dobbiamo  collocarle  sotto  questa  ru- 


—  132  — 

brica.  E  bisogna  anche  guardarsi  bene  da  quelle  inscri- 
zioni inventate  da  qualche  spirito  bizzarro  per  gabbare  il 
prossimo  e  specialmente  gli  amatori,  i  speculatori  e  i  rac- 
coglitori di  cose  antiche.  Per  esempio  molte  delle  lapidi 
altinati  esistenti  in  Venezia  e  ricordate  dal  Sansovino,  dal 
Muratori  ecc.  come  se  fossero  state  ivi  ritrovate,  non  in- 
dicano già  che  essa  fosse  popolata  nei  tempi  romani  o 
preromani.  Che  Venezia,  come  città,  non  esistesse  prima 
del  medio  evo  lo  dimostra  il  fatto  che  nelle  più  profonde 
terebrazioni  artesiane  non  si  è  finora  trovato  alcuno  di 
quegli  oggetti  che  potrebbero  far  supporre  una  Venezia 
preistorica  e  che  nessuna  memoria  si  ha  negli  autori  an- 
tichi delle  condizioni  locali  e  degli  abitanti  delle  isole 
veneziane  avanti* il  secolo  V.  Gli  avanzi  (anfore,  ossa  di 
cinghiale  e  di  capre,  strumenti  di  pietra  ecc.)  dell'  epoca 
preromana  e  dei  secoli  V  e  VI  scopertisi  negli  anni  1874 
e  1875  *n  a^cuni  scavi  per  la  ricostruzione  del  Fondaco 
dei  Turchi  (ora  Museo  Civico)  e  del  palazzo  Papadopoli 
(già  Tiepolo)  a  s.  Apollinare,  come  pure  gli  oggetti  cre- 
tacei rinvenuti  nelle  fondazioni  della  facciata  della  basi- 
lica di  s.  Marco  che  dà  sulla  Piazzetta,  provengono  veri- 
similmente  da  altri  luoghi,  come  per  es.  dalla  distrutta 
Aitino,  coi  materiali  per  le  prime  costruzioni  (r). 

Le  altre  inscrizioni  che  servono  ai  bisogni  della  re- 
ligione o  della  vita  pratica  ci  danno  invece  immediate  te- 
stimonianze dei  rapporti  e  fatti  a  cui  si  riferiscono,  non 


(1)  Cecchetti,  La  vita  dei  Veneziani  nel  1300,  t.  XXVII  parte  I 


pag.  7  dell'  Archivio  Veneto. 


—  133  — 

turbate  neppure  dall'intenzione  e  dallo  scopo  che  ebbero 
e  che  sempre  hanno  quelli  che  le  pongono.  «  Pietre  mi- 
liari, altari  di  confine,  ci  servono  come  testimonianze  im- 
mediate dell'  amministrazione  provinciale  romana  ;  gli 
epitafi  come  testimonianze  immediate  dei  costumi  fune- 
bri dei  relativi  tempi,  senza  essere  svisate  dal  fatto  che 
il  loro  fine  prossimo  era  di  conservare  la  memoria  del 
defunto  in  un  giro  di  persone  più  o  meno  ristretto  o  di 
determinare  l'estensione  dell'area  del  sepolcro.  Rare  volte 
lo  scopo  prossimo  cagionerà  delle  alterazioni;  mentre  in- 
vece se  un  epitafio  dà  particolari  sulla  vita,  sul  carattere, 
sulle  opere  del  morto,  allora  abbiamo  la  possibilità  che 
lo  scopo  del  pietoso  ricordo  alteri  questi  particolari  nei 
senso  di  dar  loro  un  colorito  favorevole,  e  dobbiamo  far 
uso  della  critica,  come  nella  tradizione,  di  fronte  a  que- 
sta possibilità  (i)  ». 

Più  diversità  di  carattere  offre  la  categoria  dei  docu- 
menti, perchè  sebbene  sieno  sempre  diretti  avanzi  dei  re- 
lativi avvenimenti  e  rapporti,  il  fine  particolare,  dal  quale 
originarono,  può  alterare  in  vario  grado  i  fatti  e  i  rap- 
porti in  essi  accennati  o  esposti.  In  massimo  grado  sono 
soggetti  a  tali  alterazioni  quei  documenti  che  toccano 
il  dominio  del  diritto  pubblico  e  della  politica;  l'inte- 
resse degli  uni  o  degli  altri  fa  sì  che  i  fatti  e  i  rapporti 
sieno  rappresentati  o  da  un  lato  solo  o  di  traverso  o  in 
modo  ambiguo  o,  peggio  ancora,  falsamente.  Talora  ciò 
accade  anche  per  reciproco  accordo  delle  parti  interessate 


(i)  Crivellucci,  Manuale  cit.,  pag.  143. 


-  134  — 

come  ad  esempio  quando  il  pontefice  Bonifacio  IX,  dopo 
lunghe  trattative,  diede  nel  1403,  il  suo  postumo  consenso 
all'elezione  di  Roberto  il  lìreve,  imperatore  di  Germania 
(morto  nel  1401),  a  re  dei  Romani,  come  si  trae  dal  Co- 
dex  diplomaticus  domimi  temporalis  S.  Sedis  (t.  Hip.  124) 
del  Theiner;  il  che  naturalmente  fu  fatto  nell'interesse 
del  papa,  che  con  ciò  volle  salvaguardare  il  principio  del 
suo  diritto  d'approvazione.  Anche  semplici  comunicazioni 
epistolari  soggiacciono  alle  molteplici  alterazioni  che  il 
fine  e  Y  occasione  della  lettera  portano  con  sé.  Quando 
riconosciamo  di  essere  davanti  a  tali  casi,  non  dobbiamo 
lasciarci  trascinare  ad  una  cieca  incredulità  contro  le  te- 
stimonianze dei  documenti,  ma  persuaderci  che  dobbiamo 
aver  ben  presenti  gli  scopi  e  gl'interessi  prossimi,  a  cui 
essi  servono,  per  poter  applicare  da  un  tal  punto  di  vista 
i  principii  critici  che  adoperiamo  nella  tradizione,  sia  orale 
(cioè  sotto  forma  di  racconti,  leggende,  aneddoti,  proverbi, 
canti  storici)  che  scritta,  vale  a  dire  inscrizioni  storiche, 
genealogie,  calendari,  annali,  croniche,  biografie,  ricordi 
ecc.  La  tradizione  costituisce  la  terza  specie  di  fonti  (la 
1.*  e  2.a  riguardano  gli  avanzi  e  i  monumenti)  che  dob- 
biamo prendere  in  considerazione  per  conoscere  i  loro 
vari  rapporti  coi  fatti,  ossia  il  loro  carattere  come  testi- 
monianze. Ma  parlerò  prima  della  tradizione  scritta,  per- 
chè ha  più  importanza  dell'  altra  e  perchè  manifesta  nei 
modo  più  chiaro  ed  esplicito  i  caratteri  propri  della  tra- 
dizione. 

Per  la  critica  intrinseca  (che,  come  vi  dissi  nella  pre- 
cedente lezione,  deve  dimostrare  la  realtà  dei  fatti  giudi- 
cando il  valore  delle  fonti  rispetto  ad  essa)  è  della  mas- 


135 


sima  importanza  il  riconoscere  anzi  tutto  le  alterazioni 
cui  la  tradizione  va  soggetta,  a  fine  di  eliminarle  al  più 
possibile  nello  stabilire  il  valore  delle  varie  fonti.  Queste 
alterazioni  nascono  dal  trapasso  dei  fatti  ai  sensi  o  alla 
percezione,  alle  idee,  ai  giudizi,  alle  illazioni  ecc.  Difatti 
la  costituzione  degli  organi  sensitivi  dell'uomo  fa  sì  che 
noi,  osservando  un  fatto  esteriore,  non  tutti  i  punti  di 
esso  percepiamo  bene,  non  tutti  in  egual  modo  e  nella 
stessa  misura  ;  V  impressione  che  il  singolo  osservatore 
riceve  di  un  fatto  non  è  perciò  la  riproduzione  assoluta- 
mente fedele  del  fatto  stesso,  «  Il  grado  di  fedeltà  dell'os- 
servazione di  un  fatto  dipende  dalle  qualità  intellettuali 
e  fisiche  dell'osservatore  o  dalle  sue  condizioni:  dalla  sua 
attitudine  ad  osservare  e  comprendere,  dalla  sua  capacità 
generale  e  tecnica  a  intendere  il  fatto,  dall'interesse  in- 
timo che  ha  per  esso;  fisicamente  parlando,  dalla  bontà 
dei  sensi  e  degli  strumenti  che  li  aiutano,  dalla  condi- 
zione dello  spazio  più  o  meno  favorevole  per  l'osserva- 
zione, dalla  posizione  più  o  meno  favorevole  dell'osserva- 
tore (i)  ».  Inoltre  la  parzialità  dell'osservazione  può  andar 
così  lungi  che  l'osservatore  chiuda  più  o  meno  deliberata- 
mente il  suo  occhio  a  tutti  i  particolari  che  sono  contrari 
all'interesse  suo;  ed  allora  abbiamo  osservazioni  parziali. 
Anche  la  fantasia  turba  sovente  in  simil  modo  la  perce- 
zione dei  fatti.  Ma  queste  individuali  differenze  d'  osser- 
vazione non  giustificano  lo  scetticismo,  essendo  esso  con- 
trario ad  ogni  buon  metodo  in  quanto  noi  possediamo 
mezzi  di  riscontro  e  d'integrazione  nei  risultati  particolari 


(i)  Ibid.  pag.  146. 


—  136  — 

dei  diversi  osservatori  e  nelle  testimonianze  degli  avanzi. 
Dunque  nell'apprezzare  il  valore  storico  delle  osservazioni,  il 
quale  dipende  dalla  maggiore  o  minore  fedeltà  di  esse,  dob- 
biamo esaminare  le  condizioni  e  il  carattere  generale  del- 
l' osservatore  nel  modo  più  esatto  e  diligente. 

Se  non  che  una  gran  parte,  forse  anzi  la  maggiore, 
della  tradizione  non  riposa  sulla  percezione  immediata, 
ma  su  percezioni  di  percezioni  intellettive  e  sensorie  più 
o  meno  indirette  ;  onde  hanno  luogo  quelle  numerose  e 
multiformi  alterazioni  che  trae  seco  il  racconto  di  seconda 
mano,  orale  o  scritto.  Esse  sono  tanto  più  piccole  quanto 
più  il  racconto  posteriore  è  una  meccanica  e  servile  ri- 
petizione del  racconto  originale;  quanto  più  liberamente 
il  narratore  tratta  la  sua  materia  e  quanto  più  complicata 
è  questa  materia,  tanto  maggiori  sono  le  alterazioni  che 
possono  derivarne. 

«  In  fondo  il  rapporto  dello  storico  posteriore  verso  il 
racconto  primitivo  non  è  in  questo  caso  molto  diverso  da 
quello  dell'  immediato  osservatore  verso  gli  avvenimenti 
reali;  e  quindi  tutte  quelle  cause  di  alterazione  che  noi 
abbiamo  trovate  nei  racconti  diretti,  tornano  in  campo 
quasi  alla  stessa  maniera  nelle  narrazioni  indirette  (i)  ». 
Inoltre  è  da  avvertire  che  più  spesso  un  racconto  viene  ri- 
petuto più  crescono  le  probabilità  dell'alterazione,  perchè  a 
ogni  nuova  ripetizione  tutti  gli  addotti  motivi  di  pertur- 
bamento tornano  ancora  in  campo.  La  misura  in  cui  vi 
entrano,  in  altri  termini  il  grado  di  fedeltà  della  rela- 
zione indiretta,  dipende  dal  carattere  di  colui  che  ripete 


(i)  Ibid.  pag.  150. 


—  137  — 

il  racconto,  cioè  dal  carattere  del  relatore  rispetto  alla 
fedeltà  del  racconto  originario.  Le  alterazioni  inerenti  ai 
racconto  di  seconda  e  terza  mano  hanno  un  gran  peso 
nei  campo  della  tradizione,  la  quale  ha  per  fine  di  con- 
servare il  ricordo  degli  avvenimenti  col  proposito  appunto 
di  essere  fonte  e  materiale  storico.  Perciò  le  croniche,  gli 
annali,  le  biografie  e  le  altre  opere  storiche  riposano,  an- 
che quando  contengono  storia  contemporanea,  non  tanto 
sulla  percezione  diretta  dei  sensi  e  dell'  intelligenza,  ma 
più  che  tutto  sui  rapporti  orali  e  scritti  che  1'  autore  ha 
raccolti  per  completare  le  notizie  insufficienti  ch'egli  pos- 
siede direttamente. 

Dalla  differenza  che  passa  tra  le  relazioni  dirette  e  le 
indirette,  tra  fonti  originari  e,  cioè  di  chi  ha  visto  o  udito 
e  fonti  derivate,  vale  a  dire  dietro  altrui  riferimento,  sca- 
turisce l'essenziale  e  fondamentale  principio  metodico: 
che  in  ogni  tradizione  bisogna  risalire  alla  forma  origi- 
naria o  alla  più  antica  possibile.  Però  un  tal  principio 
così  ovvio  ed  importante,  fondato  sull'analisi  delle  fonti, 
fu  riconosciuto  ed  applicato  con  inconcepibile  tardità. 

Oltre  ai  racconti  di  seconda  mano  ne  abbiamo  anche 
di  quelli,  fortunatamente  assai  rari,  fatti  per  imitazione  o 
per  analogia.  Il  relatore  attinge  in  parte  o  in  tutto  non 
dalla  percezione  diretta  n  indiretta  dei  fatti  ma  da  dispo- 
sizioni date  prima  dell'avvenimento  o  dall'idea  che  di 
esso  si  è  formata  in  similitudine  ad  avvenimenti  dello 
stesso  genere.  Per  es.  oggi,  in  occasione  delle  tante  feste, 
commemorazioni  e  dimostrazioni  pubbliche,  di  cui  l'Italia 
ha  pur  troppo  il  ben  triste  primato,  vengono  pubblicati 
avvisi,  programmi,  manifesti  sesquipedali  che  promettono 


—  138  - 

mari  e  monti.  E  non  è  un  mistero  per  nessuno  che  i  re- 
porters  (si  pronunci  come  la  voce  inglese  ri-pòr-ters,  non 
re-por -ter  s),  o  relatori,  i  quali  non  possono  essere  pre- 
senti a  tutto  lo  svolgimento  del  programma,  completano 
il  loro  rapporto  tenendo  sott'occhio  il  programma  stesso» 
cambiano  il  tempo  futuro  col  passato  e  suppongono  che 
tutto  sia  avvenuto  secondo  il  programma,  aggiungendovi 
le  solite  frasi  :  concorso  imponente,  ordine  perfetto  ecc.  E 
noto  che  quando  il  compianto  re  Umberto  fece  il  suo  pri- 
mo e  solenne  ingresso  in  Napoli  (\j  novembre  1878),  l'Agen- 
zia Stefani  ne  telegrafava  ai  Giornali  la  succinta  descri- 
zione secondo  il  programma  prestabilito  e  concludendo 
come  tutto  fosse  proceduto  in  piena  regola  e  senza  in- 
convenienti di  sorta.  Ma  essa  aveva  mandato  il  dispaccio 
prima  che  il  re  fosse  rientrato  nella  sua  reggia,  così  che 
dovette  far  seguire  al  primo  un  secondo  telegramma  circa 
all'attentato  commesso  dal  Passanante. 

Ove  poi  manchi  al  relatore  il  fondamento  di  un'in- 
dicazione sommaria,  manoscritta  o  stampata,  egli  si  aiuta 
talvolta  con  la  fantasia  per  descrivere  fatti  non  veduti  con 
quei  tratti  generici  che  occorrono  in  circostanze  simili.  E 
ciò  non  accade  soltanto  nei  tempi  nostri.  Gli  annalisti  dei 
medio  evo  sono  famosi  nel  descrivere  battaglie  e  cerimo- 
nie secondo  V  idea  generale  che  ne  hanno  dalla  letteratura 
classica  o  ecclesiastica  ma  in  opposizione  colla  realtà  del- 
l' accaduto  (i). 


(1)  Ibidem,  pag.   152. 


— 139  — 

Meno  soggette  ad  alterazioni  sono  le  inscrizioni  stori- 
che, quelle  cioè  che  tramandano  ai  posteri  fatti  storici  per 
ciò  che  concerne  certi  dati  principali,  specialmente  d'indole 
cronologica,  come  i  nomi  e  la  durata  del  governo  di  prin- 
cipi, consoli  o  podestà  ed  altri  ufficiali  pubblici,  battaglie, 
conquiste,  fondazioni  di  spedali,  monasteri,  collegi,  biblio- 
teche ecc.  in  quanto  che  tali  dati  sogliono  derivare  da 
persone  che  presero  parte  agli  avvenimenti  o  che  ne  erano 
ben  informate;  anzi  il  carattere  ufficiale  dei  dati  de- 
stinati alla  pubblicità  è  garanzia  di  esattezza.  Ma  se 
contengono  invece  relazioni  di  fattile  inscrizioni  soggiac- 
ciono ad  alterazioni  non  meno  che  ogni  altra  fonte  con- 
genere. 

Tra  le  fonti  in  cui  più  facili  sono  le  alterazioni  spic- 
cano le  genealogie  :  ma  se  nei  tempi  antichi  e  medievali 
la  tradizione  genealogica  sottostava  ad  alterazioni  favo- 
lose per  vanità  di  famiglia  o  per  boria  nazionale  onde  ri- 
connettere l'origine  delle  case  regnanti,  dei  principi,  dei 
patrizi  ad  antichi  eroi,  a  santi  o  sante  ecc.,  come  vi  dissi 
nella  terza  lezione  di  metodica,  in  tempi  posteriori,  fonte 
di  tali  alterazioni  è  non  la  contraffazione,  non  lo  spirito 
d'inganno  che  mostra  lucciole  per  lanterne,  ma  l'interpre- 
tazione degli  storici  e  cronologi  che  applicano  un  me- 
todo sbagliato  ai  dati  che  posseggono;  appunto  quando 
la  ricerca  malpratica  si  accinge  a  ordinare  e  mettere  in- 
sieme i  materiali  disordinati  e  incompleti,  li  volge  a  con- 
clusioni assurde  od  arbitrarie,  tenta  senza  un  reale  fon- 
mento  di  togliere  le  contradizioni,  dà  notizie  vaghe  e  in- 
determinate e  svisa  per  tal  modo  la  tradizione  genealogica 
dei  passato. 


— 140  — 

Veniamo  ora  alle  altre  fonti  della  tradizione  scritta. 

Gli  annali,  le  croniche,  le  biografie  e  le  autobiografie, 
le  memorie  e  i  ricordi  della  propria  o  dell'altrui  vita,  rap- 
presentano in  generale  il  carattere  medio  della  tradizione 
scritta;  in  particolare,  peraltro,  il  loro  carattere  diversifica 
secondo  il  genere  del  tipo  letterario. 

Così  gli  annali  degli  antichi  popoli  orientali,  usciti 
-dalia  sfera  delle  inscrizioni  storiche,  hanno  il  carattere 
stesso  di  queste;  così  i  racconti  storici  dell'antica  Grecia 
tratti  dai  cicli  mitici  e  leggendarii  nazionali  o  locali,  non 
nascondono  questa  loro  origine  fantastica.  Invece  gli  an- 
nali romani  nei  fasti  consolari  (i)  sono  fonti  originali  ed 
ufficiali  che  contengono  breve  e  sostanziali  notizie  sugli 
avvenimenti  principali  dello  Stato;  non  diversamente  le 
note  annalistiche  del  medio  evo  che  dotti  frati  aggiunge- 
vano al  calendario  o  alla  cronica  del  chiostro. 

Riguardo  alle  biografie,  come  appaiono  nella  loro 
forma  più  vetusta  d'inscrizioni  sepolcrali  presso  gli  Egi- 
ziani, di  discorsi  funebri  presso  i  Romani,  di  vite  di  mar- 
tiri e  di  santi  nel  più  basso  medio  evo,  non  si  può  ne- 
gare che  non  sieno  esposte  alle  naturali  alterazioni  ine- 
renti al  fine  prossimo  del  ricordo  pietoso,  talché  qualche 
volta  diventano  veri  e  propri  panegirici.  E  anche  nella 
loro  forma  più  matura,  quando  le  biografie  si  sono  eman- 
cipate da  siffatti  intenti  immediati,  l'interesse  che  ha  il 
biografo  pel  suo  eroe  contribuisce  facilmente  a  fare  della 


(i)  Al  Sigonio,  vissuto  nel  secolo  XVI,  devesi  la  pubbli- 
cazione dei  Fasti  consolari,  come  dissi  nella  prima  lezione 
(pag.  16). 


r 


—  141  — 


biografia  una  glorificazione  che  mostra  del  personaggio 
solo  il  suo  lato  migliore.  Per  es.  è  innegabile  che  Angelo 
Emo,  con  le  sue  fortunate  imprese  guerresche  contro  il 
bey  di  Tunisi,  fu  l' ultimo  raggio  della  gloria  marina- 
resca di  Venezia.  Ma  V  affermare,  come  fa  l'autore  del 
suo  Elogio  stampato  dal  Palesa  nel  1792  e  che  il  Cicogna 
(Inscr.  veti.  VI,  28  n.  5)  attribuisce  a  un  Marco  Barbaro,  che 
«  il  genio  di  un  sol  cittadino  ristabilisce  in  tutto  il  suo  splen- 
dore la  potenza  e  la  gloria  della  Repubblica  »  quando  in- 
vece tutto  accennava  proprio  in  quel  medesimo  tempo  a 
un'  irreparabile  e  vicina  catastrofe,  è  un  voler  spingere 
l'apoteosi  d'un  uomo  al  di  là  d'ogni  limite  ragionevole. 
Non  di  rado  si  connette  alla  narrazione  o  descrizione 
della  vita  di  qualche  insigne  personaggio  uno  scopo  instrut- 
tivo, sia  pedagogico  -  morale,  sia  patriotico,  onde  i  fatti 
vengono  presentati  sotto  un  solo  colore,  una  sola  inspi- 
razione. Ciò  influisce  anche  sulle  biografie,  dando  ad  esse 
quella  determinata  e  caratteristica  impronta  che  si  rivela 
nella  formazione  delle  leggende.  Per  es.  nel  perfetto  sa- 
cerdote, nel  guerriero,  neh"  uomo  di  Stato  ecc.  si  richie- 
dono le  tali  e  tali  virtù;  e  queste  si  applicano  senz'altro 
al  personaggio  di  cui  si  tesse  la  biografia.  E  quand'anche 
in  tempi,  come  i  nostri,  in  cui  si  adottano  i  più  rigorosi 
principii  della  metodica  per  sceverare  il  vero  dal  falso  (1)^ 


(1)  Esempio  la  vita  del  Tasso  che  la  critica  storica  ha.  li- 
berata dalle  fantastiche  leggende  che  il  tempo  vi  aveva  intorno 
intessute:  le  ricerche  e  gli  studi  diligenti  del  Guasti,  del 
D'Ovidio,  del  Masi,  del  Falorsi,  del  Mazzoni,  dello  Cherbuliez, 


—  142  — 

si  giunge  ad  evitare  certi  lapsus  linguae  o  lapsus  calami 
perchè  scrivendo  non  di  rado  il  pensiero  va  per  un  verso 
e  la  penna  per  un  altro,  rimane  sempre  il  pericolo  di  far 
apparire  la  parte  avuta  da  un  personaggio  negli  avveni- 
menti maggiore  del  vero.  Dunque  è  proprio  il  caso  di 
dire  che  non  bisogna  sempre  turare  in  verba  magistri 
come  facevano  i  Pitagorici,  perchè  se  credere  ai  biografi 
del  tempo  passato  o  contemporanei  è  bene,  creder  troppo 
all'autorità  di  loro  è  procedimento  sbagliato. 

Veniamo  all'  ultima  specie  di  fonti  comprese  nella 
tradizione  scritta,  cioè  i  ricordi,  le  memorie  e  le  vite  che 
uno  scrive  da  sé  intorno  alla  propria  persona  (i).  E  certo 
che  particolarmente  nelle  autobiografie  prevalgono  il  sen- 
timento del  proprio  essere  e  un  modo  speciale  di  com- 
prendere e  di  apprezzare  i  fatti  ;  e  per  vero  non  senza 
una  certa  buona  ragione,  poiché  hanno  per  fine  di  giu- 
stificare i  rapporti  personali  dell'autore,  il  quale  appunto 
la  sua  vita  e  non  la  storia  generale  intende  per  lo  più  di 


del  Symonds  hanno  conferito  a  determinar  meglio  il  carattere 
dei  poeta  infelice,  colpito  da  manìa  religiosa  e  da  manìa  di 
persecuzione,  e  mettere  in  più  vera  luce  le  relazioni  ch'ebbero 
con  lui  Alfonso  ed  Eleonora  d'Este,  molto  più  pietosi  e  indul- 
genti di  quanto  la  leggenda  non  lasciasse  credere.  L'opera  re- 
cente del  prof.  Angelo  Solerti,  frutto  di  lunghe  e  sicure  in- 
dagini, può  esser  tenuta  come  la  biografia  più  veritiera  del 
Tasso.  Turri,  Di%.  stor.  della  lett,  ital.,  Paravia,  1900,  p.  355. 

(1)  Esempi  notevoli  i  Ricordi  del  Guicciardini,  del  Gioberti 
e  del  d'Azeglio;  le  Memorie  di  Carlo  Goldoni,  del  Giusti  e  del  Guer- 
razzi.; le  Vite  dell'Alfieri,  del  Franklin  ecc  ;  le  Autobiografie  del 
Vico  e  del  Colletta. 


-143- 

scrivere.  A  lui  naturalmente  importa  più  di  spiegare  le 
sue  azioni  che  di  descrivere  gli  avvenimenti.  Non  di  rado 
i  ricordi  sono  scritti  precisamente  colPintenzione  di  giustifi- 
care l'attività  politica  dell'autore  e  del  suo  partito.  Anche 
senza  questa  tendenza  1'  agitarsi  della  propria  persona  en- 
tro a  un  determinato  campo  d'azione  può  dar  motivo  ad 
alterare  la  verità  poiché  sta  nella  natura  degli  uomini  il 
considerare  le  azioni  loro  proprie  dal  lato  migliore  e  così 
presentarle  agli  altri  (i).  Ora,  come  dice  il  Tommasini  (2), 
a'  nostri  giorni  V  uomo  ha  tanto  aguzzato  la  punta  della 
critica  anche  contro  se  stesso  che  l'opera  che  già  pareva 
miracolosa  al  Rousseau,  quella  di  raccontare  con  fedeltà 
la  propria  vita,  fino  a  confessare  le  sue  debolezze,  le  sue 
colpe,  le  sue  vergogne,  insomma  di  «  montrer  un  homme 
à  ses  semblables  dans  toute  la  vérité  de  la  nature  »  (3) 
sembra  a  dirittura  impossibile  a  noi;  e  se  il  Goethe  più 
modestamente  intitolò  il  suo  racconto  autobiografico  Fan- 
tasia e  verità  (Aus  meinem  Leben,  Dichtung  und  Wahrheif) 
un  illustre  storico  dei  tempi  nostri,  il  Sybel,  insistendo 
sull'esempio  dato  dal  grande  pensatore  tedesco  nell'indi- 
care  le  leggi  della  scienza  storica  {fìber  die  Geset^e  des 
historischen  Wissens,  pag.  11  e  segg.),  constatò  come  i 
commentari  personali  d'uomini  illustri,  per  quanto  ab- 
biano un  grande  valore  informativo,  non  vanno  mai  li- 


(1)  Ibid.  pag.    156. 

(2)  Origini   e   vicende    del    metodo  scientifico    nella  storia   in 
Scritti  di  storia  e  critica.  Torino,  Loescher,   1891,  pag.  77. 

(3)  Confessions,   opera  postuma,  pub.  con  le  Réveries  a  Gi- 
nevra nel  1782,  a  Parigi  nel  1790  e  nel  1798. 


—  144  — 

beri  da  alterazioni  del  vero,  recate  senza  avvedimento 
della  coscienza  di  chi  ne  scrive,  sia  perchè  la  foga  arti- 
stica trascina  a  magnificarne  gli  aspetti,  sia  perchè  subiet- 
tivamente  spesso  i  precedenti  si  scambiano  per  cause  dei 
successi.  Donde  nasce  quello  stato  d' illusione  che  suole 
denominarsi  appunto  coscienza  morale  dei  fatti  e  che 
spesso  colle  particolarità  reali  di  essi  si  trova  in  contra- 
dizione palese.  Chi  paragoni  pertanto,  ad  esempio,  i  com- 
mentari d'alcuni  oratori  politici  dei  nostro  rinascimento, 
o  le  ^Memorie  del  Lafayette  che,  nell'  ultimo  quarto  del 
secolo  XVIII,  lottò  col  Washington  per  l' indipendenza 
degli  Stati  Uniti  d'America,  o  i  1{icordi  del  grande  rele- 
gato di  s.  Elena,  colle  loro  lettere,  co'  loro  dispacci,  con 
le  loro  ordinanze  ufficiali,  può  ben  ravvisare  le  trasposi- 
zioni, le  confusioni,  i  difetti  di  esattezza  che  si  manife- 
stano talvolta  tra  la  narrazione  subiettiva  e  la  realtà  este- 
riore. Ne  l'ingenua  schiettezza  del  racconto  porge  alcuna 
malleveria  rispetto  alla  minore  alterazione  del  vero.  Chi 
più  naturale  del  Cellini  nella  mirabile  descrizione  dèlia 
sua  vita?  Per  esempio,  l'illustre  cesellatore  fiorentino  at- 
tribuisce a  sé  stesso  il  vanto  d'avere  colpito  il  Contesta- 
bile di  Borbone,  che  il  6  maggio  1527  dava  l'assalto  con 
le  truppe  di  Carlo  V  alle  mura  del  borgo  Vaticano  «....  da 
poi  che  mi  avete  menato  qui,  gli  è  forza  fare  qualche  atto 
da  uomo;  e  volto  il  mio  archibuso  dove  io  vedevo  un 
gruppo  di  battaglia  più  folta  e  più  serrata,  posi  la  mira 
nel  mezzo  appunto  a  uno  che  io  vedevo  sollevato  dagli 
altri.  Voltomi  subito  a  Lessandro  {Alessandro  del  Bene) 
e  a  Cecchino  (Cecchino  della  Casa)  dissi  loro  che  sparas- 
sino  i  loro  archibusi  ;  ed  insegnai  loro  il  modo  acciocché 


145 


e'  non  toccassino  una  archibusata  da  que' di  fuora.  Così 
fatto  due  volte  per  uno,  io  mi  affacciai  alle  mura  destra- 
mente e  veduto  in  fra  di  loro  un  tumulto  istraordinario 
fu  che  da  questi  nostri  colpi  si  ammazzò  Borbone;  e  fu 
quel  primo  eh'  io  vedevo  rilevato  dagli  altri,  per  quanto 
da  poi  s'intese  ».  Così  nella  'Vita  di  'Benvenuto  Cellini 
scritta  da  lui  medesimo,  tratta  dall'autografo  per  cura  di 
Giuseppe  Molini  (Venezia  1839,  v°l-  ^  Pa8-  *  53"  156)»  la 
cui  edizione  è  certo  migliore  della  prima  che  vide  la  luce 
in  Napoli  nel  172S,  mentre  sono  altresì  buone  quelle  di 
Firenze  1852,  1866  e,  l'ultima,  del  1885,  Ma  ammesso  pure 
che  il  Cellini  sia  riuscito  a  colpire  il  Borbone,  cosa  che 
molti  pongono  in  dubbio,  un  tal  fatto  non  risparmiò  pur 
troppo  la  vittoria  finale  dei  Cesarei  e  il  loro  ingresso  nel- 
1'  eterna  città,  che  posero  a  sacco  con  inaudita  ferocia  e 
con  morte  di  4000  persone:  eccidio  tanto  più  raccapric- 
cevole  quando  si  pensi  che  la  popolazione  di  Roma  su- 
perava di  poco,  in  quel  torno  di  tempo,  i  cinquantacin- 
quemila abitanti  come  ha  provato  ultimamente  il  Gnoli 
nella  sua  'Descriptio  urbis,  o  censimento  della  popolazione 
di  1{pma  avanti  il  sacco  borbonico  (Roma,  Forza  ni  e  C, 
tip.  del  Senato,  1894). 

Ora  dunque,  tornando  alla  'Vita  del  Cellini,  opera 
bizzarra  ma  che  diletta  e  piace,  chi  può  mai  prestar  fede 
o  astenersi  dal  sorridere  alla  narrazione  di  que'  suoi  in- 
credibili portenti,  raccontati  con  una  semplicità  così  arti- 
stica, così  fina  da  imporsi  persino  ai  grammatici?  Que- 
sta spontanea  illusione  autobiografica  si  ravvisa  del  pari 
negli  scrittori  dei  diari  e  delle  cronache  tanto  più  facil- 
mente illusi  quanto  più  furono  testimoni  e  compartecipi 


—  146  — 


dei  fatti;  meglio  ancora  ciò  si  riconosce  nelle  leggende 
originate  da  vanità  di  famiglia,  da  borie  atavistiche,  da 
falso  patriotismo  ecc.  come  vi  dimostrerò  nella  prossima 
lezione. 


LEZIONE  VII. 


Della  tradizione  orale 


Oggi  vi  parlerò  della  tradizione  orale  che  la  meto- 
dica, ossia  le  norme  fondamentali  della  critica  storica, 
deve  pur  considerare  per  conoscere  i  suoi  rapporti  coi 
fatti,  cioè  il  suo  valore  intrinseco  come  fonte,  il  suo  ca- 
rattere come  testimonianza  più  o  meno  attendibile. 

«  La  fonte  più  importante,  accanto  al  racconto  im- 
mediato è  qui  la  leggenda,  più  importante  forse  sotto 
l' aspetto  negativo  che  sotto  quello  delle  testimonianze 
positive  che  le  dobbiamo  ;  poiché  essa  è  quella  fonte  che, 
atteso  il  suo  carattere,  è  esposta  alle  alterazioni  più  forti, 
a  quelle  cioè  cui  va  soggetto  il  racconto  che  passa*  di 
bocca  in  bocca  »  (i).  Occorre  quindi  ricercare  sopratutto 
la  specie  e  la  maniera  di  queste  adulterazioni,  o,  come 
suol  dirsi,  il  processo  di  formazione  della  leggenda.  Noi 
possiamo  a  tal  uopo  non  solo  pensare  alle  leggende  delle 
età  più  antiche  e  delle  civiltà  meno  sviluppate,  quantun- 
que esse   ci   presentino  gli  esempi  più  caratteristici,    ma 


(i)  Crivellucci,  Manuale  cit.,  pag.  156. 


—  148- 

dobbiamo  altresì  ricordarci  che  le  leggende  si  formano 
continuamente  anche  in  tempi  civilissimi,  per  quanto  il 
terreno  possa  essere  meno  propizio  al  loro  maggiore  svi- 
luppo e  per  lo  più  non  offrano  altro  che  le  modeste  ma- 
nifestazioni dei  si  dice  e  degli  aneddoti.  Prendiamo  ad 
esempio  la  leggenda  veneziana  di  'Biasio  luganegher,  os- 
sia del  salsicciaio  Biagio  nativo  della  Carnia  e  stabilitosi 
a  Venezia  su  quella  lunga  lista  di  terra,  lambita  dal  Ca- 
nal Grande  e  dirimpetto  a  s.  Geremia  che,  pur  in  oggi, 
chiamasi  appunto  riva  di  Biasio.  Narrano  dunque  quasi 
tutti  i  Registri  dei  Giustiziati,  compilazioni  private  di  età 
diverse  che  si  trovano  manoscritte  nella  Biblioteca  Mar- 
ciana ed  altrove,  che  nei  primordi  del  secolo  XVI  (cioè 
press'  a  poco  quando  sarebbe  avvenuto  il  caso  del  povero 
Fornaretto,  di  cui  v'ho  fatto  cenno  nella  terza  lezione) 
questo  'Biasio  luganegher  preparasse  colle  carni  di  teneri 
fanciulli  quella  vivanda  composta  di  pezzetti  di  carne 
messi  nel  brodo  che  si  chiama  sgua^eto  e  che  piace  tanto 
al  popolo  veneziano.  Ora  avvenne,  sempre  secondo  la 
leggenda,  che  avendo  un  barcaiuolo  scòrto  nella  zuppiera 
o  scodella  servitagli  da  Biasio  un  pezzetto  di  dito  umano 
con  l'unghia  attaccata  facesse  partecipe  di  sì  orrenda  tro- 
vata anche  un  artigiano  cui  era  mancato,  tempo  addietror 
un  bambino:  donde  la  denunzia  alla  Quarantia  Crimi- 
nale, la  cattura  del  colpevole,  la  sua  confessione,  la  di  lui 
condanna  a  morte.  Anche  una  cronaca  scritta  a  quanto 
pare  tra  la  fine  del  secolo  XVI  ed  il  principio  del  XVII 
(ci.  VII  cod.  30  alla  Biblioteca  Marciana)  parla  dì  questo 
Biagio  colle  parole:  Nota  che  tutte  le  barche  venivano  da 
oMestrina  arrivavano  all'  hosteria  di  Biasio,   hora  detta 


-   149  — 

Riva  di  ^Biasio.  Ed  il  Foscarini,  nei  moderni  Canti  del 
popolo  veneziano  (Venezia,  Antonelli,  1844,  pag.  39)  pub- 
blicò pur  quello  di  una  madre  in  correlazione  ad  un  tal 
fatto,  la  cui  tradizione  dura  tuttora  viva  e  costante  nei 
popolo  veneziano  : 

Su  la  riva  de  Biasio  l'altra  sera 

So  andada  col  putelo  a  chiapar  aria, 

Ma  se  m'  ha  stretto  el  cuor  a  una  maniera 

Che  la  mia  testa  ancora  se  zavaria  (vacilla): 

Me  pareva  che  Biasio  col  cortelo 

Tagiasse  a  fete  el  caro  mio  putelo. 

Neil1  Archivio  di  Stato  però,  come  nel  caso  del  For- 
naretto,  non  c'è  alcun  documento  riferibile  al  fatto  di  Bia- 
sio luganegher  e,  come  appunto  l'altro,  esso  non  è  nemmeno 
accennato  nei  Diari  di  Marin  Sanuto,  che  pur  notava  cose 
di  assai  minore  importanza  e  notorietà.  Ma  come  trasse 
origine  la  leggenda?  Probabilmente  da  un  processo  per 
furto  contro  un  Biasio  varoter  (vaiaio)  o  pellicciaio,  che 
stava  presso  la  riva  drBiasio  [penes  ripam  IMasti)  nel  1395 
(più  d'un  secolo  avanti  che  vi  dimorasse  l'omonimo  sal- 
sicciaio), come  si  trae  da  una  sentenza  dei  Signori  di 
Notte  al  Criminale  (1),  magistratura  composta  di  sei  pa- 
trizi scelti  per  ogni  sestiere  e  che  doveva,  oltre  che  ve- 
gliare in  tempo  di  notte  alla  pubblica  sicurezza  girando 
con  guardie  per  arrestare  i  malfattori  e  i  detentori  d'armi 
proibite,  procedere  contro  i  bigami,  i  ladri,  i  feritori  ecc. 


(1)  Tassini,  Curiosità  veneziane,  4.*  ediz.,  pag.  88-89. 


1B0 


Anche  da  ciò  si  vede  come  la  principale  causa  per  cui  si 
alterano  le  leggende  sta  nel  modo  incompiuto  d'intendere 
un  racconto.  Il  fatto  del  1393,  passato  di  bocca  in  bocca, 
assunse  proporzioni  che  prima  non  aveva  e  prova  che  si 
può  giungere  ai  segno  da  convertire  la  leggenda  in  una 
narrazione  favolosa. 

Non  c'è  bisogno  di  spiegare  meglio  questa  causa  di 
alterazione  che  ognuno  dall'  esperienza  quotidiana,  dal 
modo  onde  originano  e  corrono  le  voci,  conosce  abba- 
stanza e  che  anche  nella  formazione  della  leggenda  opera 
su  larga  scala.  Vi  ha  una  gran  parte,  in  secondo  luogo, 
la  fantasia  e  un  certo  bisogno  estetico  immancabile  di  ab- 
bellire il  racconto  che  abbiamo  ascoltato;  si  ubbidisce  a 
un'  involontaria  tendenza  di  ripeterlo  in  modo  da  pro- 
durre il  maggior  effetto  possibile;  e  più  la  materia  di 
esso  in  sé  e  per  sé  eccita  la  fantasia,  più  il  narratore  viene 
stimolato  ad  accrescerne  l'effetto  con  l'esagerazione  e  con 
le  solite  frangie,  ossia  ciò  che  di  falso  o  di  favoloso  si  ag- 
giunge alla  narrazione  del  vero,  fors'anco  per  quel  dilet- 
tamento  o  turbamento  dello  spirito  che  prova  l'uomo  alle 
forti  sensazioni,  secondo  che  sieno  tristi  o  liete.  «  Vanità 
personale  o  spirito  di  corpo,  ambizione,  sentimento  pa- 
triotico  e  odio  di  parte,  misticismo  religioso  e  fanatismo 
confessionale,  in  una  parola  le  molteplici  affezioni  del  su- 
biettivismo  danno  alimento  a  quest'attività  della  fantasia. 
Finalmente  anche  il  desiderio  di  comprendere,  la  curiosità 
e  la  brama  di  sapere,  cagionano  forti  alterazioni  nei  rac- 
conti di  seconda  mano;  si  cerca  di  rendere  comprensibili 
le  parti  incomprensibili  Ndel  racconto  udito,  e  farle  rien- 
trare nel  giro  delle  proprie  idee,  e  le  si  trasformano  a  tal 


—  151- 

effetto;  si  vorrebbe  sapere  qualche  cosa  di  più  circa  alle 
particolarità,  ai  motivi,  alle  conseguenze  e  agli  antecedenti 
e  sia  che  ci  vengano  rivolte  delle  domande  in  proposito, 
sia  che  noi  stessi  ce  le  rivolgiamo  tacitamente,  rispon- 
diamo ad  esse  facendo  supposizioni  o  anche  inventando 
addirittura  »  (i). 

Consideriamo  i  fenomeni  specifici  che  derivano  da 
queste  cause  generali.  Prima  di  tutto  ci  si  presentano  le 
leggende  che  rientrano  nella  sfera  dei  miti,  cioè  di  quelle 
invenzioni  mitologiche  che  possono  avere  o  non  avere  una 
origine  storica  e  che  nascondono  dietro  di  sé  qualche  ve- 
rità, insegnamento  o  dottrina.  Ma  è  noto  che  l'origine  dei 
miti  e  i  loro  rapporti  con  la  realtà  storica  sono  stati  spie- 
gati nnlto  diversamente.  Fondatore  della  moderna  dot- 
trina dei  miti  fu  Giambattista  Vico,  celebre  filosofo  e 
storico  napoletano  nato  nel  1670  (2),  morto  nel  1744.  Il 
lavoro  che  più  rese  illustre  il  suo  nome  è  intitolato  :  «  Prin- 
cipii  di  scienza  nuova  d'intorno  alla  comune  natura  delle 
nazioni  ».  La  i.a  edizione  fu  stampata  a  Napoli  nel  1725, 
la  2.a  nel  1730,  la  3.*,  con  notevoli  cambiamenti,  nel  1744, 
poi  a  Milano  nel  1816  e  in  fine  nel  1836  tra  le  Opere  di 
G.  B.  Vico  ivi  ordinate  ed  illustrate  dal  Ferrari;  venne 
anche  tradotta  e  pubblicata  in  tedesco  dal  Weber  nel  1822, 
in  francese  dal  Michelet  nel  1827  ecc.  Il  suo  classico   la- 


(1)  Crivellucci,  Manuale  cit..  pag.   158. 

(2)  Secondo  la  Vita,  scritta  da  lui  stesso,  l'anno  della  saa 
nascita  sarebbe  il  1668,  ma  dai  registri  di  battesimo  risulta 
ch'egli  nacque  veramente  nel  1670. 


—  152  — 

voro  che  creava  una  nuova  filosofia  della  storia,  si  divide 
in  cinque  libri,  il  primo  dei  quali  espone  ciò  che  Vico  chiama 
i  Principii  e  relativi  allo  scibile  in  generale,  allo  studio 
particolare  della  storia  e  alla  critica  storica  o  letteraria, 
concludendo  nei  tre  seguenti  postulati  di  verità  storica  e 
filosofica  ad  un  tempo:  la  realtà  d'una  Provvidenza  invi- 
sibile attestata  dall'istituzione  universale  delle  religioni; 
necessità,  in  attinenza  con  l' istituzione  dei  matrimoni  e 
delle  famiglie,  di  domare  le  passioni  e  di  volgerle  in  virtù 
sociali;  credenza  naturale  nell'immortalità  dell'anima  con- 
fermata dall'istituzione  dei  sepolcri.  A  fianco  di  questi 
tre  articoli  di  fede,  il  Vico  ammette  una  credenza  più  va- 
sta ancora,  quella  del  bisogno  permanente  di  società;  e 
comparando  i  varii  periodi  dell'esistenza  sociale,  sia  presso 
uno  stesso  popolo,  sia  presso  popoli  diversi,  li  riduce  a  tre 
età  ben  distinte:  la  divina  o  teocratica  in  cui  l'uomo 
si  esprime  per  via  di  geroglifici  ossia  parla  in  lingua  sa- 
cra, ch'è  quanto  dire  di  misteriosa  o  allegorica  significazio- 
ne; l'età  eroica  o  favolosa  in  cui  prevale  un  idioma  metafo- 
rico e  poetico  ;  l'età  umana  e  storica  che  adopera  l' idioma 
analitico,  il  linguaggio  veramente  classico  e  letterario.  É 
la  civilizzazione  del  secondo  evo,  la  saggerà  poetica, 
quella  dei  giganti  e  dei  poeti  che  forma  tema  al  2°  libro 
della  Scienza  nuova  e  che  il  Vico  sa  trattare  con  tale  arte, 
perspicacia  ed  erudizione  da  essere  meritamente  conside- 
rato fra  i  creatori  della  filosofia  dei  miti  e  dei  culti.  Ne- 
gli ultimi  dei  cinque  libri,  onde  si  divide  la  sua  grande 
opera,  vi  si  svolgono  le  epoche  successive  del  diritto  reli- 
gioso e  civile,  le  rivoluzioni  politiche  e  morali  che  corri- 
spondono alle  tre  predette  fasi  della   società   umana:   la 


—  153  — 

giustizia  teocratica  e  spietata  dell'età  divina;  l'equità 
politica,  ma  ancora  arbitraria,  dell'età  eroica;  l'eguaglianza 
civile  dell'  età  umana  che,  secondo  il  Vico,  si  conserva 
meglio  in  una  monarchia  ben  costituita.  La  perdita  del- 
l'indipendenza e  la  corruzione  interna  sono  le  due  cause 
che  mettono  fine  alla  vita  d'una  nazione.  Due  rimedi  po- 
trebbero non  pertanto  renderle  la  forza  vitale  :  una  monar- 
chia potente  o  la  conquista  da  parte  d'un  popolo  migliore. 
Se  l'uno  o  l'altro  di  questi  due  rimedi  fallissero,  la  nazione 
si  dissolverebbe,  si  disperderebbe  come  Y  impero  romano 
e  farebbe  posto  a  un'  altra  società  che  ricominciando  in 
egual  modo  il  processo  evolutivo  percorrerebbe  probabil- 
mente le  medesime  fasi,  svilupperebbe  liberamente  le  me- 
desime facoltà  e  obbedirebbe,  forse  senza  saperlo,  agli 
stessi  decreti  provvidenziali.  E  questo  giro  identico  per 
tutte  le  società,  questa  rotazione  universale,  questi  corsi 
e  ricorsi  storici  che  fecero  dare  alla  teoria  del  Vico  il 
titolo  di  Sistema  dei  ritorni  o  dei  cicli  storici.  Però  no- 
nostante l'ampiezza  e  la  novità  del  soggetto,  da  luì  trat- 
tato con  mirabile  acume,  il  Vico  non  va  esente  da  qual- 
che taccia.  Per  es.  non  dice  nulla  sulla  parte  che  spetta 
alle  religioni  nelle  epoche  in  cui  l'idea  del  diritto  non 
ancora  prevaie  come  in  Oriente;  poco  o  nessun  conto  egli 
tiene  delle  produzioni  dell'  arte  e  dei  monumenti  della 
filosofia  propriamente  detta.  Ma  ciò  nulla  toglie  alla  fama 
ben  meritata  di  quella  gloria  nostrana  che  seppe  rivendi- 
care la  dignità  della  scienza  e  la  potenza  del  diritto  ;  e 
in  ogni  modo  alle  poche  lamentate  lacune  provvidero  mi- 
rabilmente il  genio  del  Bossuet,  il  filosofo  ieratico,  e 
quello  del  Herder,  il  filosofo  umanista,  nato  proprio  nel- 


154 


l'anno   in   cui   morì  il  Vico  e  che  pur  esso   contribuì  a 
creare  la  filosofìa  della  storia. 

Ora  con  la  moderna  dottrina  dei  miti,  fondata  dal 
Vico,  si  è  giunti  alla  persuasione  che  non  si  può  stabi- 
lire un  principio  generale  che  valga  per  tutti,  poiché  i  miti 
nascono  in  vario  modo  e  variamente  stanno  in  rapporto 
con  la  storia  e  ogni  ciclo  di  miti  ben  deve  analizzarsi  e 
spiegarsi  mediante  principii  generali,  ma  sempre  partendo 
dalle  condizioni  sue  speciali  (i).  Per  questa  via  si  è  giunti 
alla  constatazione  che  molto  spesso  i  miti  prendono  la 
forma  di  leggende  storiche  senza  che  contengano  elementi 
storici  di  sorta,  mentre  altre  volte  si  trovano  collegati  e 
mescolati  in  varia  maniera  con  vere  e  proprie  remini- 
scenze storiche:  gli  attributi  e  i  fatti  degli  Dei  vengono 
umanizzati  in  quelli  di  re  e  di  eroi,  le  imprese,  le  doti  di 
uomini  straordinari  vengono  divinizzate.  Un  tale  argo- 
mento è  magistralmente  trattato  dal  prof.  Pio  Rajna, 
insegnante  lingue  e  letterature  neo-latine  (cioè  roma- 
nicae  o  romance)  al  R.  Istituto  di  studi  superiori  in 
Firenze,  nella  sua  opera,  premiata  dall'  Accademia  dei 
Lincei,  su  Le  orìgini  dell'epopea  francese,  pubblicata 
dal  Sansoni  di  Firenze  nel  1884.  Da  quest'  insigne  mo- 
nografia sappiamo  in  che  modo  abbiano  origine  gli  er- 
rori che  si  riscontrano  nelle  epopee  popolari  :  fatti  e  im- 
prese d*intere  generazioni  vengono  raccolti  in  brevi  spazi 
di  tempo  intorno  a  singoli  personaggi,  come  per  es.  le  con- 


(1)  Crivellucci,  Manuale  cit.,  pag.   158. 


-  155  — 

quiste  dei  Greci  in  Anatoìia  nella  guerra  decennale  in- 
torno ad  Ilio  o  Troia,  argomento  dell'omerica  epopea  ;  la 
trasmissione  della  scrittura,  ossia  dell'alfabeto,  dai  Fenici 
ai  Greci  attribuita  a  Cadmo  figlio  d'  Agenore  re  di  Fe- 
nicia; l'intera  legislazione  degl'Israeliti  attribuita  al  solo 
Mosè,  quando  gli  ultimi  lavori  di  critica  sacra  o  di 
ermeneutica  biblica  in  Germania,  in  Francia,  in  Inghil- 
terra circa  al  Pentateuco  tendono  a  provare  che  i  cinque 
libri  mosaici,  lungi  dall'  essere  1'  opera  d'  un  solo  uomo 
e  d'una  sola  epoca  è  una  compilazione  o  combinazione 
in  cui  sono  entrati  degli  scritti  di  varie  date  e  di  penne 
diverse:  da  Mosè,  nel  XIII  secolo  avanti  l'era  cristiana, 
al  sacerdote  Esdra,  vissuto  nel  secolo  VI  avanti  Cristo  e 
chiamato  dagli  stessi  Ebrei  il  principe  dei  dottori  della 
legge,  ch'ebbe  forse  l'ultima  mano  nella  compilazione  dei 
detti  libri. 

E  come  fatti  e  imprese  d'  intere  generazioni  ven- 
gono raccolti  in  brevi  spazi  di  tempo  intorno  a  singoli 
personaggi,  accade  il  simile  per  quanto  riguarda  i  di- 
fetti e  le  colpe  onde  vanno  famosi  certi  uomini  d'  alto 
grado  che  solo  una  volta  si  sono  dati  nella  storia  con 
quei  tali  caratteri,  ma  che  si  esagerano  ad  arte  per  fare 
di  essi  dei  tipi  originali  o  meglio  anormali.  Così  per 
es.  Nerone,  ritenuto  da  prima  come  il  tiranno  più  mal- 
vagio, fu  sovraccaricato  sempre  più  di  particolari  d'  un 
t  al  tipo  ;  cosi  a  Carlomagno,  già  famoso  come  grande 
legislatore  del  medio  evo,  si  riferirono  tutti  gli  atti 
legislativi  d'  ignota  origine  ;  così  a  Lucrezia  Borgia 
furono  attribuiti  i  peggiori  vizi  muliebri,  mentre  i 
documenti  onde  si   giovò  il    Gregorovius  nelle  sue   ul- 


—  156  — 

time  ricerche,  contraddicono  manifestamente  ai  favolosi 
racconti  delle  di  lei  turpitudini  e  dissolutezze,  (i). 

Oltre  poi  alle  addotte  ragioni  che  muovono  i  narra- 
tori di  leggende  a  infiorarle  con  fatterelli  che  colpiscano 
l'imaginazione  vi  è  la  tendenza,  puramente  fantastica  ma 
ingenita  nell'  uomo,  della  creazione  estetica  e  il  piacere 
che  si  prova  nell'abbellire  o  imbruttire  fatti  e  personaggi: 
«  situazioni  e  caratteri  vengono  in  ogni  particolare  de- 
scritti, motivati  e  messi  in  relazione  tra  loro  e  anche  con 
fatti  che  non  vi  hanno  rapporto  alcuno,  in  modo  che  si 
ampliano  e  diventano  un  intero  complesso  di  leggende 
solo  per  effetto  del  bisogno  di  poetici  ornamenti  ;  e  il  gu- 
sto che  si  prova  a  queste  belle  narrazioni,  simmetriche, 
artistiche,  attraenti,  conduce  ad  accoglierle  con  predile- 
zione e  a  diffonderle;  e  non  di  rado  anche  accade  che  le 
descrizioni  dei  fatti,  come  vengono  date  dai  poeti  nelle 
opere  loro,  siano  preferite  ai  magri  racconti  degli  sto- 
rici »  (2). 

Moltissime  sono  le  favolose  creazioni  di  questo  ge- 
nere, dall'  antichità  attraverso  al  medio  evo  fino  all'  età 
moderna,  in  cui  finalmente,  almeno  nel  campo  letterario, 
si  è  posto  un  termine  a  questo  gioco  dialettico-fantastico 
con  la  critica  e  l' interpretazione  metodica.  I  pregiudizi 
dominanti,  la  vanità  nazionale,  l'ignoranza  dei  popoli  pri- 


(1)  Lucrezia  Borgia  secondo  documenti  e  carteggi  del  tempo 
(trad.  dal  tedesco  per  Raffaello  Mariano,  3.a  ristampa,  Firenze 
Succ.  Le  Monnier,  1885,  pag.  170,  171,  291  ecc.). 

(2)  Crivellucci,  Manuale  cit.,  pag.  161. 


—  157  — 

mitivi   e   la  mancanza  di  scritture   autentiche  dei  tempi 
remoti   hanno  aperto  spesso  le  ali  della  fantasia  più  ca- 
pricciosa. Così  i  Franchi  potevano  far  derivare  sé  stessi  dai 
Troiani  e  conseguentemente  il  nome  della  città  di  Parigi 
dal  troiano  eroe  Paride  che  col  rapimento  di  Elena,  mo- 
glie di  Menelao  re  di  Sparta,  fu  cagione  della  guerra   di 
Troia  ;   cosi  i  Padovani  potevano  dirsi  Antenorei  suppo- 
nendo che  il  pur  troiano  Antenore,  viaggiando  nel  paese 
degli  Euganei,  fondasse  Palavium,  il  cui  nome  vuoisi  de- 
rivato dal  greco,  dal  celtico,  dall'  etrusco  ecc.   secondo  le 
capricciose    nozioni   etimologiche   dei   cronichisti  e  degli 
storici   d'un    tempo;  così  i  Veronesi  potevano  attribuire 
a  Brenno,  duce  dei  Galli,  la  fondazione  della  loro  città; 
così  i  Veneziani  potevano  sbizzarrirsi  a  lor  talento  or  fa- 
cendosi oriundi  degli  asiatici  Eneti,  or  della  gente  gallica 
di  Bretagna  or  nientemeno  che  delle  parti  di  Schiavonia 
o    Slavonia,  limitrofa  della  Croazia,  che  quanto  dire  del 
ceppo  slavo-meridionale  (i).  —  Se  si  considera  tutto  quanto 
risguarda  T  alterazione  favolosa  dei  fatti,  si    scorge   facil- 
mente quanto  sia  difficile  riconoscere  fino  a  che  punto  le 
leggende  contengano  tradizioni  e  ricordi,  non  alterati,  di 
qualche  valore  storico.  Ben  a  ragione  il  Niebuhr  nella  sua 
storia   romana   (Roemische   Geschichte,   2.a  ediz.,  I  226  e 


(1)  Fra  le  tante  fantasticherie  etimologiche  sul  nome  di 
Venezia  merita  pur  menzione  quella  che  lo  fa  derivare  da  Veni 
etiam...  messo  in  bocca  ai  nuovi  venuti.  V.  in  proposito  quanto 
ne  riferì  ultimamente  con  la  sua  geniale  arguzia  il  mio  illustre 
amico  prof.  Emilio  Teza.  Atti  del  R.  Ist.  di  sciente,  lett.  ed  arti 
dell'aprile  1900. 


158 


seg.)   paragona   la   leggenda  ad  un  nebuloso  fantasma  o 
anche  ad  una  specie  di  Fata  Morgana  (la  famosa  fata  dei 
romanzi    e   poemi  cavallereschi),  la  cui  figura  originaria 
sfugge  alla  nostra  vista  e  la  cui  legge  di  rifrazione  ci  re- 
sta ignota  :  e  anche  se  ciò  non  fosse,  nessun  ingegno  po- 
trebbe avere  tale  penetrazione  e  dottrina  da   indovinare 
da  queste  forme  stranamente  confuse  l'ignota  figura  pri- 
mitiva. Infatti,  a  cagione  della  maniera  del  tutto  arbitra- 
ria e  fantastica  onde  la  leggenda  mescola  realtà  e  poesia, 
rimembranze  e  chimere,  è  assolutamente  impossibile  dalla 
stessa  leggenda,  senz'altro  aiuto,  distinguere  il  vero  sto- 
rico dal  falso  e  dall'  invenzione.  Perciò,  come  osserva  giu- 
stamente il  Crivellucci  (i),   è    assolutamente   contrario  al 
buon  metodo  il  trattare  le  leggende  come  ha  fatto  la  cri- 
tica razionalistica  nel  suo  primo  risveglio  e  come  di  quando 
in    quando  si  vede  fare,  vale  a  dire  che  bisogna  ritenere 
per  vero  ciò  che,  secondo  la  natura  e  secondo   la   storia, 
risulta   possibile  e  che   bisogna  invece  respingere  ciò  che 
si  presenta  come  evidentemente  impossibile  e  fantastico; 
perchè  anzi  risulta  dal  carattere  della  leggenda,   desunto 
dall'  esperienza,  che  appunto  anche  i  dati  apparentemente 
semplici  e  positivi   possono   essere  inventati,  presi  a  pre- 
stito, travolti,  e  non  possono  mai  essere  tenuti  senz'altro 
per  sinceri.  In  sostanza  noi  possiamo  di  una  leggenda  ri- 
tenere come   testimonianze   storiche   solo   quelle  parti  e 
quei  dati  che  siamo  in  grado  di  riconoscere  per  tali   me- 
diante i  mezzi  di  raffrontamento  della  critica.  Da  ciò  con- 


(i)  Manuale  cit.,  pag.  163. 


159 


segue  che  noi  non  possiamo  considerare  come  fonti  della 
tradizione  storica  appunto  le  fiorite  leggende  dei  più  an- 
tichi tempi,  perchè  sfuggono  a  "qualsiasi  procedimento  di 
riscontro  :  quindi,  in  generale,  la  leggenda  non  può  essere 
adoperata  come  fonte  storica  che  assai  parcamente.  Con- 
siderata invece  come  avanzo  dello  spirito  creatore  del  po- 
polo essa  acquista  un  tutt'  altro  carattere,  perchè  ci  at- 
testa come  gli  uomini  di  un  determinato  tempo  si  rap- 
presentarono alla  mente  il  loro  passato,  come  concepi- 
rono e  riprodussero  avvenimenti  e  personaggi  storici,  quale 
impressione  hanno  lasciato  gli  avvenimenti  nella  coscienza 
del  popolo,  quale  fu  il  suo  modo  di  vedere  sopra  dati  av- 
venimenti, istituzioni  e  personaggi  :  onde  possiamo  di  leg- 
gieri argomentare  quali  fossero  le  idee  politiche,  religiose 
e  scientifiche  di  un  dato  tempo  e  di  un- dato  popolo  e 
constatare  per  conseguenza  le  trasformazioni  cui  andò  sog- 
getto il  pensiero  delle  generazioni  che  si  susseguirono  per 
dedurne  il  grado  di  maggiore  o  minore  civiltà. 

Come  nelle  ricerche  naturali,  così  nelle  storiche, 
l'uomo  suol  muovere  a  ricercare  le  cause  e  la  spiegazione 
dei  fenomeni  sociali  per  entro  al  passato.  E  poiché  le  prime 
investigazioni  sono  tanto  più  sdegnose  di  limiti  quanto 
più  ansiose  di  soluzioni  certe,  nasce  la  cronaca  favolosa, 
della  quale  facilmente  s'  appaga.  «  Così  le  pile  del  gran 
ponte  che  intende  a  gittare  fra  la  vita  attuale  e  quella 
delle  generazioni  che  lo  precedettero,  si  fondano  per  via 
di  leggende  e  il  poeta  diviene  il  primo  compositore  e  il 
primo  interprete  sì  dei  fatti  naturali  che  degli  storici  »  (i). 


(i)  Tommasini,  Scritti  distor.  e  crii.,  Torino,  Loescher,  1891,  p.  3. 


—  160  — 

Non  molto  dissimile  dalla  leggenda  è  l'aneddoto  che 
di  essa  potrebbesi  chiamare  il  fratel  minore,  poiché  gli 
elementi  da  cui  origina  sono  gli  stessi  e  non  diversifica 
che  nel  campo  d'azione.  La  leggenda  predomina  in  una 
età  in  cui  la  fantasia  non  ha  freno  ;  ma  a  mano  a  mano 
che  il  criticismo  scientifico  s'  impone  alle  facoltà  imagi- 
native  dell'uomo  limitandone  o  impedendone  i  troppo 
alti  voli,  la  mente  si  volge  alla  vita  privata  d'illustri  per- 
sonaggi, ai  fatterelli  particolari  della  vita  intima  di  qual- 
cuno, a  ciò  che  avviene  tra  le  quinte  della  scena  politica, 
alle  piccole  o  grandi  geste  dei  re,  e  si  sfoga  invece  che 
nell'epica  nella  novellistica.  Un  aneddoto,  fra  i  tanti,  ri- 
guarda l'origine  delle  no\\e  d'argento  che  si  attribuisce 
al  primo  dei  Capetingi,  terza  razza  (succeduta  ai  Mero- 
vingi e  ai  Carlovingi)  dei  re  di  Francia  da  cui  discendono 
tutte  le  famiglie  dei  Borboni  che  felicitarono  i  popoli  la- 
tini fino  al  1860.  Narrasi  dunque  che  Ugo  Capeto.  visi- 
tando nel  1087  i  sobborghi  di  Parigi,  dove  aveva  da  li- 
quidare 1'  eredità  d'  uno  zio,  trovò  al  servizio  di  costui 
un  villano  eh' erasi  incanutito  sul  lavoro,  si  manteneva 
celibe  e  dimostrava  un  grande  attaccamento  al  padrone, 
che  in  25  anni  non  aveva  mai  avuto  motivo  a  lagnarsi  di 
lui  e  per  ciò  lo  considerava  come  persona  di  famiglia.  Nella 
stessa  fattoria,  dal  medesimo  tempo  e  con  uguali  meriti, 
trovavasi  una  donna  che,  a  sua  volta,  non  era  mai  andata 
a  marito.  Sentita  la  storia  di  costoro,  Ugo  Capeto,  da 
quel  gentiluomo  e  valentuomo  che  si  dimostrava  in  ogni 
occasione,  se  li  fece  venire  davanti  e  disse  alla  donna: 
il  tuo  merito  è  grande  più  assai  che  non  quello  di 
costui,   che   pure    è   grandissimo,    poiché  ben  più  diffidi 


—  161  — 

cosa  è  la  costanza  della  donna  nella  schiavitù  del  lavoro 
e  dell'ubbidienza,  che  non  quella  dell'uomo;  ora  io  vorrei 
darti  un  premio  né  so  quale  maggiore  potrei  darti,  all'età 
tua,  che  una  dote  ed  un  marito  (due  cose  apparentemente 
inseparabili,  perchè,  col  fatto,  chi  sposa  la  dote,  chi  la 
moglie,  chi  tutf  e  due).  La  dote  è  pronta,  continuò  il  re, 
questo  fondo  da  oggi  è  cosa  tua;  se  costui  che  lavorò  teco 
per  venticinque  anni  acconsente  a  impalmarti,  è  pronto 
anche  lo  sposo.  Maestà,  mormorò  il  villano,  tutto  con- 
fuso e  sbalordito,  volete  voi  che  ci  sposiamo  coi  capelli 
d'argento  ?  E  saranno  nozze  d'argento,  rispose  il  sovrano, 
e  io  vi  darò  da  questo  momento  la  fede  nuziale.  E  tol- 
tosi dal  dito  un  anello  d'argento  tempestato  di  gemme  lo 
pose  al  dito  della  donna  e  unì  le  mani  di  quei  due  che 
piangevano  dall'emozione. 

L'avventura  si  riseppe  in  tutta  la  Francia  e  si  propagò 
con  tanto  clamore  e  con  tanto  entusiasmo  di  popolo  che 
vuoisi  da  essa  abbia  avuto  principio  la  costumanza  delle 
nozze  d'argento,  delle  quali  le  no^e  d'oro  non  sono  che 
un'imitazione  alla  doppia  distanza  di  tempo. 

Ecco  come  F  aneddoto,  cioè  il  racconto  di  qualche 
fatto  particolare  di  persona  per  lo  più  ragguardevole,  si 
confonde  talvolta  con  la  leggenda  quasi  a  segnare  il  pe- 
riodo di  transizione  tra  l'uno  e  l'altra.  Come  tradizione 
perciò  l' aneddoto  è  tanto  poco  attendibile  quanto  la  leg- 
genda, sua  sorella  maggiore;  è  invece  attendibile  come 
questa  nel  suo  carattere  di  avanzo,  come  testimonianza 
di  ciò  che  gli  autori  e  i  narratori  dell'  aneddoto  pensa- 
vano e  credevano  intorno  ai  relativi  fatti  o  personaggi. 
Per  es.  nel  caso  di  Ugo  Capeto  noi  possiamo  argomentare 


-  162  — 

da  quell'  aneddoto,  e  meglio  ancora  sarebbe  se  da  più 
aneddoti,  eh' egli  fosse  di  nobili  maniere,  di  cuor  gene- 
roso, di  alto  sentire  ecc.  ecc.  E  ove  altre  circostanze  con- 
corressero a  fortificare  l'opinione  che  di  lui  ci  siamo  for- 
mata indirettamente  potremmo  venire,  per  la  stessa  via, 
ad  una  illazione  ancora  più  decisiva  sul  suo  carattere. 

Così  dicasi  dei  motti,  delle  sentente  storiche  e  delle 
poesie:  solo  che  in  queste  ultime  si  aggiunge,  come  causa 
alteratrice  della  verità,  anche  la  licenza  poetica,  arbitrio 
che  si  prende  talvolta  il  poeta  nei  suoi  versi  più  che  con- 
tro le  regole  dell'arte  contro  le  risultanze  dei  fatti. 

La  tradizione  figurata  (pitture  e  sculture  storiche,  rap- 
presentazioni topografiche  ecc.)  si  comporta  in  complesso 
come  la  tradizione  scritta  (inscrizioni  storiche,  annali,  cro- 
niche, biografie  ecc.)  e  al  par  di  questa  è  soggetta  a  varie 
alterazioni.  Solo  che  queste,  a  cagione  della  forma  più 
materiale  dell'  espressione,  sono  più  determinate  e  visibili. 


LEZIONE  Vili 


Del  carattere  dell'  autore 


Nelle  ultime  lezioni,  trattando  della  critica  intrinseca 
che  deve  dimostrare  la  realtà  dei  fatti  giudicando  il  va- 
lore delle  fonti  rispetto  ad  essa,  ho  parlato  delle  varie 
specie  di  fonti  (avanzi,  monumenti,  tradizione  scritta, 
orale  e  figurata)  che  dobbiamo  prendere  in  considerazione 
per  conoscere  i  loro  varii  rapporti  coi  fatti,  cioè  il  loro 
carattere  come  testimonianze.  Oggi  v'intratterò  dunque 
del  carattere  dell'autore,  perchè  specialmente  nella  tradi- 
zione il  giudizio  sulla  veridicità  di  essa  dipende  dal  giu- 
dizio che  possiamo  dare  sui  rapporti  dell'autore  coi  fatti 
stessi,  in  una  parola  sulla  personalità,  sul  carattere  di  lui. 
Come  abbiamo  già  veduto,  la  tradizione  dei  fatti  è  tanto 
più  sincera  e  non  alterata  quanto  più  riposa  sulla  perce- 
zione immediata  e  quanto  più  colui  che  li  percepisce  e  ne 
riferisce  è  atto  a  percepirli  e  a  riferirne  senza  alterarli. 
Immediatezza  e  fedeltà  sono  i  criteri  della  verità  storica 
ed  entrambe  dipendono  dalla  persona  del  primo  osserva- 
tore. Molto  tardi  si  giunse  a  riconoscere  chiaramente  la 
importanza  che  per  la  tradizione  ha  l'individualità  (carat- 
tere, condizione  ecc.)  dell'autore  e  a  porla  a  fondamento 


164 


della  critica  storica.  L'ingegno  naturale  ha  ben  giudicato 
sempre  secondo  questo  principio,  per  cui  ogni  qualvolta  si 
tratta  di  constatare  la  verità  di  un  fatto,  sorge  spontanea 
la  domanda  al  relatore  s'egli  stesso  ha  veduto  o  udito  ciò 
che  racconta  o  da  chi  l'ha  udito:  e  questo  per  poter  fon- 
dare il  proprio  giudizio  sull'attendibilità  del  relatore.  «E 
indizio  curioso  della  tardità  dello  spirito  umano  che  un 
principio  così  semplice  e  d'uso  giornaliero  abbia  avuto  bi- 
sogno di  secoli  per  essere  adoperato  nella  scienza  e  per 
diventare  massima  metodica  consapevolmente  applicata; 
fenomeno  non  isolato  del  resto,  che  in  tal  caso  potrebbe 
attribuirsi  a  colpa  degli  storici;  mentre  invece  è  noto  che 
appunto  le  più  grandi  e  più  semplici  massime  critiche 
tardi  e  lentamente  arrivano  ad  essere  riconosciute  e  ado- 
perate come  si  deve.  Una  di  tali  massime  fondamentali  é 
quella  semplicissima  di  cui  ora  si  tratta;  solo  coli' uso 
conseguente  di  essa  si  è  in  grado  di  giudicare  con  sicu- 
rezza della  verità  della  tradizione  e  di  acquistare  nozioni 
storiche  sicure»  (i). 

Ma  prima  di  venire  ai  particolari  dell'  uso  di  questo 
principio,  giova  ricordare,  almeno  alla  sfuggita,  i  fatti 
principali  relativi  all'  antistoria  e  alla  storia  dell'  Italia 
moderna  per  potervi  dare,  a  mo' d' esempio,  un  cenno  di 
narrazioni  non  sospette,  alle  quali  conviene  ricorrere  per 
uno  studio  peculiare  su  tal  argomento  di  cui  avrete  già 
una  conoscenza  generale. 


(i)  Crivellucci,  Manuale  cit.,  pag.  166. 


—  165  — 

Con  Teodosio  il  grande   spirò  il   genio  di   Roma.   I 
suoi  due  figli,  Arcadio  ed  Onorio,  si  divisero  l'Impero,  ma 
né  l'uno  né  l'altro  seppero  governare  ;  così  che  i  Barbari, 
non  più  contrastati  dal  valore  di  Teodorico,  irruppero  da 
ogni  parte:  da  ciò  le  formidabili  invasioni  barbariche  che 
scompigliarono  il  mondo  e  che  riuscirono  poi  a   sovrap- 
porsi alla  potenza  romana.  Durante  il  dominio  degli  Eruli 
e  degli  Ostrogoti  non  si  può  dire  rigorosamente  parlando 
che  grandi  mutazioni  avvenissero  in  Italia  :  anzi  quando 
parlasi  di  caduta  dell'impero  romano  devesi  intendere  sol- 
tanto un  cambiamento  di  nomi,  giacche,  in  sostanza,  so- 
pravvissero come  per  lo  innanzi  le  instituzioni  e  gli  ordi- 
namenti romani.  Di  fatti  al  nome  d'imperatore  si  sostituì 
quello  di  re  barbaro   e  1'  esercito  si  disse  barbaro   invece 
che  romano;  ma  realmente  da  lungo  tempo  gì' imperatori 
e  l'esercito  erano  barbari;  e  del  resto  Odoacre,  capo  degli 
Eruli,  e  Teodorico,  re  degli   Ostrogoti,  nulla   distrussero 
dell'orbine  di  cose  da  essi  trovato.  Si  confrontino  in  pro- 
posito il   Micali,    Storia  degli  antichi  popoli  italiani  (con 
monumenti  inediti)  pubblicata  a  Firenze,  in  4  volumi,  dal 
1832  al  1844;  il  Vannucci,  Storia  dell'Italia  antica,  3.a  edi- 
zione  accresciuta,   corretta   ed  illustrata  con  monumenti 
(4  volumi),  Milano,  tip.  editrice  lombarda  1873-76;  la  Sto- 
ria di  Roma  del  Bonghi,  Milano,  Treves,  1884,  il  cui  se- 
condo volume  contiene  le  fonti  della  storia  romana   e  il 
cui  terzo  volume,  frammento  postumo,  fu  pubblicato  dallo 
stesso   editore   Treves   nel    1896;  il  Gibbon,  Storia  della 
decadenza  e  rovina  dell'impero  romano  compendiata  (tra- 
duzione italiana,  2.a  ed.,  Firenze  1864);  il  Mommsen  ,  Sto- 
ria di  %oma,  tradotta  dal  Sandrini,  Milano  1864,  4  voi.; 


166 


il  Gregorovius,  Geschichte  der  Stadt  'lipm  im  oMittelalters, 
in  8  voi.,  tradotta  dal  Manzato,  Venezia,  Antonelìi,  1876 
ed  ora  illustrata  e  riedita  in  italiano  per  cura  della  So- 
cietà editrice  nazionale  di  Roma  ;  il  Tesauro  che  descrisse 
II  regno  d' Italia  sotto  i  ^Barbari  (Tori no  1664;  Venezia  1680); 
il  Balbo,  Storia  d'Italia  sotto  ai  Barbari  (Firenze,  Le  Mon- 
nier,  1856^;  il  Bertolini,  la  Storia  delle  dominazioni  bar- 
bariche (Milano,  Vallardi,  senza  data)  ;  il  Villari,  Le  in- 
vasioni barbariche  in  Italia,  Milano,  Hoepli,  1901. 

Alla  disastrosa  guerra  ventennale  tra  i  Goti  e  i  Greci 
(535-554)  e  al  mal  governo  di  questi  ultimi  tien  dietro  il 
lungo  ed  oppressivo  dominio  dei  Longobardi.  Allo  sto- 
rico poi  maggiori  difficoltà  si  affacciano,  attesa  la  incer- 
tezza della  cronologia  e  la  povertà  di  documenti  pervenu- 
tici, principale  tra  i  quali,  e  quasi  unico,  ci  si  offre  la  di- 
sadorna ed  oscura  cronica  del  Varnefrido,  cioè  di  Paolo 
Diacono.  Molta  luce,  a  dir  vero,  vi  apportarono  i  profondi 
studi  degli  storici  moderni,  come  per  es.  il  Trova,  Storia 
d'Italia  nel  medio  evo  (sino  alla  fine  del  regno  longobardo), 
Napoli  1839-59,  voi.  17  e  Codice  diplomatico  longob.  dal 
568  al  774,  da  lui  pubblicato  con  note  storiche,  osserva- 
zioni e  dissertazioni,  Napoli  1852-55,  voi.  5;  il  Dahn,  Lon- 
gobardische  Studien,  Lipsia  1876;  il  Del  Giudice,  Lo  sto- 
rico dei  Longobardi  e  la  critica  moderna^  Milano,  Hoepli, 
1880  ;  il  Rinaudo,  Di  alcune  fonti  della  storia  dei  Longo- 
bardi di  'Paolo  Diacono,  Torino,  Botta,  1882;  il  Crivellucci, 
Studi  storici  (periodico  trimestrale  da  lui  diretto)  Pisa, 
voi.  Vili,  1899  -  AdPauli  Diaconi  Hist.  Lang.\  il  Tamassia, 
'Paolo  Diacono,  Cividale  1900:  tuttavia  qualche  punto  ri- 
mane ancora  da  chiarire.  Accanto  poi  al  dominio  longobardo 


—  167   - 

sorge,  nuova  potenza,  il  Papato,  il  quale,  intromettendosi 
prima  negli  affari  dei  Longobardi  e  dei  Greci,  poscia  in 
quelli  degli  altri  Stati,  incomincia  a  dare  alla  storia  uno 
svolgimento  particolare  e  ad  influire  grandemente  sui  de- 
stini d'Italia  e  degl'  Imperi. 

La  spada  di  Carlomagno  pone  fine  alle  invasioni  bar- 
bariche e  inaugura  quel  nuovo  impero  d'Occidente,  alla 
cui  dissoluzione  concorse,  più  che  la  debolezza  dei  suoi 
successori,  la  tendenza  naturale  che  avevano  le  diverse 
genti  europee  a  ricostituire  le  loro  nazionalità  :  franca, 
germanica  e  italiana.  Sul  regno  di  Carlomagno  in  Italia 
abbiamo  un'opera  del  Balbo,  pubblicata  a  Firenze  nel 
1862,  e  una  del  Malfatti  intitolata  Imperatori  e  papi  al 
tempo  della  signoria  dei  Franchi  in  Italia,  che  fu  stam- 
pata a  Milano  nel  1876  in  due  volumi.  Mentre  i  baroni 
germanici  eleggevano  Arnolfo  di  Carinzia  re  di  Germa- 
nia, in  Francia  proclamavasi  re  Eude  od  Oddone  conte 
di  Parigi,  e  i  baroni  italiani,  congregatisi  a  Pavia,  eleg- 
gevano re  d'Italia  Berengario  duca  del  Friuli.  Ma  gl'Ita- 
liani, anzi  che  consolidare  la  propria  indipendenza,  si  di- 
visero in  partito  franco  e  germanico,  l'uno  invocando 
l'intervento  di  Rodolfo  di  Borgogna,  l'altro  d'Ottone  I  di 
Germania,  che  vinto  Berengario  II,  nipote,  per  parte  della 
madre  (Ermengarda  d'Ivrea),  di  Berengario  I,  inaugurò  il 
secolare  dominio  tedesco  in  Italia.  Nel  tempo  stesso  co- 
mincia anche  l'ingerenza  aperta  degl'imperatori  negli  af- 
fari ecclesiastici,  nelle  elezioni  dei  pontefici  e  dei  prelati, 
la  quale  condusse  alla  gran  lotta  per  le  investiture.  E  da 
questa  lotta  uscì  gigante  il  nome  del  monaco  Ildebrando, 
l' austero   Gregorio  VII  che  umiliando   1'  imperatore   En- 


168 


rico  IV  provò  ad  evidenza  per  chi  stesse  V  opinione  pub- 
blica. E  l'umiliazione  della  potenza  imperiale,  le  crociate, 
i  comuni,  furono  poi  causa  precipua  del  rapido  progresso  ci- 
vile d'Italia.  E  questo  un  periodo  importantissimo  dell' alto 
medio  evo,  che  fu  studiato,  tra  molti  altri,  e  dall'Emi- 
liani -  Giudici  con  la  Storia  politica  dei  comuni  italiani 
(Firenze  1863,  voi.  3)  e  dal  Hegel  con  la  Storia  della  co- 
stituzione dei  municipi  italiani  (Milano,  1861),  e  dal  Lan- 
zani,  già  prof,  di  storia  e  geografia  nel  liceo  padovano, 
con  la  Storia  dei  comuni  italiani  dalle  origini  al  ijij 
(Vallardi,  Milano,  1882)  e  dal  Sismondi  con  la  Storia  delle 
repubbliche  italiane  dei  secoli  di  m?^o  (Capolago,  1846, 
voi.  io)  e  dal  Cipolla  con  la  Storia  delle  signorie  italiane 
(Milano,  Vallardi,  1881)  e  dal  famoso  padre  Tosti,  bene- 
dettino napoletano,  che  dotò  la  nostra  letteratura  di  parec- 
chie opere  storiche  divenute  classiche,  come  ad  es.  la  Storia 
della  badia  di  Monte  Cassino  in  3  voi.  (Napoli,  Civelli, 
1842-43)  o  la  Storia  della  lega  lombarda,  illustrata  con 
note  e  documenti  (Milano  1860  e  Roma  1886)  e  che  aveva 
iniziata  quella  conciliazione  tra  il  "Vaticano  e  il  Quirinale 
che,  se  fosse  felicemente  riuscita,  avrebbe  consolidato  il 
potere  dell'uno  e  dell'altro  con  grande  vantaggio  reciproco 
ma  più  specialmente  della  nostra  patria.  Nella  lotta  delle 
investiture,  sostenuta  dai  papi  contro  gì'  imperatori  te- 
deschi (1073-1122),  i  Pontefici  trovano  appoggio  nella  mag- 
gior parte  delle  città  italiane  e  da  questo  grande  movi- 
mento usci  la  prima  idea  nazionale.  Ma,  a  paralizzarne  i 
generosi  tentativi,  scoppiarono  quelle  lotte  secolari  tra  i 
partiti  che  condussero  alle  chiamate  degli  stranieri:  sul 
qual  argomento  abbiamo  appunto  il  lavoro  dello  storico 


—  169  — 

toscano  prof.  Antonio  Cosci,  intitolato  :  «L'Italia  durante 
le  preponderanze  straniere  »  (Milano,  Vallardi,  senza  data) 
che  va  sino  al  1789,  cioè  sino  alla  Rivoluzione  francese, 
onde  mutaronsi  eziandio  i  destini  della  nazione  italiana. 
Ora  che  vi  ho  date  alcune  indicazioni  sommarie  di 
opere  utili  per  la  conoscenza  de  1'  antistoria  e  la  storia 
dellltalia  moderna,  stante  la  difficoltà  di  avere  sott'occhio 
fonti  originali  dei  tempi  più  a  noi  discosti,  debbo  soggiun- 
gere che  in  quanto  poi  alla  narrazione  dei  fatti  meno  lon- 
tani occorre  assolutamente  valersi  di  relazioni  sincrone 
d'autori  fededegni.  Il  giudizio  circa  alla  loro  attendibilità 
dipende  innanzi  tutto  dalla  questione  se  abbiamo  a  che  fare 
con  una  relazione  immediata,  con  una  fonte  originaria,  op- 
pure se  dobbiamo  vedere  per  quante  e  quali  vie  quella 
data  relazione  ci  è  pervenuta.  A  questa  domanda  risponde 
1'  analisi  delle  fonti,  avvertendo  però  che  il  concetto  di 
fonte  originaria  non  si  suole  restringere  nel  più  stretto 
senso  alle  relazioni  dei  testimoni  oculari  immediati  del 
fatto,  ma  si  usa  estenderlo  anche  alle  relazioni  originarie 
dei  contemporanei.  Perciò  l'accennata  questione  si  suole 
anche  formularla  in  quest'  altro  modo  :  se  cioè  1'  autore 
sia  o  no  contemporaneo,  oppure  in  che  rapporto  crono- 
logico egli  stia  coi  fatti  narrati.  Dell'autore  ch'è  stato  te- 
stimonio o  contemporaneo  dei  fatti  narrati  dobbiamo 
supporre  ch'egli  possa  avere  cognizione  diretta  di  essi,  se 
beninteso  si  tratta  d'un  uomo  a  ciò  adatto  ;  dei  contem- 
poranei più  discosti  dai  fatti  ma  che  potevano  attingere 
dirette  notizie  da  testimoni  di  udito  o  di  veduta  più  vec- 
chi di  loro  possiamo  ugualmente  ammettere  che  narrino 
per  conoscenza  propria;  dei  più  discosti  ancora  dobbiamo 


—  170  — 

cercare  le  fonti  delle  loro  informazioni  e  tali  fonti  dimo- 
strare come  immediate.  E  siccome  la  verità  effettiva  della 
narrazione  dipende  appunto  dall'attendibilità  dell'autore 
occorre  farsi  queste  due  domande  che  abbracciano  tutta 
la  questione  :  poteva  1'  autore  sapere  e  riferire  la  verità  ? 
volle  l'autore  rapportarla  tal  quale?  La  risposta  a  tali  do- 
mande serve  a  giudicare  della  sua  attendibilità.  Questa 
risposta  si  fonda  principalmente  su  l'attitudine  ad  osser- 
vare e  comprendere  dell'autore,  sul  grado  della  sua  cul- 
tura, sulle  sue  qualità  personali,  sulla  sua  condizione  so- 
ciale, sul  tema  e  su  la  forma  della  sua  narrazione,  sulle  sue 
tendenze  od  opinioni  politiche,  religiose  ecc.  La  critica 
estrinseca,  che  ha  per  ufficio  di  provare  l'autenticità  delle 
fonti,  mentre  l'intrinseca  ha  quello  di  dimostrare  la  realtà 
dei  fatti  giudicando  il  valore  delle  fonti  rispetto  ad  essa, 
ci  fornisce  i  mezzi  per  conoscere  queste  cose,  ce  li  forni- 
sce anche  l'esame  delle  stesse  fonti  in  quanto  esso  permette 
di  giungere  a  mature  conclusioni  sulle  qualità  personali 
dell'autore.  Quante  volte  per  esempio  non  accade  che  un 
autore  tace  od  attenua  ciò  che  contrasta  con  le  sue  idee, 
esalta  od  abbassa  il  merito  del  protagonista  ch'entra  nella 
sua  narrazione?  «  Già  l'antica  metodologia  raccomandava 
«  abbastanza  insistentemente  che  uno  scrittore  partigiano 
«  solo  là  merita  di  essere  creduto  senza  riserva  dove  dice 
«bene  dei  suoi  avversari  e  male  dei  suoi  amici,  di  quelli 
«  del  suo  partito,  della  sua  nazione  (i).  » 


(i)  Crivellucci,  op.  cit,  pag.  16^. 


—  ITI  — 

Perciò  sarebbe  importante  per  uno  scrittore  il  poter 
avere  sotto  Ja  mano  un  buon  dizionario  critico-bibliogra- 
fico che  lo  aiutasse  in  cotal  genere  di  ricerche.  Il  prof.  De 
Gubernatis  fece  per  es.  un  magnifico  Dizionario  biogra- 
fico degli  scrittori  contemporanei  col  proposito  che  desse  un 
esatto  concetto  della  letteratura  universale,  ma  la  parte  cri- 
tica non  offre  sempre  un  retto  e  sereno  giudizio  sul  valore 
delle  opere  ivi  accennate,  essendo  che  il  più  degli  autori, 
richiesti  della  propria  biografia  e  bibliografia,  fornì  diret- 
tamente quelle  notizie  che  non  possono,  almeno  talvolta, 
non  peccare  d'una  certa  parzialità.  Com'è  dunque  possi- 
bile formarsi  sempre  con  quel  mezzo  un  veritiero  concetto 
degli  autori  e  delle  loro  opere?  Sarà  per  ciò  utile  attin- 
gere in  qualche  caso  anche  altrove  quelle  notizie  che  ci 
occorrono  per  poter  giudicare  gli  uni  e  le  altre  secondo  le 
regole  della  metodica,  della  critica  scientifica.  Le  infor- 
mazioni intorno  alle  qualità  personali  dell'autore,  se  non 
direttamente  col  mezzo  di  fonti  biografiche  non  sospette, 
possiamo  almeno  desumerle  dall'esame  delle  sue  opere.  Noi 
possiamo  per  lo  più  da  una  narrazione  o  relazione  ricono- 
scere s'esse  sono  fatte  con  equanimità  ed  imparzialità,  se 
vi  trasparisca  un  sentimento  di  simpatia  od  antipatia,  se 
l'autore  non  tradisca  i  suoi  pregiudizi  riportando  fatti  in 
contradizione  col  criterio  informativo  dell'opera;  ciò  che 
facilmente  avviene  quando  un  giudizio  partigiano  è  in 
opposizione  con  la  realtà  ;  ciò  che  risulta  paragonando  i 
fatti  e  i  giudizi  con  quelli  di  altri  contemporanei.  Il  Ranke, 
il  celebre  critico  e  storico  tedesco,  reca  esempi  di  tale 
esame  nella  critica  del  Davila,  autore  della  Storia  delle 
guerre  civili  di  Francia,  fonte  preziosa  perla  storia  del- 


—  172  - 

l'ultima  metà  del  secolo  XVI;  ma  che,  nonostante  il  suo 
pregio  per  l'esattezza  dei  fatti  e  la  correttezza  dello  stile, 
pecca  talvolta  di  eccessiva  parzialità  (come  v'ho  detto  an- 
cora) segnatamente  là  dove  tratta  della  reggente  Cate- 
rina de'  Medici  sua  protettrice,  di  cui  certi  storici  fran- 
cesi, esagerando,  in  senso  inverso,  fanno  addirittura  un 
mostro  di  perfìdia.  Così  pure  un  esempio  ci  offre  il 
Ranke  nella  critica  delle  oMemorie  del  duca  di  Saint-Si- 
mon contenenti  in  ben  21  volumi,  pubblicati  a  Parigi  dal 
suo  omonimo  nipote  tra  il  1829  e  il  1831,  le  informazioni 
più  interessanti  e  circostanziate  su  la  corte  di  Luigi  XIV, 
la  reggenza  di  Filippo  d'Orleans  e  il  regno  di  Luigi  XV, 
ma  inspirate  da  tali  pregiudizi  nobiliari  e  da  sì  notevoli 
preferenze  ed  antipatie  che  il  suo  giudizio  n' è  spesso  fal- 
sato (1). 

E  siccome  il  giudizio  sull'attendibilità  dell'autore  di- 
pende anche  dal  di  lui  carattere  morale,  da  cui  deriva  il 
suo  amore  per  la  verità  o  la  sua  tendenza  a  nascon- 
derla, noi  dobbiamo  ben  esaminare  le  nostre  testimo- 
nianze, dobbiamo  studiarci  di  conoscere  dalla  sua  vita  e 
dai  suoi  scritti,  o  da  questi  solamente,  quando  nulla  sap- 
piamo della  sua  vita,  se  in  generale  l'autore  si  mostra 
amante  del  vero,  se  dà  notizie  false  e  giudizi  ingiusti. 
Da  proteste  d' amore  per  la  verità  non  bisogna  però 
lasciarci  ingannare,  poiché  accade  spesso  che  appunto  i 
più  fanatici  suoi  partigiani    vengono    fuori  con  tali  prò- 


(1)  Nelle  opere  complete   del  Ranke  {Samtliche  Werke,  vo- 
lume XII  —   introduzione  —  e  più  avanti  (p.  251  e  segg.J. 


—  173- 

>te.  Piuttosto  dobbiamo  badare  alle  manifestazioni  reali 
siffatti  sentimenti.  Quando  Ottone  di  Frisinga,  lo 
>rico  del  Barbarossa,  nei  racconto  del  conflitto  di  Fe- 
erico colla  Curia  romana  e  col  cardinale  legato  Rolando 
indinelli  alla  dieta  di  Besanzone  del  1162  {De  Gestis 
'iderici  I  nei  Mon.  Germ.  Hist)  per  la  collazione  dei 
mefici  ecclesiastici  che  l'imperatore  voleva  avocare  a 
:(i),  dice  di  voler  riportare  i  relativi  scritti  di  ambedue 
parti,  perché  ogni  lettore  ne  giudichi  da  sé  e  tali  scritti 
:he  effettivamente  riporta  in  extenso,  non  possiamo  du- 
itare  del  suo  amore  per  la  verità.  Ma  questa  verità,  nel 
corso  del  suo  racconto  sulle  geste  del  Barbarossa,  non  è 
sempre  del  pari  osservata  perché  qua  e  là  si  rivela  la  par- 
zialità dell'autore  prò  rege.  In  relazione  dunque  con  l'esame 
dell'amore  del  vero  noi  dobbiamo  indagare  le  attitudini 
critiche  dell'autore  per  vedere  quali  sieno  e  di  che  specie  i 
sussidi  e  le  fonti  ond' egli  attinge  le  testimonianze  a  cui  si 
richiama,  con  quanta  efficacia  ricerchile  notizie  più  sicure. 
qual  grado  di  coscienza  e  di  conoscenza  del  metodo  critico 
riveli  nel  corso  della  sua  opera.  Astraendo  poi  da  ogni  su- 
biettività  dello  scrittore,  la  relazione  dei  fatti  rimane  mo- 


(i)  Invelenì  la  questione,  promossa  da  Federico  col  vietare 
agli  ecclesiastici  tedeschi  di  volgersi  a  Roma  per  la  collazione 
dei  benefici  o  per  altri  motivi,  una  lettera  del  papa  che  pareva 
considerasse  1'  Impero  come  benefizio,  vale  a  dire  fendo  e  di- 
pendenza della  Chiesa.  Onde  il  legato  Bandinella  alla  dieta  di 
Besanzone,  osò  dire:  Ma  se  l'imperatore  non  tiene  l'impero  dal 
papa  da  chi  dunque  ?  Però  la  questione  fu  in  appresso  risolta, 
dichiarando  il  pontefice  Adriano  IV  eh*  erasi  frainteso  sul  signi- 
ficato letterale  della  parola  beneficio. 


-  174   — 

dificata  dalla  forma  e  dal  fine  letterario.  Il  medesimo  autore, 
per  es.  Senofonte,  il  celebre  storico  ateniese,  in  un'opera 
come  la  Ciropedia  (su  la  fanciullezza  o  1'  educazione  di 
Giro)  eh' è  un  quissimile  di  specchio  del  buon  principe, 
tratta  ben  diversamente  i  fatti  che  nell'Anabasi  (la  spedi- 
zione di  Ciro,  re  di  Persia,  e  la  celebre  ritirata  dei  die- 
cimila greci  che  sotto  la  condotta  dello  stesso  Senofonte 
e  di  Clearco  traversarono  buona  parte  dell'  Asia,  circon- 
dati da  nemici,  per  ritornare  nel  loro  paese),  una  specie 
di  descrizione  fatta  su  appunti  presi  dal  taccuino.  Si  con- 
fronti Eusebio,  vescovo  di  Cesarea  (in  Palestina),  primo 
e  più  antico  storico  della  cristianità  (268-338)  nella  sua 
veridica  ed  esatta  Storia  ecclesiastica,  tradotta  in  latino 
dal  Rufino  (1)  e  pubblicata  a  Roma  nel  1474,  e  nella  sua 
"Vita  di  Costantino  il  grande  (2),  pel  quale  spinge  spesso 
la  lode  fino  alle  più  spudorate  menzogne.  Si  noti  ch'Eu- 
sebio,  accusato   a   torto  di  arianismo  (3),  seppe  cattivarsi 


(1)  Il  testo  greco  fu  pubblicato  a  Parigi  nel  1549  per  cura 
di  Roberto  Stefano. 

(2)  La  vita  di  Costantino,  oltre  che  in  Oeuvres  complétes,  2.a 
ed.  Mignó,  Paris,  1856-57  in  6  voi.,  fu  pubbl.  con  la  St.  eccl  e, 
separatamente,  da  Heinichen,  Lipsia  [830  e  2.a  ediz.  1869.  Ma 
della  fede  storica  di  Eusebio  nella  vita  dì  Costantino  trattò  il  Cri- 
vellucci  (Livorno  i$88). 

(3)  Il  prete  Ario  di  Alessandria  insegnava  che  il  figlio 
(G.  C.)  è  simile  al  padre  ma  non  esistente  ab  eterno.  Una  tale 
dottrina  (professata  dai  popoli  germanici  convertiti  al  cristiane- 
simo, cioè  Vandali,  Visigoti,  Ostrogoti,  Borgognoni  e  Longo- 
bardi) fu  condannata  come  eretica  dai  concilii  di  Nicea  (325)  e 
di  Costantinopoli  (381). 


ite  il  favore  e  la  fiducia  di  lui  che  fu  fatto  segreta- 
rio del   gabinetto   imperiale,   interprete  e  cappellano  del 
convertito  monarca.  Quanto  influisca  nel  racconto  il  ca- 
rattere dell'autore  mostra  con  molta  chiarezza  un  esem- 
pio  citato  dal  Crivellucci  nel  suo   oManuale  del  metodo 
storico   (pag.    171-172),   cioè  la  descrizione  del  primo  in- 
contro in  Francia  tra  il  re  Pipino  (il  Breve  o  il  'Piccolo) 
e  il  pontefice  Stefano  II  (invocante  il  di  lui  aiuta  contro 
l'invadente  Astolfo,  re  dei  longobardi),  come  la  troviamo 
da  un  lato  secondo  la  tradizione  romana  nel  Liber  Pon- 
lificalis  (ediz.  Duchesne,  1886,  voi.  I  pag.  447  e  seg.),  dal- 
l'altro  secondo  la  tradizione  franca  negli   Annales   Met~ 
tenses  e   nel  Chronicon  Moissiacense  (Mon.  Germ.    hist., 
Scriptores,  voi.  I).  Ciascun  autore  mette  in  rilievo  e  de- 
scrive  più   diffusamente  ciò  che  torna  a  maggior   gloria 
del  suo  signore:  il  romano  non  si  contenta  di  accennare 
laconicamente,  come  il  franco,  che  il  pontefice  fu  accolto 
dal  re  onorevolmente  (honorifìce),  ma  si  diffonde  a   dire 
in   che   consistettero  i  segni  d'onore  ;  così   allo   scrittore 
franco  non  basta,  come  al  romano,  di  dire  semplicemente 
che  il  papa  lagrimosamente  (lacrimabiliter)  supplicò  il  re 
di   soccorso,  ma  descrive  minutamente   1'  atto    umile  del 
papa  ;  l'uno  rappresenta  il  re  ai  piedi  del  pontefice,  l'altro 
il  pontefice  ai  piedi  del  re,  e  ciascuno  sorvola,  senza  ne- 
garli, sui  segni  d'onore  del  suo  signore,  l'uno  riassumen- 
doli solo  coll'avverbio  honori/ice  (onorevolmente),  l'altro 
coll'avverbio  lacrimabiliter  (lagrimosamente).  Per  conse- 
guenza lo  scrittore  franco  parla  dei  doni  recati  da  Stefano 
ai  re  e  ai  suoi  magnati,  il  romano  si  compiace  di  descri- 
vere  la  pia  processione  colla  qttaie  tutti  si  avviarono  al 


—     176     -r- 

palazzo;  il  primo  chiama  Stefano  semplicemente  praedic- 
tus  papa,  il  secondo  gli  dà  i  più  onori tici  titoli;  l'uno 
parla  d'una  semplice  promessa  d'aiuto  da  parte  di  Pipino, 
l'altro  espressamente  d'una  promessa  giurata. 

Altri  esempi  si  trovano  nel  voi.  XXXIV  delle  opere 
complete  (Sàmtliche  Werké)  del  Ranke,  là  dove  tratta 
della  critica  dei  biografi  {Zur  Kritik  neuerer  Geschicht- 
schreiber);  ma  senza  bisogno  ch'io  ne  citi  altri  basta  uno 
solo  per  dimostrare  che  lo  storico  imparziale,  conscienzioso 
ed  onesto  deve,  ogni  volta  che  può,  servirsi  di  più  fonti 
e  confrontare  le  une  con  le  altre  a  fine  di  poter  narrare 
i  fatti  secondo  gli  risultano  dall'analisi  di  queste  fonti 
da  eseguirsi  nel  modo  che  v'ho  già  indicato  (4.*  lez.). 

Strettamente  connesso  col  carattere  dell'  autore,  per 
poter  giudicare  sulla  realtà  dei  fatti,  è  l'influsso  del  tempo 
e  del  luogo,  in  quanto  che  bisogna  considerarli  appunto 
come  prodotti  di  un  determinato  tempo  e  di  un  determi- 
nato luogo.  In  una  parola  bisogna  saper  distinguere  la 
forma,  lo  stile,  il  pensiero  di  un'età  a  noi  nota  dai  prodotti 
congeneri  di  un'altra  età  per  poter  formulare  un  esatto  giu- 
dizio :  il  che  oggi  è  reso  più  facile,  in  confronto  del  pas- 
sato, per  le  maggiori  e  più  divulgate  cognizioni  della 
storia  dell'arte  e  della  letteratura  e  anche  per  vieppiù  sa- 
persi che  la  civiltà  è  nel  suo  sviluppo  determinata  dal 
tempo  e  dal  luogo.  Nella  tradizione  e  negli  avanzi,  in 
quanto  hanno  carattere  di  tradizione  come  le  gazzette, 
gli  scritti  d'occasione  ecc.  (cioè  prodotti  dei  più  disparati 
generi  di  letteratura  che  possono  contenere  fatti  storici), 
l'influsso  del  tempo  e  del  luogo  è  di  grande  interesse  pel 
giudizio  della  realtà  dei  fatti,  potendo  esso  modificare  essen- 


—  177  — 

zialmente  il  concetto  e  la  forma  dei  medesimi.  Un  tale  in- 
flusso è  strettamente  connesso  col  carattere  dell'autore,  poi- 
ché esso  opera  appunto  per  mezzo  di  lui.  Da  che  si  fece  strada 
il  concetto  genetico  della  storia  e  si  rese  ccmune  il  pen- 
siero che  ogni  popolo  e  ogni  individuo  in  ogni  popolo  è 
sott'ogni  rispetto  figlio  del  suo  tempo  (i),  e  da  che  fu 
messo  in  pratica  questo  concetto  nel  giudicare  la  tradi- 
zione, abbiamo  imparato  a  porre  sempre  -più  attenzione 
alle  accennate  influenze,  eh'  io  chiamerei  i  coefficienti 
della  storia.  «Infatti,  dice  il  Crivellucci  (2),  se  il  diverso 
grado  di  coltura  dei  singoli  storici  d'  una  stessa  età  dà 
luogo  a  modi  diversi  di  concepire  e  di  scrivere  la  storia, 
quanto  più  non  deve  in  ciò  influire  il  grado  di  coltura 
dei  diversi  tempi  e  dei  diversi  luoghi  ?  » 

Già  la  possibilità  di  ottenere  informazioni  esatte  in 
tempi  di  scarsa  civiltà  è  minore  che  nei  tempi  più  civi- 
lizzati. Quanto  relativamente  poco  poteva  l'annalista  me- 
dievale, con  gl'imperfetti  mezzi  di  comunicazione  d'allora, 
sapere  degli  avvenimenti  e  dei  rapporti  loro  mediante  la 
indagine  sua  propria,  fatta  nei  rispettivi  luoghi  e  me- 
diante le  informazioni  che  arrivavano  a  lui  !  e  come  la 
impossibilità  di  carteggio  letterario  e  la  mancanza  di  cen- 
tri archivistici  e  librarli  doveva  rendere  difficile  l' ordi- 
nata e  sicura  cognizione  dei  fatti! 

Grande  efficacia  pel  giudizio  della  realtà  dei  fatti,  in 
ordine  al  tempo  e  al  luogo,  esercita  inoltre  lo  stato  in  cui 


(1)  Crivellucci,  Manuale  cit.,  pag.  174. 

(2)  Ibidem. 


—  178  — 

si  trova  la  scienza  storica.  E  noto  quanto  sia  diverso,  se- 
condo le  diverse  condizioni  della   nostra   scienza,    l'inte- 
resse che  si  mette  nella  ricerca  dei  fatti  e  quanto  diverso- 
sia   quindi   il    valore    da    attribuirsi    alla   loro    narrativa 
esposizione.  Ciò  che  dicesi  rispetto  al  maggiore  o  minor 
grado  di  coltura  degli  scrittori  di  storia  in  generale,  dob- 
biamo anche  dire  rispetto  alla  coltura  storica  delle  diverse 
età,   la   quale,   a    sua  volta,  procede  di  pari  passo  con  lo 
sviluppo  storico  dell'umanità.  Ora  questo  sviluppo  storico 
dell'  umanità  non  è  conosciuto  con  qualche  certezza  che 
da  un  tempo  relativamente  assai  recente.  I  primi  secoli  di 
esistenza  del  nostro  pianeta  abbracciano  un  lungo  perioda 
in   capo   al   quale  la  vita  umana  comparisce  sulla  faccia 
della  terra,  ove  dopo  il  diluvio  universale  .(ossia  le  inon- 
dazioni disastrose  nelle  valli  del  Tigri  e  dell'Eufrate  ram- 
mentate in  qualche  leggenda  caldaica  di  cui  la  Bibbia  si 
impossessò  forse  per  esporla,  sott'  altra  veste,  in  un    fine 
4'  istruzione  morale  e  religiosa  per  premunire  le  genera- 
zioni contro  i  peccati  che  procurarono  agli  antichi  un  sì 
terribile  castigo)  si  scoprono  nella  fauna  e  nella  flora  an- 
tidiluviane  le   prime   tracce  materiali    dell'  uomo   (armiv 
utensili,  ossami  scolpiti  ecc.).  Questo  periodo  che  comin- 
cerebbe dal  4002,   ossia   712   anni   prima  che  nascesse   il 
legislatore  Mosè,  e  i  cui  caratteri  sono  ancora  imperfetta- 
mente rivelati  dalla  geologia,  dalla  paleontologia  e  dalla 
antropologia  comparate,  sfugge  ai  dominio  della  storia  pro- 
priamente  detta   ed   entra  piuttosto  nel  campo  dell'  ar- 
cheologia preistorica.  Vi  fu  successivamente  un'epoca  meno 
discosta  dai  nostri  giorni,  quella  della  formazione  e  della 
ripartizione  geografica  delle  grandi  razze  e  eh'  è  nota  solo 


—  179  — 

per  le  tracce  che  il  loro  linguaggio  e  i  loro  miti  hanno 
lasciato  nelle  lingue  e  nelle  tradizioni  dei  popoli  medie- 
vali. Ma  nemmeno  questo  periodo,  di  cui  non  rimane  al- 
cun documento  scritto,  alcun  fatto  positivo,  nemmeno 
questo  periodo  in  cui  altri  avanzi  non  restano  che  d'idee 
e  parole,  appartiene  alla  storia  propriamente  detta,  per- 
chè esso  entra  piuttosto  nel  dominio  della  filologia  e  della 
mitologia  comparate. 

La  storia  non  comincia  realmente  die  quando  gli 
uomini  ,  pervenuti  a  uno  stato  già  avanzato  di  rifles- 
sione, fissarono  per  iscritto  su  la  pietra,  il  metallo,  il  le- 
gno, poi  sulla  pergamena  e  sul  papiro,  i  primi  fatti  che 
giudicarono  abbastanza  importanti  per  conservarne  o 
perpetuarne  il  ricordo.  Questo  periodo  non  ebbe  che  assai 
tardo  principio  perchè  sui  dieci  o  dodicimille  anni  (non 
gl'iperbolici  duemila  secoli)  che  le  ultime  ricerche  geo- 
logiche assegnano  all'epoca  quaternaria,  cioè  al  quinto  ed 
ultimo  gruppo  dei  terreni  moderni  stratificati,  i  tempi 
storici  occupano  appena  cinque  a  seimille  anni;  ancora 
però  vi  si  trovano  delle  enormi  lacune,  dei  secoli  affatto 
vuoti,  come  se  la  vita  dell'  umanità  si  fosse  arrestata  ;  e 
la  storia  non  presenta  qualche  seguito  che  da  tremille 
o  tremille  cinquecento  anni,  cioè  dal  tempo  di  Menes  o 
Menete,  che  fu  il  prirro  legislatore  del  popolo  egiziano  e 
che  in  tutte  le  liste  e  i,^  tutti  i  monumenti  si  trova  in- 
scritto siccome  il  primo  dei  re  delle  trenta  dinastie  che 
dominarono  l'Egitto.  Anche  il  celebre  catione  cronologico 
delle  dinastie  egiziane  (fino  alla  XIX)  scritto  sul  papiro 
in  caratteri  ieratici  dieci  o  quindici  secoli  avanti  l'era 
cristiana,  ora  esistente  nel  museo  egizio  di   Torino,  co- 


—  180  — 

mincia  dal  nome  di  Menete  e  che,  tradotto,  vuol  dire:  il 
re  oMenei  esercitò  gli  attributi  reali  per anni  (i).  Li- 
mitata nel  tempo,  la  storia    fu    per    lungo    volger  di  se- 
coli limitata  anche  nello    spazio   a    una    piccola  porzione 
dell'  umanità.   Difatti  gli  scrittori  dell'  antichità  greco-ro- 
mana non  avevano  Cognizioni  che  sui  popoli  dell'Europa, 
dell'  Asia  e  dell'  Africa  più  vicini  al  bacino  del   Mediter- 
raneo. Le  nazioni  del  nord  dell'Europa,  quelle  dell'Asia 
centrale  e   d'altre  regioni  della  terra  non  entrarono  che 
successivamente  e  a  poco  a  poco  sulla  scena  storica  e  ve 
ne  sono  tuttavia,  fuori  d'Europa,  alle  quali  la  storia  non 
ha  fatto  ancora  posto  per  mancanza  di  dati6  precisi   sullo 
stato   presente   della    loro   civiltà  e  sulle  diverse  fasi   del 
loro  sviluppo  nei  tempi  anteriori.  Nel  resto  del  mondo  la 
coltura  progredisce  dalla  fase  rudimentale  dei  miti  e  delle 
leggende  alla  forma  letteraria  e  in  fine    alla   fase  scienti- 
fica con  una  evoluzione  graduale  determinata  dallo  svi- 
luppo storico  della  società.  «  Solo  alla  stregua  delle  condi- 
zioni generali  della  scienza  storica  nei  relativi  tempi  pos- 
siamo noi  giustamente  misurare  il  valore  dei  singoli  au- 
tori o  il  loro  rapporto  coi  fatti.  Cognizioni  generali  e  su- 
perficiali qui  non  bastano.  Dentro  gli  stessi  confini  delle 
maggiori  fasi  dello  sviluppo  scientifico  si  avvicendano  tra 
loro  varie  correnti  di  idee,  vari  indirizzi,  varie  scuole  ;  si 
formano  talora  in  certe  sfere  e  in  certi  soggetti  certe  de- 


(i)  Questo  celebre  papiro,  ch'era  in  pezzi,  fu  raggiustato  dal- 
l'orientalista tedesco  Seyffart  e  dall'egittologo  francese  Champol- 
lion  (1826),  che  scoperse  il  segreto  della  scrittura  dei  geroglifici. 


—  181  — 

terminate  maniere  di  concepire  e  di  esporre  la  storia,  da 
cui  il  pensiero  e  la  forma  dèi  singoli  autori  dipendono 
grandemente.  Anche  questi  influssi  fa  mestieri  investigare 
e  convenientemente  calcolare  (i).  »  Se  noi  per  es.  abbiamo 
a  che  fare  con  uno  storico  greco  posteriore  a  Senofonte, 
o  con  uno  storico  italiano  del  rinascimento,  dobbiamo 
sapere  che  nello  scrivere  la  storia  prevaleva  un  tempo  la 
scuola  dell'ateniese  Isocrate,  uno  dei  più  grandi  maestri 
d'eloquenza,  le  cui  Ora\ioù  e  Lettere  vennero  tradotte 
anche  in  italiano  e  stampate  in  Venezia  a  mezzo  il  se- 
colo XVI;  oppure  quelli. dell'insigne  padovano  Tito  Li- 
vio, il  più  grande  illustratore  dell'antica  Roma  (la  sua 
Storia  romana  in  142  libri,  di  cui  non  rimasero  interi 
che  35,  cominciava  dalla  fondazione  di  Roma);  ma  in 
questi  eccelleva  una  maniera  rettorica  ben  distinta  che 
subordinava  all'interesse  estetico  l'amore  per  la  velila. 
Se  noi  leggiamo  gli  storici  del  basso  medio  evo  non  pos- 
siamo dimenticare  ch'essi  ponevano  il  maggior  vanto  nel- 
P  avvicinarsi  il  più  possibile  agli  esemplari  dell'antichità 
classica  tino  a  descrivere  la  persona  di  Carlo  Magno,  il 
più  gran  sovrano  del  medio  evo,  e  le  sessanta  battaglie 
di  Enrico  IV  contro  il  suo  competitore  Rodolfo  di  Svevia 
e  contro  altri  principi  di  Germania  o  d'Italia,  con  le  stesse 
parole  di  Svetonio,  lo  storico  romano  di  cui  son  famose 
le  Vite  degl'imperatori  (che  vanno  da  Cesare  alla  morte 
di  Domiziano)  e  di  Virgilio,  il  principe  dei  poeti  latini. 
Si  pensi  infine  che  un  repubblicano  e  un  monarchico,  un 


(1)  Crivellucci,  Manuale  cit,  pag.  176. 


—  182  — 

cattolico  e  un  protestante  concepisce  ognuno  la,,  storia  a 
modo  suo;  che  un  francese  giudica  i  fatti  che  avvengono 
in  Italia  e  un  Italiano  quelli  che  avvengono  in  Francia 
sotto  un  diverso  punto  di  vista.  Prendiamo  ad  esempio 
la  Germania  di  Tacito,  il  più  grande  storico  romano  del- 
l'età  imperiale,  paese  ch'egli  descrive  con  esatti  partico- 
lari su  la  natura  e  la  vita  di  quei  popoli  :  quanto  tempo 
non  ci  volle  per  giudicare  questa  come  l'opera  di  un  ro- 
mano il  quale  descrive  quei  popoli  stranieri  dal  punto  di 
vista  della  civiltà  romana  e  per  Romani!  E  con  quanta 
difficoltà  non  si  lavora  oggidì  per  distinguere  i  diversi  ele- 
menti nazionali  della  tradizione  cristiana  dei  primi  se- 
coli? Eppure  uno  solo  è  il  punto  di  partenza,  purché, 
si  prendano  a  base  il  Vangelo  e  gli  Atti  degli  Apo- 
stoli. E  difatti  secondo  questi  incontrovertibili  documenti 
certo  è  che  la  religione  cristiana  trasse  origine  dall'ebraica, 
onde  quando  Gesù,  il  cui  nome  deriva  dall'  ebraico  Je- 
sciuhà  che  significa  Salvatore  mentre  la  voce  maschiah  o 
messia  corrisponde  alla  greca  parola  Xoiorógì  unto  fin- 
tendesi  del  Signore,  cioè  consacrato  come  re  spirituale 
del  mondo),  disse  in  principio  della  sua  predicazione 
(cMatteo,  IV,  17)  essere  venuto  il  tempo  {éMarco,  I,  15: 
impletum  est  tempus)  in  cui  avvici navasi  il  regno  di  Dio, 
Egli  volle  indicare  il  rapporto  di  successione  che  colle- 
gava l'opera  di  Cristo,  cioè  del  ^Messia  annunciato  dai 
profeti  e  atteso  dagl'Israeliti,  alla  religione  di  questi  ul- 
timi. Perciò  tutti  quelli  che  agognavano  l'accesso  nel  re- 
gnimi coelorum  domandavano  e  ricevevano  il  battesimo... 
anzi  formavano  una  specie  di  confraternita  che  solita- 
mente riunivasi  nell'ora  del  banchetto  (agape).  Così  a  Gè- 


—  188  — 

rusalemme  si  strinsero  in  comunanza  (Atti  degli  Apostoli 
H,  44-47;  IV.  32)  non  solo  a  scopo  caritatevole  ma  quasi 
come  indizio  di  speranze  onde  accettavasi  Y  abbandono 
dei  beni  presenti  in  vista  della  prossima  fine  del  mondo  (1). 
Però  queste  speranze  e  queste  pratiche  non  implicavano 
punto  la  menoma  rottura  con  la  religione  d' Israele.  Nu- 
merose testimonianze  offerte  dagli  Atti  degli  Apostoli  di- 
mostrano con  tutta  evidenza  che  i  fratelli,  i  discepoli 
(come  si  chiamavano  allora)  erano  rimasti  fedeli  israeliti, 
attaccati  alia  legge  e  al  culto  dei  loro  padri,  al  tempio  e 
-anche  alla  sinagoga,  ossia  all'  assemblea  dei  fedeli.  Per 
essi  il  Vangelo  non  era  punto  una  legge  nuova,  ma  il 
complemento  dell'antica,  tanto  che  continuavano  con- 
tordemente  ed  assiduamente  (quotidie  quoque  perduran- 

tes  unanimiter  in  tempio J,   a  frequentare  i  loro   templi 

(O/Itti  degli  Apostoli,  II,  46;  III,  1;  V,  42),  ad  osservare  le 
prescrizioni  relative  agli  alimenti  impuri  (X,  14)  ecc.  (2). 
I  primi  discepoli  di  Cristo,  secondo  appare  dagli  Atti  degli 
Apostoli,  disti nguevansi  in  due  gruppi  principali,  l'uno  sta- 
bilito a  Gerusalemme,  ove  prevaleva  l'autorità  di  Pietro,  Ja- 
capo  e  Giovanni,  la  cui  fede  in  Gesù-Messia  non  disgiunge- 
vasi  dal  loro  attaccamento  alle  tradizioni  ebraiche,  l'altro 


(1)  II,  44:  Omnes  etiam,  qui   credebant,  erant    pariter,    et 
habebant  omnia  communia. 

II,  45:  Possessioncs  et  substantias  vendebant,  et   divi- 
debant  illa  omnibus. 

(2)  Ait  autem  Petrus:  Absit,  Domine,  quia  numquam  man- 
ducavi omne  commune  et  immundum. 


—  184  — 

in  Antiochia,  ove  Paolo  inaugurava  una  tradizione  più 
liberale,  destinata  a  far  penetrare  il  cristianesimo  nel 
mondo  pagano.  Quest'insigne  apostolo  dei  Gentili,  quando 
intraprese  la  sua  opera  di  evangelizzazione  nell'Asia  mi- 
nore ed  in  Grecia  (donde,  infine,  passò  a  Roma)  trovò 
quasi  sempre  il  terreno  indirettamente  preparato  dagli 
stessi  Ebrei,  già  disseminati  nella  maggior  parte  delle  città 
più  importanti  rdell' impero  romano,  perchè  da  per  tutto, 
ove  annoveravano  un  certo  numero  di  famiglie,  essi  costi- 
tuivano una  sinagoga  [Atti  degli  Apostoli,  IX,  2;  XIII,  5; 
XIV,  1;  XVII,  1,  io;  XVIII,  4;  XIX,  8)  per  cui,  oltre  che 
lo  sviluppo  del  pensiero  e  del  sentimento  religioso,  stimo- 
lavasi  l'esercizio  della  giustizia,  della  beneficenza  ecc.,  quasi 
ad  associare  la  venerazione  dell'antichità  patriarcale  e  della 
tradizione  nazionale  alle  misteriose  aspirazioni  oltramon- 
dane.  Dunque,  per  concludere,  se  noi  attingiamo  dagli  scrit- 
tori ecclesiastici  notizie  intorno  all'organizzazione  della 
chiesa  primitiva  è  da  porre  attenzione  sopratutto  al  luogo 
dov'  essi  vissero  e  scrissero,  perchè  l' ordinamento  della 
chiesa  si  svolse  molto  diversamente  secondo  i  diversi  luo- 
ghi e  perciò  le  notizie  che  valgono  per  un  luogo  non  val- 
gono in  modo  assoluto  per  un  altro  e  non  possono  essere 
generalizzate  (1). 

Ho  detto  che  la  critica  intrinseca  deve  dimostrare  la 
realtà  dei  fatti  giudicando  il  valore  delle  fonti  rispetto  ad 


(1)  Hatch,  The  organi^atlon  of  the  early  churches,   1882,  pa- 
gina 12. 


—  185  — 


essa  e  in  conseguenza  v'ho  dimostrato  che  il  valore  o  la 
attendibilità  delle  testimonianze  delle  fonti  dipende  dal 
carattere  delle  relative  fonti,  dall'individualità  specifica 
dell'autore,  dal  luogo  e  dal  tempo  a  cui  esse  apparteng  no. 
Ma  circa  al  giudizio  del  valore  o  dell'attendibilità  delle 
fonti  v'intratterò  nella  prossima  lezione. 


. 


LEZIONE  IX. 


U  analisi  delle  fonti. 


Il  principio  generale  su  cui  riposa  il  giudizio  sull'atten- 
dibilità deìle  fonti  deriva  dall'esperienza,  ossia  dal  fatto  da 
essa  constatato,  che  nessun  uomo,  senza  ragione  e  senza 
scopo,  svisa  e  falsifica  ciò  ch'egli  sa  e  riferisce.  Perchè  mai  un 
autore,  il  quale  rapporta  i  fatti  memorabili  d'una  persona, 
d'un  popolo  o  dell'umanità  con  uno  scopo  morale  o  scien- 
tifico o  religioso  o  politico  ma  sempre  instruttivo  dovrebbe 
alterarli  in  modo  da  cangiarne  l' essenza  e  anzi  offen- 
dendo con  ciò  morale,  scienza,  religione  e  politica  secondo 
che  si  tratti  dell'uno  o  dell'altra  ?  E  poi  chi  scrive  un'opera 
sa  che  dal  successo  favorevole  o  sfavorevole  dipende  la 
lode  ed  il  biasimo,  la  fama  buona  o  cattiva,  la  ricerca 
maggiore  o  minore  del  libro.  E  che  interesse  può  avere 
uno  di  mostrare  una  cosa  per  un'altra  e  d'interpretare 
stortamente  le  risultanze  cT  un  fatto  quando  altri  autori 
o  il  giudizio  dei  lettori  possono  mettere  a  nudo  e  ripro- 
vare i  difetti  della  narrazione  e  dell' interpretazione?  Noi 
dunque  riteniamo  per  veri,  edotti  dall'esperienza,  i  fatti 


188 


che  ci  vengono  appresi  dalle  fonti  autentiche,  e  li  cre- 
diamo attendibili  se  nel  carattere  della  fonte,  nei  rapporti 
dell'autore  ecc.  non  troviamo  alcun  motivo  d'alterazione, 
come  sarebbe  a  dire  capriccio  di  fantasia,  spirito  di  parte, 
inesatta  interpretazione,  vanità  personale,  esagerato  senti- 
mento patriotico,  misticismo  o  fanatismo  religioso  e  così 
via.  Questo  peraltro  è  un  giudizio  puramente  negativo  in 
quanto  si  appoggia  solo  sul  fatto  che  cause  alteratrici  della 
verità  non  appaiono;  ma  resta  sempre  la  possibilità  che  vi 
sieno  e  che  a  noi  manchi  il  modo  di  conoscerle.  Nel  dub- 
bio bisogna  sospendere  il  giudizio  sull'  attendibilità;  ma 
se  non  si  scorge  nei  dati  esposti  alcun  motivo  di  altera- 
zione, possiamo  tranquillamente,  come  sempre  furono, 
considerare  per  attendibili  (i).  In  ogni  modo  il  nostro 
giudizio  acquista  maggior  fondamento  di  verità  mediante 
ragioni  positive,  con  la  dimostrazione,  cioè,  che  il  racconto 
dei  fatti  ci  proviene  da  un  autore  a  noi  noto  e  provato 
come  attendibile.  «  In  generale  possiamo  dire  che  sono  da 
credere  attendibili  i  dati  che,  per  chi  li  fornisce  e  per  ì 
suoi  interessi,  hanno  qualche  cosa  di  sfavorevole;  poiché 
se  alla  maggior  parte  degli  uomini  spiace  dire  di  sé  e  dei 
suoi  dolorose  verità,  è  assolutamente  contrario  alla  natura 
umana  il  presentarsi,  oppostamente  al  vero,  sotto  una 
luce  sfavorevole  »  (2).  Certo  è  che  quando  non  possiamo 
convincerci  dell'attendibilità  d'un  autore  o  quando  pure 
trovando  motivi  d'adulteramenti  non  possiamo  misurarne 


(1)  Crivellucci,  Manuale  cit.,  pag.  179. 

(2)  Ibid.  pag.  181. 


—  189  — 


la  portata,  dobbiamo  sospendere  il  nostro  giudizio  e  ri- 
correre a  mezzi  di  riscontro  o  di  raffrontamento,  parago- 
nando con  le  altri  fonti  dello  stesso  genere  delle  quali  co- 
nosciamo gli  autori,  e  in  mancanza  di  esse  procedendo 
all'analisi  della  fonte  sospetta  nel  modo  che  vi  ho  già  in- 
dicato (lezione  IV). 

Però  un  giudizio  completo  sulla  verità  dei  fatti  non 
sempre  si  può  fondarlo  sull'attendibilità  dell'autore.  Lo 
impedisce,  se  non  altro,  il  diverso  modo  di  vedere  d'ogni 
autore:  percezione,  sensibilità  ed  espressione  dipendenti 
dalle  qualità  intellettuali  e  fisiche  dell'osservatore;  capa- 
cità tecnica  a  intendere  il  fatto;  sua  posizione  o  condi- 
zione più  o  meno  favorevole  per  fissarvi  lo  sguardo,  esa- 
minarne i  particolari  ecc..  Dunque  bisogna  riscontrare  e 
completare  le  singole  testimonianze  già  di  per  sé  ricono- 
sciute come  attendibili  con  altre  testimonianze  che  ne 
comprovino  la  verità,  per  mezzo  di  avanzi  (atti,  docu- 
menti  ecc.)  dei  fatti  e  mediante  l' insieme  di  essi.  E  di 
grande  importanza  per  la  certezza  storica  1'  accordo  di 
fónti  indipendenti  le  une  dalle  altre.  Quest'  accordo  può 
consistere:  nella  concordanza  dei  dati  di  più  fonti  della 
tradizione;  in  quella  di  diversi  avanzi  o  delle  conclu- 
sioni da  essi  tratte  ;  in  quella  della  tradizione  cogli 
avanzi  e  in  fine  nella  concordanza  dei  dati  d'  una  fonte 
con  tutto  l'insieme  a  noi  noto  dei  fatti  (i).  Come  nella 
vita  pratica,  per  es.  per  la  validità  di  un  atto  pubblico, 
per  la  determinazione  di  un  giudizio  civile  o  penale,  per 


(i)  Loc.  cit. 


—  190  - 

la  soluzione  di  un  dubbio  ecc.,  così  nel  campo  della  tra- 
dizione storica  noi  ci  riteniamo  pienamente  convinti  della 
verità  di  un  fatto  quando  due  o  più  testimoni,  indipendenti 
gli  uni  dagli  altri,  ce  lo  attestano  senza  titubanza.  Questo 
giudizio  riposa  sulla  esperienza  psicologica,  fondata  sulla 
natura  umana,  che  due  o  più  persone,  senza  che  l'una  sap- 
pia dell'altra,  non  possono  trovarsi  d'accordo  a  inventare 
la  stessa  cosa  o  a  svisarla  di  proposito  o  per  errore  nello 
stesso  modo.  Può  peraltro  avvenire  diversamente  se  nel- 
V  osservare  e  nel  comprendere  un  fatto  due  osservatori 
l'uno  dall'altro  indipendenti  commettano  gli  stessi  errori: 
per  es.  nell'apprezzare  l'andamento  d'una  cosidetta  batta- 
glia come  quella  d'Aspromonte  avvenuta  il  29  agosto  1862, 
che  ricorda  una  pagina  ben  dolorosa  per  gl'Italiani.  Due 
reporters  o  corrispondenti  di  giornali  stavano  sopra  un 
monte  dell' Apennino  calabrese  ad.  osservare  col  cannoc- 
chiale l'andamento  di  questo  fatto  d'arme  tra  i  bersaglieri 
comandati  dal  colonnello  Pallavicino  e  i  volontari  capi- 
tanati da  Garibaldi,  che  voleva  togliere  Roma  al  papa 
contro  le  tenace  volontà  di  Napoleone  III,  imperatore  dei 
Francesi.  Ora  secondo  le  relazioni  di  quei  due  testimoni 
sembrava  da  principio  che  si  trattasse  di  un  vero  e  pro- 
prio combattimento,  mentre  poi  risultò  che  quando  le 
truppe  regolari  aprirono  il  fuoco  contro  i  loro  fratelli,  Ga- 
ribaldi Iacea  squillar  le  trombe,  comandando  ai  suoi  di  non 
rispondere;  e  solo  alcuni,  tra  essi,  non  vollero  eseguire  l'or- 
dine del  magnanimo  duce,  che,  colpito  da  una  palla  alla 
coscia  sinistra  ed  una  al  piede  destro,  veniva  fatto  prigio- 
niero e  trasportato  nella  fortezza  ligure  del  Varignano, 
dove  rimase  sino  ai  primi  del  seguente  ottobre,  cioè   fino 


alla  promulgazione  dell'  amnistia  concessa  da  Vittorio 
Emanuele  II  in  occasione  del  matrimonio  di  sua  figlia 
Maria  Pia  col  re  di  Portogallo  (Luigi  di  Braganza).  In- 
somma vera  battaglia  non  fu  quella  d'Aspromonte  se  una 
delle  parti  non  rispose  all'offesa. 

Noi  dobbiamo  dunque  constatare  1'  assoluta  verità   e 
la  piena  indipendenza  delle  fonti  per  poter  calcolare  sul- 
l'accordo di  esse.  Perchè  solo  in  un  caso  può  un  racconto 
dipendente   o   ripetuto   fornire   la   conferma   dei  relativi 
fatti,  quando  cioè  colui  che  lo  ripete,  per  il  tempo  e  per 
ler  circostanze,  abbia  anch'egli  conoscenza  diretta  dei  fatti 
che   ripete   secondo   il   racconto  altrui  e  si  possa  credere 
eh'  egli   non   li  avrebbe  ripetuti  se  non  li  avesse  ritenuti 
per  veri.  Ma  una  notizia  per  quanto  ripetuta  da  chi  non 
V  attinse  direttamente  non  è  con  ciò  affatto  confermata. 
Noi  dobbiamo  quindi  innanzi  tutto  ricercare,  di  fronte  a 
più  relazioni  concordi,  se  veramente  sono  relazioni  indi- 
pendenti le  une  dalle  altre  (i).  E  l'analisi  delle  fonti,  co- 
me vedemmo  nella  4.*  lezione  di  metodica,  che  in  gran 
parte  ci  rende  quest'  importante   servigio.   Con  1'  uso  ra- 
gionevole di  essa,  ossia  con  l' esame  critico  che  si  fa  delle 
fonti  per  vedere  se*  sono  originali  o  se  sono  dipendenti, 
se  immediate  o  mediate   testimonianze  dei  fatti,  si  rese 
possibile  un  giudizio   scientifico   sulla  concordanza  delle 
testimonianze  storiche.  Prima  si  facevano  passare  tutte  le 
fonti   concordi   come   testimonianze  di   ugual  valore;  al 
più  si  escludevano  i  narratori  troppo   discosti   dai  fatti; 


(r)  Ibid.  pag.  183. 


—  192  — 

i  racconti  ripetuti  di  terza  e  di  quarta  mano  si  prende- 
vano senza  più  come  altrettante  conferme.  L'analisi  delle 
fonti  e'  insegna  ora  a  distinguere  i  racconti  di  seconda 
mano  e  i  dati  indiretti  e  ci  libera  dalle  numerose  ed  ap- 
parenti testimonianze  a  vantaggio  di  un  giudizio  più  si- 
curo. Così  ora  non  ci  lasciamo  più  trarre  in  inganno 
dalla  tradizione  di  secolari  leggende  cento  volte  ricordate 
in  croniche  e  storie,  in  canzoni  e  in  rappresentazioni  fi- 
gurate, ma  giungiamo  a  riconoscere  che  tutte  queste  ap- 
parenti testimonianze  non  sono  che  ripetizioni  e  varia- 
zioni di  una  sola,  sulla  cui  attendibilità  si  fonda  il  giu- 
dizio circa  alla  realtà  del  fatto.  Per  esempio  la  tradizione 
medievale  ci  rappresenta  l' imperatore  Enrico  II,  morto 
nel  1024,  come  un  sant'  uomo  privo  di  energia,  men- 
tre le  relazioni  originali  poco  ripetute  e  alle  quali  dob- 
biamo attenerci  ne  fanno  invece  una  ben  diversa  figura. 
La  riconoscenza  della  Chiesa  attestata  dalla  sua  ca- 
nonizzazione è  pienamente  giustificata  perchè  egli  non 
cessò  di  preoccuparsi  della  religione  e  della  riforma  di- 
sciplinare del  clero  a  vantaggio  della  fede.  Ma  la  leggenda 
esagerò  fino  al  punto  di  fare  di  questo  spirito  battagliero 
una  specie  di  monaco.  È  vero  ch'egli  spingeva  la  pietà  fino 
alla  superstizione,  osservando  le  pratiche  del  culto  con 
una  minuziosità  che  oltrepassava  i  limiti  imposti  dalla 
stessa  religione,  ma  non  per  ciò  si  ristette  dal  muovere 
guerra  e  al  duca  di  Polonia  e  al  conte  di  Fiandra  e  ai 
grandi  feudatari  di  Germania  e  infine  ad  Arduino  d'Ivrea 
per  contrastargli  la  corona  d'Italia,  che  difatti,  per  secoli 
e  secoli,  rimase  da  allora  agl'imperatori  germanici. 

L'  accordo   di   fonti  indipendenti  le  une  dalle  altre, 


-   193  — 

così  importante  per  la  certezza  storica,  può  consistere,  ol- 
tre che  nella  concordanza  dei  dati  di  più  fonti  della  tra- 
dizione, in  quella  di  diversi  avanzi  o  delle  conclusioni  da 
essi  tratte.  Gli  avanzi,  cioè  reliquie  personali,  lingua,  usi, 
feste,  instituzioni,  prodotti  industriali,  artistici  e  scientifici, 
atti  pubblici  e  privati  comprese  le  epistole,  inscrizioni,  mo- 
numenti propriamente  detti,  documenti  ecc.,  quando  sieno 
autentici,  offrono  sempre  in  sé  testimonianze  sicure  dei 
fatti;  perciò  nella  conferma  della  verità,  mediante  la  con- 
cordanza degli  avanzi,  non  si  tratta  di  constatare,  come 
nella  tradizione  (racconti,  leggende,  annali,  croniche  ecc.), 
la  verità  dei  dati  ma  la  realtà  degli  avanzi  stessi.  Se  noi 
per  es.  troviamo  in  Germania  un'antica  moneta  romana, 
la  conclusione  eh'  ivi  stanziarono  Romani  sarebbe  som- 
mamente incerta,  perchè  una  sola  moneta  potrebbe  ivi  tro- 
varsi per  tanti  casi;  ma  se  noi  troviamo  numerose  mo- 
nete in  più  luoghi  e  di  più  ancora  altre  tracce  di  stanzia- 
menti romani,  come  utensili,  altari,  resti  di  muri  e  di 
case,  la  verità  della  enunziata  conclusione  rimane  stabi- 
lita con  tutta  sicurezza.  Per  contro  se  nelle  monete  di 
Lotario,  imperatore  d' Occidente  nel  nono  secolo,  se  ne 
trovò  una  che  nel  rovescio  teneva  impresso  il  nome  di 
Venetia,  mal  s'apposero  quegli  storici  francesi  che  da  ciò 
inferirono  che  la  seconda  Venezia  o  il  Ducato  venetico  com- 
preso fosse  nella  monarchia  lotaringia.  E  dìfatti  conobbero 
poi  gli  eruditi  che  quella  moneta  apparteneva  invece  aVan- 
nes,  città  di  Bretagna,  ora  nel  dipartimento  del  Morbihan 
e  un  tempo  nell'  antica  Venezia  gallica  o  armorica  (i). 


(i)  Filiasi,  Memorie  storiche  de'  veneti  primi  e  secondi  VI,  56. 

13 


—  194  — 

La  concordanza  delle  conclusioni  tratte  dagli  avanzi, 
quali  appunto  le  monete  ed  altri  prodotti  dell'  ingegno 
umano,  atti  pubblici  e  privati,  documenti  ecc.,  si  fa  valere 
anche  in  altro  modo,  quando  cioè  da  diversi  avanzi  ven- 
gono tratte  più  conclusioni  che  concorrono  a  constatare 
il  medesimo  fatto,  come  quando  dalle  date  dei  diplomi  o 
dei  trattati  ricaviamo  il  tempo  dei  tali  e  tali  avvenimenti 
o  quando  dai  registri  contabili  di  un'  amministrazione  o 
di  uno  Stato  caviamo  concordi  conclusioni  sulle  condi- 
zioni economiche  di  un'  età. 

Ma  dove  1'  applicazione  del  principio  di  riscontro 
tra  le  fonti  dà  specialmente  i  suoi  maggiori  frutti  è  nella 
concordanza  della  tradizione  con  gli  avanzi.  Non  v'ha  in- 
vero miglior  guarentigia  per  la  verità  di  un  fatto  che 
quando  le  relazioni  che  possediamo  intorno  ad  esso  sono 
in  armonia  colle  tracce  non  ingannevoli  del  fatto  stesso. 
Da  che  gli  avanzi,  come  le  inscrizioni,  le  monete,  i  docu- 
menti, gli  atti  pubblici  e  privati  furono  sistematicamente 
adoperati  a  riscontro  della  tradizione  la  somma  del  sa- 
pere storico  si  è  accresciuta  infinitamente (i). 

Basti  solo  ricordare  il  riscontro  dei  libri  biblici  cogli 
avanzi,  recentemente  scoperti,  assiro  -  babilonesi  ed  egi- 
ziani, degli  scrittori  classici  antichi  con  le  inscrizioni  e  le 
monete,  degli  scrittori  del  medio-evo  coi  documenti  e  co- 
gli atti  pubblici,  degli  scrittori  moderni  coi  dispacci  di- 
plomatici e  con  tutto  il  materiale  archivistico, d'ogni  spe- 
cie. Ma  ciò  che  più  desta  meraviglia  per  l'immensa  lon- 


(i)  Crivellucci,  Manuale  cit.,  pag.  187. 


—  195  — 

tananza  dei  tempi,  è  il  riscontro  dei  libri  biblici  cogli 
avanzi,  recentemente  scoperti,  assiro  -  babilonesi  ed  egi- 
ziani. I  primi  scavi  sulla  terra  d'Assiria,  ove  stendevasi 
il  grande  impero  asiatico  che  aveva  per  capitale  Ninive, 
erano  stati  eseguiti  dal  Rich  nei  1820,  ma  una  seria  e 
fruttuosa  esplorazione  non  cominciò  veramente  che  nel 
1842  per  merito  di  Paolo  Emilio  Botta  (figlio  dello  sto- 
rico Carlo  e  quindi  italiano  d' origine  ma  francese  di 
adozione),  le  cui  scoperte  archeologiche  sono  descritte  nella 
suo  opera  intitolata:  oMonuments  de  Ninive  découvertset 
dècrits  par  Trotta,  1849-50,  5  voi.  in-folie  .  Inoltre  Giulio 
Mohl,  orientalista  francese  ma  d'origine  virtemberghese, 
che  tradusse  il  famoso  libro  dei  re  del  persiano  Firdusi, 
uno  dei  maggiori  monumenti  epici  formati  dalia  tradi- 
zione nazionale,  aveva  preveduta  e  segnalata  l'importanza 
delle  scoperte  in  Mesopotamia  (1),  confinante  con  l'Assiria 
(oggi  Kurdistan)  e  con  la  Persia,  cioè  tra  il  Tigri  e  l'Eu- 
frate. Nello  stesso  anno  che  moriva  il  Mohl,  cioè  nel  1876, 
Giorgio  Smith  pubblicava  a  Londra  le  Assyrian  Discove- 
ries  quasi  a  complemento  delle  opere  di  Agostino  Layard 
su  Ninive  e  le  sue  reliquie  {U^jniveh  and  its  Remains, 
1849)  e  su  le  sue  scoperte  nelle  rovine  di  Ninive  e  Babi- 
lonia {Discoveries  in  the  ruins  of  Niniveh  and  Babylon, 
London    1853)   che  con   quella  di  Giulio  Oppert,  il  vero 


(1)  A  quelle  già  note  si  aggiungono  adesso  le  scoperte  ar- 
cheologiche fatte  ultimamente  dalle  spedizioni  francesi  e  ame- 
ricane in  Caldea,  come  si  trae  da  un  rapporto  inviato  al  pre- 
sente  ministro    dell'  istruzione    pubblica    francese,   onde    V  ar- 


-  196  — 

legislatore  dell' assiriologia,  intitolata  Les  études  assyrien- 
nes  et  /'  expédition  scientifique  de  France  en  Mesopota- 
mie,  1838  ecc.)  non  solamente  risuscitavano  dalle  ceneri 
Ninive  e  Babilonia,  come  avvenne  di  Ercolano  e  Pompei 
nell'  Italia  meridionale,  ma  hanno  reso  in  qualche  modo 
alla  stessa  Assiria  il  prestigio  che  le  davano,  venticinque 
o  trenta  secoli  fa,  la   potenza   dei   suoi   monarchi   e   lo 


cheologo  Giacomo  Morgan,  che  fece  parte  di  una  missione 
scientifica  in  Persia,  rende  conto  d'i  una  serie  d' interessanti 
esplorazioni  eseguite  nei  territori  dell'antica  città  di  Chouz,  la 
Susa  della  sacra  scrittura,  la  capitale  del  regno  degli  Elamiti  (*). 

Queste  ricerche  ebbero  il  risultato  di  far  risalire  gli  annali 
storici  dei  grandi  regni  di  Mesopotamia  a  un'  antichità  che  ol- 
trepassa i  dati  ritenuti  fino  ad  ora  sicuri. 

La  caratteristica  principale  di  queste  esplorazioni  nuove  fu  la 
prova  indubitata  dell'  assenza  di  una  età  della  pietra  e  di  ogni 
civiltà  che  potesse  essere  classificata  nell'  età  neolitica. 

Gli  strati  più  bassi  esplorati  attestano  l' uso  del  rame,  del- 
l' argento  e  la  conoscenza  dell'  arte  dello  scrivere.  Dai  ca- 
ratteri cuneiformi  dipinti  si  ebbe  la  prova  che  gli  elementi 
di  questo  sistema,  di  scrittura  non  furono  inventati  in  Caldea. 
E  le  pitture  rappresentanti  una  montagna,  un  pino,  una  foresta, 
un  orso,  una  volpe  —  e  come  suppongono  gli  eruditi  —  anche 
la  neve  dimostrerebbe  che  coloro  che  hanno  scelti  questi  og- 
getti non  abitassero  i  bassi  piani  della  Caldea.  Le  antiche  tra- 
dizioni di  Babilonia  parlano  di  una  colonia  venuta  dal  nord-est, 
cioè  delle  regioni  al  nord -ovest  della  Persia  come,  per  esempio, 
Erivan  o  Irewan  detta  pure  Armenia  persiana. 


(*)  Da  Elam  (figlio  di  Sem,  e  quindi  nipote  di  Noè)  padre    degli   Elamiti 
che  popolarono  la  tosidetta  Susiana. 


—  197  - 

splendore  del  suo  culto.  Fatto  è  che  secondo  i  nuovi  do- 
cumenti sappiamo  per  es.  che  i  re  antidiluviani  di  Babi- 
lonia e  di  Caldea  erano  dieci  come  i  dieci  patriarchi  della 
Genesi;  e  le  dieci  epoche  caldaiche  sono  identiche  a  quelle 


Le  scoperte  del  Morgan  dimostrano  ora  con  evidenza  in- 
discutibile che  nel  piano  di  Susa  esisteva  una  civiltà  anteriore 
a  quella  della  Caldea  e  dalla  quale  molto  probabilmente  que- 
st'  ultima  è  derivata.  Negli  scavi  delle  rovine  della  grande  cit- 
tadella di  Susa  che  si  elevano  a  un'  altezza  di  centocinque 
piedi  circa  sopra  il  piano,  Morgan  ha  messo  alla  luce  i  resti  di 
cinque  città  o  fondazioni  che  si  sono  succedute  sovrapponen- 
dosi 1'  un  1'  altra  fino  al  periodo  neolitico,  cioè  al  più  recente 
nell'  età  della  pietra. 

L'  ultima  città  storica  si  trova  alla  profondità  di  ventun 
piede  circa  al  disotto  della  superficie.  Colà  si  trovarono  fabbri- 
cati in  mattoni,  ma  nessuna  traccia  di  metallo  o  di  scrittura, 
mentre  a  trenta  piedi  al  disotto  si  trovano  più  antiche  abita- 
zioni con  vasi  di  fattura  ordinaria  e  istrumenti  di  selce,  che 
provano  all'  evidenza  una  grande  antichità. 

Nel  secondo  strato  preistorico,  Morgan  ha  trovato  una  quan- 
tità enorme  di  falcetti  di  selce,  i  quali  dimostrano  che  una  po- 
polazione agricola  coltivava  il  grano. 

Questi  falcetti,  come  quelli  dell'  antico  Egitto  modellati 
sulla  mascella  inferiore  del  bue,  erano  probabilmente  la  forma 
più  antica  di  questo  arnese. 

I  primi  ragguagli  che  si  hanno  sulla  Caldea  accennano 
anche  all'abbondante  produzione  di  grano  in  questa  regione 
della  Persia  occidentale;  e  infatti  l'eminente  botanico  De-Can- 
dolle  opina  eh'  essa  fosse  il  paese  d' origine  del  frumento. 
Altri  indizi  dimostrano  l'esistenza  di    un   periodo    neolitico   in 


— 198  — 

dei  dieci  patriarchi  biblici,  ripartiti  in  tre  periodi:  quella 
di  mezzo  è,  come  nella  tradizione  caldaica,  il  quarto  del 
periodo  totale.  Inoltre  nella  leggenda  del  diluvio  (i)  il 
nome  di  Xisuthrus,  il  decimo  re  sotto  cui  avvenne  il  di- 
luvio, è  precisamente  Hasì'su  -  adra  ritrovato  nella  forma 
d'inversione:  Adrahasis.  Il  che  dimostra  l'influenza  che 
la  leggenda  caldaica  o  babilonese  ha  esercitato  su  quella 
della  Genesi  (2). 

Non  è  da  dimenticare  ciò  che  vi  dissi  sul  carattere  de- 
gli avanzi  nella  5.*  lezione  di  metodica,  che,  cioè,  essi 
presentano  spesso  in  parte  il  carattere  della  tradizione  o 
contengono  della  tradizione  e  che  dobbiamo  adoperare 
gli  stessi  principii  critici  che  adoperiamo  in  quella.  Così 
se  noi  vogliamo  valerci  di   certi   avanzi   che  contengano 


questa  regione,  perchè  in  vari  luoghi  si  trovarono  dei  cimi- 
teri e  stabilimenti  preistorici.  Fra  gli  oggetti  scoperti  figurano 
un  gran  numero  di  teste  di  clava  o  mazza  in  pietra  :  sono  pietre 
tonde,  forate  in  mezzo  per  introdurvi  il  manico  di  legno  simili 
a  quelle  trovate  altrove  dallo  stesso  Morgan.  Memoires  de  la  dè- 
lio atìon  en  Terse  publiès  sous  la  direction  de  M.  I.  de  Morgan^ 
Paris,  Leroux,  1900. 

L'importanza  di  queste  scoperte  non  può  sfuggire  ad  alcuno 
perchè  sposterebbero  la  culla  della  civiltà  riportandola  più  all'est 
dei  piani  di  alluvione  della  vallata  del  Tigri  e  dell'Eufrate. 

(1)  Lenormant,  Les  origines  de  V  histoire  d'après  la  Bibh  et 
les  traditions  des  peuples  orientaux;  Smith,  The  Chaldoean  account 
of  Genesis. 

(2)  Kuenen,  Histoire  critique  de  V Ancien  Testament  (trad.  dal- 
l' olandese  ),  e  Castelli,  Ne  Bossuet  né  Voltaire  in  Rivista  d' Italia 
del  15  aprile  1900. 


199 


della  tradizione,  come  ad  es.  i  documenti,  a  conferma  delle 
notizie  forniteci  dalla  tradizione,  dobbiamo  accertarci  che 
siano  indipendenti ,  come  facciamo  coi  dati  di  scrittori 
tra  loro  concordanti.  Non  sempre,  nell'analisi  delle  fonti, 
si  pone  mente  a  questa  regola  essenziale  o  si  esagera 
il  valore  dei  documenti  di  fronte  alla  tradizione,  co- 
me se  il  loro  contenuto  fosse  sempre  e  poi  sempre  im- 
mune da  qualsiasi  errore  o  lacuna.  Accade  invece  non  di 
rado  che  i  dati  di  fatto  in  un  documento  siano  attinti 
dalla  tradizione  o  da  fonti  comuni  a  quella.  Per  esempio 
le  accuse  personali  di  Gregorio  VII,  il  più  grande  forse 
dei  papi,  contenute  nelle  epistole  dell'  imperatore  En- 
rico IV  (i)  e  dell'episcopato  tedesco  riunito  a  Worms  nel 
1076,  nel  qual  concilio  il  deposto  cardinale  Ugo  recò  i  la- 
gni dei  Romani  contro  il  pontefice,  accusandolo  d'adul- 
terio con  la  contessa  Matilde  di  Toscana,  contestando  la 
regolarità  della  sua  elezione  al  soglio  ecc.,  hanno  la  loro 
origine  dal  medesimo  odio  di  partito  che  generò  le  ca- 
lunnie di  queir  indegno  porporato  e  che  in  parte  furono 
accolte  nei  mentovati  documenti  sull'autorità  e  sulla  fede 
dello  stesso  cardinale.  Così  le  notizie  sulla  pretesa  dona- 
zione  di  Carlomagno  ad  Adriano  I  che  si  leggono  nella 


(1)  Aventinus,  Enrici  IV  Vita,  Epistolae  ecc.  Vienna  1518; 
Vita  et  Epistolae  Henrici  IV  per  anonymum  in  Reuber,  Scriptores 
Rerum  Germanìcarum,  Anno  ver,  161 9. 


—  200- 

biografia  di  questo  pontefice  nel  Liber  Tontificalìs  (i)  at- 
tribuito da  Anastasio  il  bibliotecario  lateranense  per  la 
parte  che  va  sino  a  Nicolò  I  morto  nell' 867  non  acqui- 
stano alcuna  conferma  dal  trovarsi  nel  decreto  di  dona- 
zione di  Lodovico  il  Pio,  figlio  e  successore  di  quel  grande 
monarca,  perchè  sappiamo  che  tali  notizie  nella  biografia 
e  nel  documento  dipendono  tra  loro.  Certo  è  soltanto  che 
Adriano  I  aveva  continuato  con  Cariomagno  la  politica 
d'alleanza  tra  il  papato  e  i  Carolingi  inaugurata  dal  suo 
predecessore  Stefano  II  e  da  Pipino  il  Breve,  padre  di 
Cariomagno.  Solo  nel  caso  che  il  documento  non  ci  sia 
pervenuto  nell'originale  e  che  la  sua  autenticità  sia  dub- 
bia, può  una  notizia  tradizionale,  desunta  da  documenti 
autentici,  aver  valore  per  constatare  l'autenticità  del  do- 
cumento e  servire  a  confermarne  ì  dati  altrimenti  incerti. 
Per  es.  noi  abbiamo  il  documento  papale  del  Concordato 
di  Worms  fra  Enrico  V  e  Calisto  II,  che  nel  1122  poneva 
fine  alla  gran  contesa  delle  investiture,  solo  in  copia,  co- 


(1)  Ediz.  dell' ab.  Duchesne,  Paris,  1885-92,  in  2  voi.  Gli 
ultimi  esemplari  del  Liber  Pontificalis  finiscono  con  Stefano  VI 
(morto  nell'  897),  mentre  gli  altri  contengono  le  vite  dei  papi 
da  s.  Pietro  a  Nicolò  I  (867).  Il  Liber  Pontificalis  è  attribuito 
al  bibliotecario  lateranense  Anastasio,  contemporaneo  appunto 
di  Nicolò  l,  e  contiene  decreti  pontificii,  notizie  sulla  costru- 
zione e  dotazione  di  chiese,  atti  e  leggende  dei  martiri  ecc., 
ma  in  mezzo  a  documenti  preziosi  se  ne  trovano  di  apocrifi  in 
non  piccolo  numero. 


—  201  — 

me  si  trae  dai  oMon.  Germ.  Hist.  (Leges,  II,  75  :  Concorda- 
timi Wormatiense  23  settembre  1122)  che  cita  precisamente 
il  Codex  Vaticani  n.  1984  membr.  fol.  del  sec.  XII.  Si  po- 
trebbe perciò  nutrire  qualche  dùbbio  sull'autenticità  della 
sua  sostanza;  ma  poiché  cronisti  contemporanei  concor- 
dano sostanzialmente  coi  dati  di  quella  copia  noi  dob- 
biamo ritenerla  autentica. 

Se  per  la  certezza  storica  è  di  grande  importanza 
non  solo  l'accordo  di  fonti  indipendenti  le  une  dalle  al- 
tre e  dei  dati  di  più  fonti  della  tradizione  ma  eziandio 
la  concordanza  degli  avanzi  o  delle  conclusioni  da  essi 
tratte,  occorre  per  ultimo  anche  l'accordo  dei  dati  di  una 
fonte  con  tutto  l' insieme  a  noi  noto  dei  fatti.  Una  larga 
applicazione  di  questo  principio  essenziale  della  critica 
moderna  trova  la  sua  piena  conferma  mediante  la  con- 
cordanza con  dati  noti  nelle  conclusioni  tratte  dagli  avanzi 
ai  fatti;  per  es.  noi  sappiamo  che  nella  vestfalica  selva 
teutoburghese  (Teutoburger- wald)  ebbe  luogo,  al  tempo 
d'Augusto  e  precisamente  nel  nono  anno  dell'era  cri- 
stiana, la  gran  battaglia  in  cui  l'intrepido  Arminio  prin- 
cipe dei  Cheruschi  (abitanti  fra  1'  Elba  e  il  Weser)  mas- 
sacrò le  tre  legioni  di  Quintilio  Varo,  generale  e  procon- 
sole romano,  che  aveva  allora  il  governo  della  Germania; 
scopriamo  in  quella  regione  armi  romane,  monete,  ossa 
umane  ammucchiate  ;  ne  deduciamo  che  quello  è  un 
campo  di  battaglia  e  troviamo  che  una  tal  congettura  è 
d'accordo  col  fatto  a  noi  già  noto.  Beninteso  che  questa 
è  una  concordanza  relativa,  che  passa  per  gradi  diversi  di 
verisimiglianza  senza  condurre  sempre  alla  certezza  as- 
soluta. Qui  abbiamo  però  non  solo  questa  certezza  asso- 


—  202  — 

luta  ma  1'  altra  pure  che  in  Germania  stanziavano  otto 
legioni  romane  (quattro  nella  Germania  inferiore  e  quat- 
tro nella  superiore)  e  che  quelle  che  perirono  nella  selva 
di  Teutoburgo  erano  precisamente  la  XVII,  la  XVIII  e  la 
XIX.  Delle  rimanenti  legioni,  tre  presidiavano  le  province 
spagnuole,  due  l'Africa,  due  l'Egitto,  quattro  la  Siria,  due 
la  Pannonia  (che  comprendeva  1'  Ungheria,  la  Croazia,  la 
Schiavonia  o  Slavonia  e  la  Serbia  odierna),  due  la  Dal- 
mazia e  due  la  Mesia,  cioè  Scizia  e  Macedonia  :  in  tutto 
venticinque  legioni  (al  tempo  d' Augusto)  comprendenti 
ognuna  da  5  a  6000  uomini,  divisi  in  dieci  coorti  e  in 
sessanta  centurie.  Ogni  legione  aveva  inoltre  centoventi 
uomini  di  cavalleria  ed  era  sottoposta  al  comando  del 
legatus  legionis,  che  a  sua  volta  dipendeva  dai  governa- 
tori delle  province  imperiali  (1).  Abbiamo  persino  i  nomi 
delle  legioni  (Augusta,  Ulpia,  Gemina,  Flavia  ecc.)  e  nel 
prospetto  ufficiale  dell'amministrazione  imperiale  intitolato 
<Js^otitia  dignitatum  omnium  tam  civilium  quam  militarium 
e  in  Dione  Cassio  e  in  Tacito  (nelle  loro  storie  fram- 
mentarie di  Roma)  e  in  una  lista  che  si  trova  sopra  una 
colonna  conservata  nel  museo  del  Vaticano  (2)  e,  per  al* 
cuni  nomi,  anche  in  qualche  moneta.  Che  più  certezza 
di  così?  Ed  è  solo  in  tal  modo,  cioè  mediante  la  con- 
cordanza   con    dati    noti    nelle  conclusioni   tratte   dagli 


(1)  Mommsen  e  Marquardt,  Aniiquitès  romaines)  t.  XII:  de 
Vorganisation  militaire  che^  les  Romains,  Paris,  Thorin,  1891,  pa- 
gine 163  e  17$. 

(2)  Ibid.  pag.  169  n.  5,  171-173. 


—  203  - 

avanzi  ai  fatti,  che  risplende  la  verità  storica.  La  verità 
é  la  prima  legge  della  storia  e  perchè  essa  sia  completa, 
assoluta,  indiscussa,  occorre  che  gli  scrittori  facciano  di- 
vorzio dalle  loro  passioni,  dalle  loro  tendenze,  dalle  loro 
opinioni  personali  in  modo  che  prevalgano  sempre  la 
perfetta  lealtà  dell' analisi  e  del  giudizio,  i  criteri  della 
scienza  e  l'impulso  della  propria  coscienza. 

Oltre  alle  considerazioni  svolte  precedentemente  circa 
alla  concordanza  di  una  fonte  con  l'insieme  dei  fatti  a  noi 
noti,  debbo  avvertire  che  una  speciale  conferma  richie- 
dono spesso  certi  documenti  e  certi  atti  rispetto  alle  con- 
clusioni che  da  essi  si  traggono.  Accade  per  es.  non  di 
rado  che  documenti  ed  atti  pubblici  vengano  interamente 
redatti  e  compiuti,  mentre  le  cose  a  cui  si  riferiscono  e 
che  dovevano  manifestarsi  in  azione  non  vengono  effet- 
tuate. Ciò  avviene  in  varie  maniere:  una  legge  può  es- 
sere stata  emanata  e  non  applicata,  come  certi  decreti  del 
Maggior  Consiglio,  della  Quarantìa  criminale  ecc.  di  Ve- 
nezia distinti  appunto  con  la  scritta  in  margine:  capta  o 
non  capta;  istruzioni  e  pieni  poteri  possono  essersi  dati 
e  anche  conchiusi  i  preliminari  d'  un  accordo  politico  o 
commerciale ,  senza  che  1'  ambasceria  ottenesse  il  pieno 
effetto  e  senza  che  il  trattato  avesse  il  dovuto  o  voluto 
seguito;  le  lettere  d'invito  ad  un  congresso  di  principi  o 
dei  loro  rappresentanti  possono  essersi  spedite  a  destina- 
zione senza  eh'  esso  avesse  poi  luogo.  In  ogni  modo  que- 
sti avanzi,  cioè  i  documenti  e  gli  atti  relativi  ai  casi  ora 
citati,  anzi  che  inattendibili,  sono  da  ritenersi  come  testi- 
moni non  ingannevoli  dei  fatti  onde  furono  originati; 
soltanto  che  la  conclusione  che  si  traesse  dalla  loro  esi- 


—  204  — 

stenza  che  ie  cose  ideate  realmente  ebbero  effetto,  sarebbe 
in  tali  casi  affrettata  e  avrebbe  bisogno  di  essere  confer- 
mata mediante  altre  testimonianze,  le  quali  provassero 
che  quelle  cose  ebbero  veramente  effetto  conforme  alle 
disposizioni  date.  Se  non  si  trova  né  in  singole  testimo- 
nianze, né  in  tutto  V  insieme  degli  avvenimenti  alcuna 
traccia  dell'  azione  e  dell'  efficacia  di  quelle  disposizioni, 
abbiamo  ogni  ragione  di  dubitare  ch'esse  siensi  real- 
mente avverate,  quantunque  la  mancanza  di  tali  testi- 
monianze, X argumentum  ex  silentio,  non  sia  una  prova 
assolata  del  contrario.  V argumentum  ex  sìlentio,  la  prova 
cioè  della  falsità  di  una  testimonianza  tratta  dal  silenzio 
dei  contesti,  è  un  altro  mezzo  negativo  di  riscontro  o  di 
conferma  d'un  fatto  isoktamente  testimoniato,  ma  da  usarsi 
solo  condizionatamente  perchè  il  fatto  può  essere  avvenuto 
sei  i  che  sia  stato  dagli  altri  avvertito,  conosciuto  e  ri- 
ferì ;  e  si  può  non  averlo  rapportato  perchè  ritenuto 
privo  d'interesse  o  per  deliberato  proposito  o,  se  si  tratta 
di  avanzi,  perchè  andarono  perduti.  Si  può  dunque  ado- 
perue  tale  argomento  solo  a  condizione  che  tutte  que- 
ste possibili  ragioni  si  possano  escludere.  La  prova  che 
esse  si  debbano  escludere  dipende  dal  carattere  delle 
fonti  che  nei  singoli  casi  vengono  in  questione.  »  Che  il 
sile.izi o  non  dipenda  da  una  speciale  tendenza  a  tacere 
pot'-'.<  essere  dimostrato  relativamente  con  facilità  e  più 
spesso;  più  raramente  riesce  il  dimostrare  che  il  fatto  non 
sarebbe  potuto  rimanere  ignoto  o  che  era  assolutamente 
degno  di  essere  riferito.  Deve  trattarsi  di  fatti  di  tal  no- 
torietà e  importanza  da  potersi  affermare  che  un  contem- 
poraneo non  avrebbe  potuto  tralasciarli   se  fossero  vera- 


«-  205  - 

mente  accaduti.  E  qui  è  da  ricordare  particolarmente  che 
nun  possiamo  giudicare  l'importanza  di  un  fatto  dal  no- 
stro punto  di  vista,  ma  ci  dobbiamo  porre  da  quello  del 
nostro  autore  per  poter  giudicare  ciò  che  a  lui  doveva  pa- 
rere importante  o  no  ;  e  inoltre  che  nel  giudicare  di  ciò 
che  all'  autore  doveva  o  no  esser  noto,  dobbiamo  conside- 
rare l' estensione  della  cerchia  delle  possibili  cognizioni 
che  possiamo  attribuirgli,  la  quale  può  esser  diversa  se- 
condo le  condizioni  personali  e  generali  della  coltura. 
Quando  si  tratti  di  tracce  di  avanzi,  che  di  un  fatto  ci 
aspetteremmo,  non  si  potrà  pure  tanto  facilmente  e  tanto 
spesso  affermare:  si  sarebbero  necessariamente  conservate 
delle  tracce  se  la  cosa  fosse  accaduta  o  fosse  esistita.  L'ar- 
gumentum  ex  silentio  ha  perciò  forza  di  prova  da  sé  solo, 
con  piena  sicurezza,  raramente.  Se  tutte  quelle  ragioni 
non  possono  essere  escluse  con  tutta  sicurezza,  non  può 
essere  preso  in  considerazione  di  fronte  ad  una  testimo- 
nianza in  sé  attendibile.  Ha  il  suo  peso  come  prova  sus- 
sidiaria di  fronte  ad  una  testimonianza  in  sé  non  asso- 
lutamente attendibile  fi).  » 

Veniamo  ora  alle  testimonianze  tra  loro  contradit- 
torie.  Che  le  testimonianze  si  contradicano  tra  loro  di- 
pende dalla  natura  subiettiva  della  tradizione,  cioè  dalle 
molteplici  alterazioni  cui  questa  è  soggetta.  Perciò  un 
fatto  può  nel  tutto  o  nelle  sue  parti  essere  osservato  o 
esposto  in  senso  unilaterale,  può  essere  erroneamente  o 
falsamente   compreso,  deliberatamente  svisato  in  opposi- 


(i)  Crivellucci,  ibicL  pag.  192. 


—  206  — 

zione  ad  alfcre  testimonianze  della  tradizione  o  degli 
avanzi.  Queste  contradizioni  possono  quindi  in  tre  modi 
essere  eliminate  a  vantaggio  della  verità  contradetta:  i.°  ri- 
conoscendo la  contradizione  come  superficiale  ed  appa- 
rente e  dimostrando  1'  identità  sostanziale  delle  testimo- 
nianze; 2.0  dimostrando  che  le  contradizioni  non  sono  tali 
nel  vero  senso  della  parola,  ma  che  si  conciliano  tra  loro; 
3°  eliminando  come  non  vere  una  o  più  testimonianze  in 
modo  che  rimanga  solo  un  fatto  non  contradetto.  Ed  in- 
vero (per  cominciare  dal  primo  di  tali  casi)  uno  stesso 
fatto  riferito  da  diversi  osservatori  può  essere  osservato, 
concepito  ed  esposto  diversamente;  per  ciò  il  medesimo 
fatto  non  di  rado  appare  cosi  diverso  nelle  diverse  testi- 
monianze da  sembrare  che  vi  sia  contradizione  tra  loro. 
È  ufficio  dell'  interpretazione  il  riconoscere  che  abbiamo 
di  fronte  una  diversa  maniera  di  concepire  un  medesimo 
fatto.  Così  i  Francesi,  per  esempio,  chiamano  impropria- 
mente battaglia  di  Reichshofen  (nella  bassa  Alsazia) 
quella  del  6  agosto  1870,  che  i  Tedeschi  chiamano  invece 
battaglia  di  Wòrth  o  di  Froschwiller  eh' è  a  due  chilo- 
metri da  Wòrth  e  quasi  equidistante  da  Worth  e  da  Reichs- 
hofen, nel  cui  cimitero  i  Francesi  elevarono  un  monu- 
mento alla  memoria  dei  seimila  soldati  morti  in  seguito 
alla  vittoria  dei  Prussiani,  comandati  dal  principe  eredi- 
tario Federico  Guglielmo  (padre  del  vivente  imperatore 
Guglielmo  II)  che  costrinse  il  maresciallo  Mac-Mahon  a 
ordinare  la  ritirata. 

Avviene  spesso  che  battaglie  o  altri  avvenimenti  ac- 
caduti presso,  o  tra,  diversi  paesi,  vengano  chiamati  in- 
differentemente col   nome  dell' uno  o  dell' altro  di   essi. 


—  207  - 

Una  sufficiente  conoscenza  delle  condizioni  geografiche  e 
topografiche  ci  mostra  in  questi  casi  che  si  tratta  di  con- 
cordanza piuttosto  che  di  apparente  disaccordo.  Talora  un 
avvenimento  viene  descritto  così  diversamente  da  indurci 
a  dubitare  se  si  tratti  davvero  del  medesimo  fatto.  Allora 
è  da  considerare  1'  ordine  cronologico  dei  fatti  e  il  loro 
rapporto  con  l'insieme  per  riconoscere  se  si  tratta  di  uno 
solo  o  di  due. 

Venendo  al  secondo  caso,  dirò  che  un  altro  modo  col 
quale  possono  essere  eliminate  le  contradizioni  a  vantag- 
gio della  verità  contradetta,  è  col  dimostrare  ch'esse  non 
sono  tali  nel  vero  senso  della  parola,  ma  che  si  conciliano 
tra  loro.  E  difatti  dal  carattere  della  tradizione,  come  vi 
ho  descritto,  risulta  anche  che  possono  darsi  osservazioni 
unilaterali  e  relazioni  che  a  prima  vista  paiono  escludersi 
reciprocamente,  ma  che  infine  sono  da  riconoscere  come 
Testimonianze  conciliabili,  come  appartenenti  a  un  tutto 
insieme  e  tali  che  si  compiono  là  dove  si  tratta  di  testi- 
monianze identiche.  Ammesso  ciò,  si  deve  accuratamente 
esaminare  se  le  contradizioni  non  si  possono  eliminare 
col  considerarle  come  parti  diverse  o  parti  diversamente 
concepite  dei  fatti  osservati  e  riferiti  e  che  non  si  esclu- 
dono ma  si  accordano  tra  loro.  Per  esempio  il  trattato  di 
Campoformio  ij  ottobre  1797  col  quale  il  Bonaparte  ven- 
deva all'Austria  tutto  lo  Stato  veneziano,  meno  le  posses- 
sioni d'  Albania  e  le  Isole  Ionie  rimaste  alla  Francia, 
fu  sottoscritto  a  Passeriano  e  precisamente  nella  stessa- 
villa  del  cessato  doge  Lodovico  Manin  ;  ma  nella  carta 
pubblica  fu  messo  Campoformio  lungi  da  Passeriano  otto 
miglia,  pari  a  dodici  chilometri,  e  quattro  da  Udine,  cioè 


208 


sei  chilometri  dal  capoluogo  del  Friuli  occidentale.  Dun- 
que in  tal  caso  non  vi  è  punto  coutradizione  ma  perfetta 
concordanza  di  dati  a  noi  noti,  perchè  sebbene  vi  sia  ap- 
parente contradizione  nel  nome  della  località  ove  fu  con- 
cluso il  trattato  rimane  pur  troppo  accertato  il  fatto  del- 
l' iniquo  e  traditoresco  accordo  per  cui  la  già  temuta  e 
gloriosa  repubblica  di  Venezia  cessava  totalmente  di  esì- 
stere. 

Il  terzo  modo,  in  fine,  per  eliminare  le  contradizioni 
a  vantaggio  della  verità  contradetta  è  quello  di  ricorrere 
al  grado  di  attendibilità  dei  dati  contrapposti  per  esclu- 
dere i  meno  attendibili  di  fronte  ai  più  attendibili.  Se 
sono  ugualmente  attendibili  altro  non  rimane  che  lasciar 
sospeso  il  giudizio.  Se  per  esempio  da  relatori  di  parte 
opposta  si  afferma  che  in  una  battaglia  vinse  il  proprio 
partito,  possiamo  concludere  che  probabilmente  la  vittoria 
rimase  indecisa.  Ma  se,  come  accadde  disgraziatamente 
nella  battaglia  navale  di  Lissa  del  20  luglio  1866  tra  au- 
striaci ed  italiani,  una  delle  parti  è  costretta  a  ritirarsi, 
bisogna  convenire  che  questa  rimase  soccombente,  s'ànco 
l'ammiraglio  Carlo  di  Pellion  Persano  che  la  comandava 
telegrafa  enfaticamente  da  Ancona  d'  essere  rimasto  pa- 
drone delle  acque. 

Insomma  quando  i  dati  e  i  giudizi  sono  opposti  bi- 
sogna risolvere  la  questione  secondo  l'attendibilità  della 
testimonianza  delle  due  parti,  conforme  ai  risultati  che  si 
sono  chiariti  per  veri. 


LEZIONE  X. 


V  ordine  critico  del  materiale 


In  questa  lezione  vi  parlerò  del  giudizio  sulla  verità 
dei  fatti,  non  che  dell'ordine  critico  del  materiale.  Se  il 
giudizio  sulla  verità  dei  fatti  si  fonda  sulle  testimonianze 
delle  fonti,  il  valore,  1'  attendibilità  delle  fonti  in  sé  e  il 
riscontro  delle  fonti  tra  loro  sono  elementi  quasi  insepa- 
rabili del  giudizio.  Ora  dobbiamo  considerare  nell'insieme 
la  loro  duplice  azione  :  Y  una  convergente,  1'  altra   diver- 
gente. Il  gran  principio  fondamentale  di  ogni  critica  me- 
todica è  qui  da  porre  innanzi  a  tutto,  che  cioè  noi  prima 
d'  ogni  altra  cosa  esaminiamo  il  carattere  e  il  valore   di 
ogni  singola  fonte  colla  quale  abbiamo  a  che  fare  per  giu- 
dicare da  ciò  l'attendibilità  dei  singoli  dati.  Solo  con  te- 
stimonianze  in   tal  modo  apprezzate  si  può  operare   con 
sicurezza,  poiché  nel  riscontro  dell'una  con  l'altra  noi  siamo 
sempre  richiamati  a  siffatta  questione  pregiudiziale.  I  casi 
più  favorevoli  sono  quelli  in  cui  testimonianze  attendibili 
concordano  tra  loro;  in  tal  contingenza  noi  acquistiamo 
senz'altro  la  convinzione  della  verità  dei  relativi  dati.  Se 
la  notizia  d'  un  fatto  è  riferita  da  una  sola  fonte  si  deve 
in  primo  luogo  por  mente  al  carattere  di  essa;  quando  si 

M 


—  210  — 

abbia  a  che  fare  con  le  testimonianze  di  avanzi,  cioè  atti 
pubblici,  prodotti  scientifici  o   letterari,    monumenti   ecc., 
noi  sappiamo  (da  ciò  che  fu  osservato  a  proposito  del  ca- 
rattere   di    questa   specie  di  fonti)  che  basta  uno  solo  di 
essi  a  testimoniare  direttamente   e    sicuramente   il   fatto 
di  cui   è    traccia  senz'  abbisognare  d'ulteriore  conferma. 
La   sola   opera   di   Ulfiia,   apostolo    e    vescovo    dei  Visi- 
goti   ariani    (nel  IV  secolo)  nella   penisola  balcanica,  che 
tradusse  la  Bibbia  in  lingua  gota  e  cui  anzi  si  attribuisce 
l'invenzione  della  scrittura  gotica,  basta  a  convincerci  che 
i  Goti  erano  pervenuti  all'uso  scritto  della  loro  lingua;  il 
rinvenimento  d'una  lancia  di  bronzo  in  una  tomba    pre- 
istorica prova  infallibilmente  che  nella  relativa  età  cono- 
scevansi  armi  di  bronzo  ;  la  scoperta  dei  cippi  miliari,  os- 
sia delle  colonnette  che  ad  ogni  miglio  segnavano  le   di- 
stanze delle  famose  strade  romane  dai   luoghi   principali 
o  dalia  capitale,  e'  insegna  qual  fosse  la  via   Gallica    che 
dalle  Gallie  per  Torino,  Milano,  Brescia  e  Vicenza  feon- 
giungendosi  alla  Postumia)  proseguiva  insino  ai  Balcani; 
la  via  Claudia   Augusta   Veronensis  che   da  Verona   pel 
Tirolo  finiva  in  Germania;  la  via  Emilia  Altinate  che  da 
Roma  sotto  il  nome  di  Flaminia  fino  a  Rimini  e  poi  col 
nome  di  Emilia  per  Bologna  e  Padova  giungeva  sino  ad 
Aquileia;  la  via  Postumia  che  per  le  Alpi  Giulie  e  Friu- 
lane il  Trivigiano  e  il  Vicentino  aridava  sino  alla  riviera 
ligure;  la  via  Aurelia  che  da  Padova    metteva   ad  Asolo 
e  proseguiva   per  Feltre   sino  a  Trento;  la  via  Gemina 
che  da  Aquileia  per  Gorizia  la  Carniola  e  gli  Stati  danu- 
biani continuava  la  predetta  Emilia  Altinate  che  da  Ro- 


—  211  — 

ma  metteva  capo  direttamente  in  Oriente  per  la  lunghezza 
di  ben  1600  miglia  (1). 

Ecco  in  qual  modo  si  possono  trarre  conclusioni  di- 
rette circa  alla  costruzione  delle  strade  romane,  alle  vie 
di  comunicazione,  alle  distanze  ecc.  Ma  se  si  tratta  di 
conclusioni  indirette,  tirate  dagli  avanzi  ai  fatti,  non  ci 
possiamo  per  lo  più  contentare  di  materiale  isolato,  ma, 
occorre  trovare  la  conferma  mediante  la  concordanza  con 
altri  avanzi  che  aiutino  a  constatare  il  medesimo  fatto. 
La  mancanza  di  testimonianze  dirette  e  concordi  non 
può  togliere  il  suo  valore  ad  una  testimonianza  attendi- 
bile sebbene  isolata.  Ma  Yargwnentum  ex  silentio  acqui- 
sta grande  importanza  di  fronte  a  testimonianze  isolate 
poco  attendibili.  E  l'arma  più  potente  colia  quale  noi  di- 
mostriamo 1'  insussistenza  di  racconti  favolosi  ragio- 
nando in  questo  modo:  il  racconto  del  fatto  x  ci  pro- 
viene da  un  autore  che,  a  causa  del  lungo  spazio  di  tempo 
che  lo  divide  dall'accaduto,  non  può  valere  come  testimo- 
nianza attendibile  per  la  verità  di  esso;  i  contemporanei 
nulla  dicono  del  fatto,  dunque  esso  non  è  da  considerare 
come  vero  (2).  In  una  condizione  speciale  si  trova  la  cri- 
tica di  fronte  a  certe  testimonianze,  che,  uniche  nella  loro 
specie,  non  possono  sottoporsi  a  riscontro  né  in  modo  po- 
sitivo ne  in  guisa  negativa,  perchè  di  quel  tempo  o  sopra 
quei  fatti  non  si  sono  conservate  altre  fonti,  mentre  pur 
sappiamo  che  le  testimonianze  non  sono  del  tutto  atten- 


(1)  Filiasi,  Memorie  storiche  de1  veneti  primi  e  secondi,  I,  438. 

(2)  Crìvellucci,  Manuale  cit.,  pag.  199. 


-  212  — 

dibili,  ma  non  si  possono  determinare  i  gradi  e  i  limiti 
della  loro  attendibilità.  Sono  relazioni  per  lo  più  che  si 
riferiscono  a  tempi  e  a  regioni  remote  o  poco  note,  come 
quelle  di  Erodoto  d'Alicarnasso  —  l'odierna  Bodrun  nel  pa- 
scialato di  Smirne  e  dove  la  regina  Artemisia  eresse  il 
famoso  monumento  al  defunto  marito  Mausolo,  da  cui 
il  nome  di  Mausoleo,  una  delle  sette  meraviglie  del  mon- 
do (i)  —  vissuto  nel  5.0  secolo  avanti  Cristo,  su  gli  Egi- 
ziani, i  Persiani  tee.  e  di  Tacito,  vissuto  nel  primo  secolo 
dell'era  cristiana,  sui  popoli  della  Germania  centrale:  fonti 
che  non  potendo  sottoporsi  a  riscontro  passano  per  auto- 
revoli e  fededegne,  quantunque  non  ce  ne  fidiamo  inte- 
ramente: e  ciò  perchè  non  avremmo  conoscenza  alcuna  di 
quei  fatti  se  noi  le  abbandonassimo.  E  vero  però  che  in 
questi  ultimi  tempi  si  fa  uso  di  tali  relazioni  con  più  ri- 
serva che  per  lo  passato,  appunto  perchè  in  molti  casi, 
mediante  nuovi  mezzi  di  riscontro,  si  riconobbe  quanto 
siffatte  relazioni  siano  inegualmente  attendibili.  Servano 
precisamente  d' esempio  Erodoto  detto  il  padre  della  sto- 
ria, perchè  la  sua  opera  è  la  prima  storia  importante  che 


(1)  Le  altre  sono:  gli  orti  o  giardini  pensili  di  Babilonia; 
le  piramidi  d'  Egitto  :  la  statua  fidiesca  di  Giove  Olimpico  in 
Olimpia  nel  Peloponneso;  il  Colosso  di  Rodi  0  statua  del 
Soie  crollato  in  mare  da  un  terremoto  e  dedicata  ad  Apollo, 
sotto  le  cui  gambe  vuoisi  passassero  i  vascelli  ;  il  faro  d'Ales- 
sandria eretto,  primo,  tre  secoli  avanti  Cristo  ;  il  tempio 
di  Diana,  figlia  di  Giove,  in  Efeso  nell'Asia  Minore  e  incendiato 
dal  greco  Eròstrato  per  far  passare  il  suo  nome  alla  posterità 
(356  av.  Cr.). 


—  213  - 

si  conosca,  e  Tacito  ritenuto  il  più  grande  storico  romano 
dell'età  imperiale,  perché  Tito  Livio,  nato  circa  un  secolo 
prima  di  lui,  sarebbe  invece  considerato  come  il  maggiore 
storico  romano  repubblicano  indipendente,  sebbene  amico 
di  quell'Ottaviano  che  col  nome  d'  Augusto  inaurare)  a 
proprio  profitto  il  governo  imperiale.  Dunque  Erodoto  per 
quanto  concerne  i  Persiani,  gli  Egiziani  ecc.  è  riguardato 
meno  veridico  di  Tacito  nella  descrizione  dei  popoli  ger- 
manici :  e  ciò  perchè  in  Erodoto  trasparisce  una  soverchia 
credulità  e  una  dilezione  particolare  per  il  meraviglioso, 
sebbene  quando  riferisce  dei  fatti  straordinari  non  li  pre- 
senta spesso  che  come  pura  tradizione.  Non  si  deve  di- 
menticare che  il  concetto  generale  dei  fatti  deriva  appunto 
dalle  testimonianze  delle  fonti;  e  quando  le  testimonianze 
che  vi  contradicono  si  appalesano  buone  e  attendibili,  noi 
dobbiamo,  come  in  ogni  altra  contradizione,  procedere  an- 
che qui  ad  un'accurata  disamina  di  tutte  le  testimonianze 
onde  risulta  questo  concetto  generale  dei  fatti.  Non  pic- 
cola parte  del  progresso  della  nostra  scienza  dipende  ap- 
punto dall'esserci  liberati  dalle  antiche  tradizioni  a  favore 
di  fatti  meglio  testimoniati.  Ciò  accade  specialmente 
quando  vengono  a  nostra  conoscenza  nuove  fonti  prima 
ignorate,  che  appalesano  un  valore  dimostrativo  assoluto. 
Ricordiamo  solo  le  fonti  scoperte  nel  secolo  nostro  sull'an- 
tica storia  orientale,  che  in  vario  modo  tanto  contradicono 
al  concetto  generale  che  ne  avevamo  dalle  fonti  greche,  e 
ci  obbligano  colla  forza  delle  loro  testimonianze  a  modi- 
ficarlo. Prendiamo  due  esempi  :  lo  Zosimo  del  5.0  secolo  e 
precisamente  del  tempo  di  Teodosio  il  giovane,  imperatore 
romano  d'Oriente,  uno  dei  più  notevoli  nella  collezione 


—  214  — 

degli  scrittori  greci  di  storia  romana,  ma  che  (se  non  pa- 
gano intinto  di  paganesimo)  maltratta  gì'  imperatori  che 
protessero  il  cristianesimo  e  la  cui  autorità  di  storico  di- 
pende da  quella  delle  sue  fonti,  perché  non  esamina  af- 
fatto l'attendibilità  degli  autori,  dai  quali  attinge  le  sue 
notizie  ;  1'  Agatia  del  6°  secolo  che,  secondo  appare  dalla 
di  lui  storia  del  governo  di  Giustiniano  imp.  d'  Oriente, 
difetta  di  nozioni  geografiche  e  adorna  il  suo  stile  di  poè- 
tiche reminiscenze,  come  dimostra  il  Niebuhr.  che  nel 
1828  pubblicò  una  nuova  edizione  de\V Agatia  nel  3.0  vo- 
lume del  Corpus  Scriptorwn  Historiae  By^antinae.  E 
per  convincersi  delle  patenti  contradizioni  risultanti  tra 
queste  fonti  e  quelle  scoperte  nel  secolo  nostro  si  confron- 
tino le  prime  con  le  opere  moderne  del  Gfròrer,  By^ant. 
Geschichien  o  Storie  bizantine,  edite  a  Graz  dal  1872  al 
1874;  il  Hirsch,  By^ant.  Studien,  pubblicati  a  Lipsia  nel 
1876;  il  Hertzberg,  Geschichte  der  (By^antiner  und  des 
Osman.  Reichs  pubblicata  a  Berlino  nel  1883. 

Volgendo  ora  uno  sguardo  intorno  ai  risultati  della 
critica  intrinseca,  che  ha  per  fine  di  dimostrare  la  realtà 
dei  fatti  giudicando  il  valore  delle  fonti  rispetto  ad  essa, 
vediamo  bene  che  questa  non  sempre  arriva  alla  consta- 
tazione assolutamente  accertata  della  verità  perchè  non 
sempre  possiamo  formarci  un  giudizio  ben  determinato  e 
sicuro  sul  valore  delle  testimonianze;  non  sempre  abbia- 
mo a  sufficienza  mezzi  di  riscontro  o  di  raffrontamento 
delle  testimonianze  tra  loro  e  non  sempre  il  confronto 
delle  une  con  le  altre  consente  decisoni  indiscutibili,  co- 
me abbiamo  veduto  in  principio  della  quarta  lezione. 
Spesso  perciò,  in  luogo  di  conclusioni  vere  e  proprie  o  di 


—  215  — 

giudizi  definitivi,  non  facciamo  propriamente  che  pesare 
-delle  ragioni  per  determinare,  in  mancanza  della  certezza 
storica,  la  verisimiglianza  o  la  possibilità  dei  fatti,  o  il 
contrario,  secondo  il  prevalere  delle  ragioni  prò  o  con- 
tro, per  varii  gradi.  «  Questa  operazione  dell'ingegno  ab- 
bandona è  vero  il  campo  delle  conclusioni  puramente 
logiche,  ma  è  ben  lungi  dall'andare  a  tastoni  arbitraria- 
mente, tirando  a  indovinare.  È  anzi  una  maniera  di  giu- 
dicare non  contraria  ai  principii  metodici,  mercè  i  quali 
al  giudizio  subiettivo  è  concesso  un  certo  campo,  ma 
dentro  ben  determinati  confini.  Non  ci  è  anche  vietato, 
anzi  nei  casi  dubbi  ci  è  imposto,  di  astenerci  da  un  giu- 
dizio definitivo  e  di  constatare  soltanto  quei  confini»  (i). 
Quanto  il  giudizio  di  probabilità  sia  diverso  dal  giu- 
dizio arbitrario  mostra  in  matematica  il  calcolo  di  pro- 
balità.  La  probabilità  matematica  di  un  evento  è  il  rap- 
porto tra  il  numero  dei  casi  ad  esso  favorevoli  e  quello 
dei  casi  tutti,  favorevoli  o  contrari,  considerati  come 
egualmente  possibili  ;  è  in  generale  minore  dell'  unità, 
che  esprime  la  certezza:  donde  il  tentativo  di  rappresen- 
tare il  giudizio  nei  suoi  diversi  gradi  di  convinzione  per 
mezzo  di  numeri  fatto  secondo  i  principi  del  Herbart  (2), 
vissuto  tra  il  1776  e  il  1841,  fondatore  della  cosidetta 
scuola  esatta  o  realistica.  Un  ottimo  esempio  delle  varie 
operazioni  della  critica  intrinseca  offre  il  Ranke  nello 
studio   sulla   congiura   degli   Spagnuoli   in   Venezia    nel 


(1)  Crivellucci,  ibid.  pag.  202. 

(2)  Sàmtlichen  Werke,  2.a  ed.,  Amburgo   1883-93. 


210 


1618  (i),  dov'egli  si  dimostra,  come  negli  altri  suoi  ma- 
gistrali lavori  per  cui  è  giustamente  chiamato  il  padre 
della  moderna  critica  storica  di  Germania,  d'una  rara 
diligenza  e  di  un  acume  profondo  nella  scoperta  delle 
fonti  del  pari  che  nel  vagliare  il  materiale  accumulato  ; 
d'una  critica  metodica,  di  un'acuta  intuizione  psicologica 
e  di  un  senso  estetico  squisito.  Non  entusiasma  il  lettore 
ma  gli  pone  innanzi  tutta  la  verità  che  gli  fu  allora  pos- 
sibile di  rintracciare,  come  risulta  anche  oggi  dagli  studi 
del  prof.  Raulich  (Nuovo  Ardi.  Ven.  t.  VI,  parte  I,  1893  : 
la  Congiura  spagnuola  contro  Venezia  —  contributo  di 
documenti  inediti),  di  Amelia  Zambler  (Contributo  alla 
storia  della  congiura  spagnuola  contro  Venezia.  Studio 
nell'Archivio  degl'Inquisitori  di  Stato  in  N.  A,  V.  t.  XI 
parte  I,  1896)  e  di  Eugenia  Levi  (ibid.  t.  XVII  parte  I.  1899, 
pag.  5  e  segg.:  «  Per  la  congiura  contro  Venezia  nel  1618 
con  una  ^jla^ione  del  Sarpi  ignota  al  Ranke)  pubblicati 
nel  C^Quovo  Archivio  Veneto. 

Veniamo  ora  all'ordine  critico  del  materiale.  L'ordi- 
nare le  testimonianze  delle  fonti  per  poi  valersene  a  mano 
a  mano  che  si  procede  nell'esposizione  dei  fatti  è  un  atto 
preparatorio  che  entra  nel  dominio  della  critica  ed  in 
stretta  colleganza  con  1'  ordinamento  del  materiale,  cioè 
col  concetto  generale  del  lavoro. 
Le  testimonianze  dei  fatti  si  possono  raccogliere:  i.°  per 


dì  Die  Verscbivòruucr  vegeti  Vetiedì?  itti  lahre  1618  -  tnit  Ur- 
kunden  aus  detti  venetianischen  Archiv  (2.a  ed.  1878:  la  i.a  era  stata 
tradotta  in  ita),  col  titolo  Storia  critica  della  congiura  ecc.). 


—  217  — 

ordine  di  tempo  e  di  luogo  ;  2°  per  ordine  di  materia, 
non  escludendo  in  questa  i  cosidetti  regesti  0  repertori 
cronologici  tanto  utili  pel  ricercatore  di  documenti  storici 
e  di  cui  abbiamo  esempi  veramente  notevoli  nei  Regesto, 
pontificum  romanorum  (Berlino  1873)  del  Iaffè,  che  indica 
in  fine  i  documenti  falsi  ;  negli  Acta  regum  et  imperato- 
rum  Karolinorum  (2.a  ediz.,  Vienna  1867)  delSickel;  nei 
Fasti  romani  dal  15  al  578  pubblicati  sotto  forma  di  re- 
gesti dal  Clinton  [The  civil  and  literary  Chronology  of 
Rome  and  Constantinople,  voi.  I,  Oxford,  tip.  dell'  Uni- 
versità, 1845  e  v°l-  H  Appendice,  1850),  nei  cRegesta  do- 
cumentorum  Germaniae  historiam  illustrantium  (Monaco, 
1864)  del  Valentinelli;  nei  Regesta  carolingi  (Frankfurt 
ara  Main  1833),  nei  Regesta  Imperii  (119S-1347;  e  nei 
Regesta  chronologico-diplomatica  regum  atque  imperato- 
rum  romanorum  inde  a  Corrado  I  usque  ad  Henricus  VII 
(911-1313)  del  Bohmer  (Frankfurt  am  Main  1831)  ;  negli 
Acta  imperii  inedita  in  due  voi.  (Innsbruck  1880  e  1883) 
del  Winkelmann;  nelle  Quellenkunde  der  deutschen  Gè- 
schichte  di  Dahlmann  e  Waitz  (6.a  ediz.,  Gottingen  1894), 
nel  'RJpertoire  des  sources  historiques  du  moyen  dge  del- 
l'abate Ulisse  Chevalier  (Paris  1872-88)  e  finalmente,  per 
citare  anche  qualcuno  dei  nostri  connazionali  (troppo 
spesso  dimenticati,  perchè  rari  nantes  in  gur gite  vasto,  non 
solo  all'estero  ma  nella  stessa  Italia),  nei  Regesti  dei  Com- 
memoriali della  Repubblica  Veneta  del  Predelli,  dei  quali 
dirò  più  avanti,  e  nelle  Tavole  sincrone  e  genealogiche 
di  storia  italiana  dal  306  al  1870  (Firenze,  1875)  del  prof. 
Carlo  Beivi glieri,  storico  veronese. 

È  codesto  un   lavoro  faticoso,  erudito  ed  utilissimo, 


—  218  — 

comprendente  HI  tavole  in  ior  pagine  in-folio  piccolo,  le 
genealogiche  frammezzate  alle  storiche.  Qneste  ultime  pre- 
sentano la  successione  dei  fatti  della  storia  italiana  e  della 
straniera  sincrona  ;  le  altre  gli  alberetti  genealogici  delle 
principali  famiglie  regnanti  d'  Europa  e  di  quelle  eh'  eb- 
bero Stato  nella  penisola.  Una  colonnetta  a  parte  è  riser- 
vata agli  uomini  illustri,  alle  instituzioni,  alle  scoperte 
ecc.  E  davvero  il  Belviglieri  ha  condensate  in  queste  ta- 
vole quante  maggiori  notizie  ha  potuto  (forse  un  po' 
troppe),  studiandosi  di  rappresentare  con  la  più  possibile 
precisione  il  sincronismo  degli  avvenimenti  storici. 

Anche  il  Rolando,  Cronologia  storica  —  Roma  fino  al 
termine  dell  impero  d?  Occidente  (Torino,  Paravia,  1899) 
riassume  in  forma  sistematica,  secondo  una  razionale  par- 
tizione degli  avvenimenti,  tutta  la  storia  di  Roma  dalle 
origini  tradizionali  della  città  alla  fine  dell'impero  d'Oc- 
cidente, disposta  per  ordine  cronologico,  tenendo  conto 
dei  risultati  della  critica  moderna.  Ed  in  fine  del  volume 
il  Rolando  pubblicò  i  fasti  consolari,  principale  fonda- 
mento della  cronologia  romana  e  sussidio  prezioso  per  la 
storia,  dalle  origini  del  consolato  fin  verso  il  termine  del 
governo  d'Augusto. 

1  Regesti,  secondo  le  norme  stabilite  dal  Bohmer,  dal 
Jaffè,  dal  Sickel  ecc.,  devono  in  ogni  argomento  disporsi 
cronologicamente  ;  la  data,  ridotta  all'uso  moderno,  viene 
posta  avanti,  in  colonna,  ma  nel  campo  del  regesto  la  si 
riproduce  nella  sua  forma  originale,  perchè  possa  essere 
sottoposta  a  riscontro  o  per  qualunque  altro  motivo  ; 
ogni  regesto,  perchè  possa  essere  citato  facilmente,  è  se- 
gnato con  un  numero  progressivo;  al  sunto  del  documento 


—  219  — 

segue  l'indicazione  del  luogo  in  cui  l'originale  o  la  copia 
trascritta  del  documento  si  trova,  insieme  colle  notizie 
delle  copie  derivate  e  stampate. 

Riguardo  insomma  all'ordine  cronologico  e  geografico 
o  topografico  bisogna  considerare  ch'esso  é  fondamentale 
nei  dati  storici  perchè  sebbene  l'intimo  rapporto  dei  fatti 
non  sia  conforme  a  quello  del  tempo  o  del  luogo  pur  tut- 
tavia si  connette  per  modo  che,  oltre  alla  determinazione 
genetica  d'ogni  singolo  avvenimento,  noi  dobbiamo  spesso 
rappresentarci  alla  mente  quali  fatti  sono  accaduti  nel 
medesimo  tempo  in  varii  luoghi  e  quali  fatti  in  diversi 
tempi  in  un  medesimo  luogo.  Non  di  rado  si  avvertono 
così  dei  rapporti  che  altrimenti  non  si  sarebbero  scoperti 
e  gli  studi  odierni  che  in  particolar  modo  tengono  conto 
più  che  per  lo  passato  dell'ordine  cronologico  o  sincroni- 
stico  e  dell'ordine  geografico  devono  a  ciò  molte  nuove 
osservazioni.  «  Pare  ad  esempio  di  nessuna  importanza  il 
leggere  nelle  fonti  che  nell'XI  secolo  scoppiarono  rivolte 
della  cittadinanza  contro  il  vescovo  della  città  a  Colonia, 
a  Magonza,  a  Worms;  ma  se  noi  osserviamo  che  nello 
stesso  tempo  in  Fiandra,  in  Francia,  in  Italia  e  quindi 
sotto  altre  condizioni  politiche  avvengono  rivolte  del  me- 
desimo genere  nelle  città  siamo  messi  sull'avviso  che  noi 
abbiamo  a  che  fare  con  un  movimento  sociale  più  gene- 
rale  nella  stona  dei  Comuni  »  (i).  E  vero  che  l'origine  dei 
Comuni  fu  diversa  nei  vari  Stati ,  ma  la  causa  deve  ri- 
cercarsi da  per  tutto  nella  lotta  fra  l'Impero  e  la  Chiesa, 


(i)  Crivellucci,  ibid.  pag.  204. 


~  220  — 

fra  il  conte  ed  il  vescovo  disputantisi  la  supremazia  del 
potere:  e  di  questa  lotta,  che  indeboliva  entrambi,  tras- 
sero partito  i  cittadini  per  riunirsi  sotto  le  medesime 
leggi  e  con  le  stesse  guarentigie.  Così  il  nuovo  regime 
municipale  preparò  1'  emancipazione  dai  vincoli  feudali, 
onde  nacquero  le  libertà  comunali. 

Qui  faccio  una  breve  digressione  per  notare  col  Tom- 
masini  (i)  che  se  fra  gli  antichi,  prima  di  Polibio  (l'au- 
tore della  Storia  universale  in  40  libri,  di  cui  soli  5  sus- 
sistono), il  pericolo  di  sconnessione  nella  storia  nasceva 
quasi  spontaneamente  da  un'apparente  sconnessione  poli- 
tica, tra  gli  uomini  moderni  la  parzialità  pare  più  spesso 
cronologica  quando  invece  è  logica,  e  il  limite  è  più  vo- 
lentieri segnato  per  amor  di  non  vedere  che  per  modestia 
d'  abbracciare  il  poco.  E  pigliamo  in  fatti  il  corpo  della 
storia  di  Roma,  tutto,  com'  ei  debb'  essere,  intero.  E  già 
la  parte  più  remota  a'  di  nostri  si  scinde  in  suddivisionL 
molteplici;  e  chi  va  a  frugare  le  prime  origini  e  chi 
1'  epoca  regia  e  chi  la  repubblica  o  l' impero.  Finora  gli 
storici  hanno  ripetuto  che  la  trasformazione  della  repub- 
blica romana  in  impero  si  deve  all'  ambizione  di  Giu- 
lio Cesare  che  conquistò  le  Gallie  col  ferro  dei  cI{pmam 
e  cI{pma  con  l'oro  dei  Galli,  ma  così  non  è:  la  vera 
causa  di  questo  mutamento  è  da  ricercarsi  piuttosto 
neir  incapacità  del  Senato  e  del  popolo  romano  a  go- 
vernare i  paesi  conquistati.  Si  noti  che  accanto  all'  an- 
tica nobiltà  senatoria  era  sorta  una  nuova  nobiltà,  sotto 


(1)  Scrìtti  di  storia  e  critica.  Torino,  Loescher,  1891,  p.  6. 


—  221  — 

il  nome  di  ordine  equestre,  che  formava  la  seconda  classe 
dei  cittadini  e  ben  diverso  dall'  instituzione  della  cavalleria 
medievale  sòrta  dalla  feudalità  col  fine  di  difendere  gli 
oppressi  contro  gli  oppressori.  L' ordine  dei  cavalieri  ro- 
mani era  composto  invece  di  oppressori  d' altra  specie, 
cioè  degli  esattori  delle  tasse,  dei  pubblici  appaltatori  e 
di  altre  persone  occupate  in  speculazioni  commerciali, 
vietate  ai  senatori,  i  quali  da  questi  uomini  nuovi  si  tro- 
vavano grandemente  minacciati  :  primo  elemento  di  dis- 
cordia. Le  grandi  guerre  esterne  e  le  perdite  d'uomini  su- 
bite da  Roma,  stremarono  la  popolazione  agricola  e  quindi, 
avvilita  1'  agricoltura,  crebbero  oltremodo  le  strettezze  e 
le  miserie  degli  agiati  borghesi  e  dei  campagnuoli  :  se- 
condo elemento  di  discordia.  I  soldati  nelle  lunghe  ferme 
durante  le  guerre  orientali  si  abbandonarono  al  lusso, 
alla  morbidezza,  al  vizio  :  e  l'  ufficio  del  soldato  non  fu 
più  considerato  come  un  dovere  del  cittadino  ma  come 
un  mestiere  qualunque,  in  quanto  che  le  milizie  potevano 
dirsi  non  tanto  serve  dello  Stato  ma  di  quel  fortunato  ge- 
nerale che  diveniva  ed  era  ritenuto  come  loro  patrono  : 
terzo  elemento  di  discordia.  Gli  elementi  di  queste  innova- 
zioni si  fecero  tosto  vedere,  giacché  sottentrò  in  tutti  gli 
ordini  della  cittadinanza  una  smania  immoderata  di  far 
guerre,  non  tanto  per  conquistare  nuove  province  quanto 
per  spogliare  le  conquistate.  E  negli  ultimi  tempi  della 
Repubblica  le  province  conquistate  furono  governate  in 
modo  assolutamente  vessatorio  ed  iniquo  ;  il  popolo  stesso 
di  Roma  altro  non  chiedeva  che  di  vivere  alle  spalle  dei 
vinti  e  di  divertirsi.  Perciò  si  può  dire  che  nella  giornata 
della  tessalica  Farsalia  {9  agosto  48  avanti  l'era  volgare), 


—  222  — 

cioè  nel  grande  conflitto   definitivo   tra    i    due  triumviri 
Cesare  e  Pompei,  la  quale  decise  le   sorti    in    favore   del 
primo,  non  tanto  perì  la  libertà  quanto  il  diritto  che  tre- 
cento tiranni  si  arrogavano  di  tenere  schiavo  il  mondo; 
e  il  senato  romano  che,  perduto  il  potere  supremo,  avrebbe 
potuto  diventare  almeno  un  valido  contrappeso  al  despo- 
tismo   degl'  imperatori,  fu  invece,  se  non  complice,  stru- 
mento  nelle  loro  mani.  La  tnsformazione    della  repub- 
blica in  impero  fu  tuttavia  un  bene  per  i  popoli  che  Roma 
aveva   conquistati;   e  se  a  Roma  vi  furono  degl' impera- 
tori  mostri  di  crudeltà  o  imbecilli,   le   province    romane 
stettero  peraltro  infinitamente  meglio  di  prima  ;  esse  do- 
vettero all'impero  le  magnifiche  strade  di  cui  ancor  oggi 
rimangono  le  tracce  ;  1'  impero  liberò   definitivamente  il 
Mediterraneo  dai  pirati  che  l'infestavano,  instaurò  la  pace, 
promosse   il   lavoro,  il  commercio,  il  benessere  generale. 
L' impero  cadde  a  sua  volta  per  gli  elementi  di  dissolu- 
zione che  recava  in  sé  stesso  :   le  ambizioni   dei  generali 
che  impedirono  la  costituzione  di  una  dinastia  ereditaria; 
i!  regno  della  schiavitù  che  corrompe,  effemina  e  abbatte 
moralmente  gli  uomini  liberi;  il  disàgio  finanziario  delle 
classi   medie,   strette  fra  il  Cesare  che  aveva   bisogno  di 
far   continue  donazioni  ai  suoi  generali  e  ai  loro  legio- 
nari  e  il  basso  popolo  chiedente  pane  e  giochi  di  circo; 
finalmente  le  invasioni  di  quei  popoli  (Teutoni,  Unni  ecc.) 
che  i  Romani  chiamavano  barbari,  alla  fiumana  dei  quali- 
Roma,   la  cui   popolazione   decresceva,   non  aveva  abba- 
stanza soldati  da  opporre. 

Così  si  può  dire  che  la  presa  e  il  sacco  di  Roma  com- 
piuto da  Alarico  re  dei  Visigoti  nel  410  segna  piùdiquai- 


—  223  - 

siasi  altro  avvenimento  la  crisi  di  quella  lunga  e  memo- 
rabile tragedia  che  fu  la  decadenza  dell'  impero  romano. 
Difatti  con  la  morte  di  Teodosio  il  grande  nel  395  spirò" 
il  genio  di  Roma  e  la  divisione  dell'impero  tra  i  suoi  due 
figli  Arcadio  ed  Onorio  affrettò  quella  rovina  ch'era  forse 
predestinata  nello  sviluppo  storico  delle  umane  vicende. 
Ma  perchè  l'epoca,  cominciante  dalla  traslazione  della 
sede  imperiale  a  Bisanzio  e  che  pare  a  buon  diritto  ne* 
gletta,  s'intitola  comunemente  del  basso  impero?  «  Che 
cosa  è  il  basso  impero,  domandossi  sdegnosamente  taluno 
cui  non  garbava  tener  bordone  ciecamente  al  gridìo  vol- 
gare ?  E  s'udì  ripetere  che  il  basso  impero  era  tutto  quel 
che  la  parola  diceva  :  cioè  una  sequela  di  bassezze  e  di 
vergogne  della  società  umana,  che  non  metteva  il  pregio 
che  lo  studioso  ne  ricercasse,  né  che  ne  curiosasse  il  let- 
tore. E  tutto  questo  pel  giuoco  di  parole  d' un  cronologo; 
d'  un  malaugurato  cronologo,  scrive  il  Thierry  {T)erniers 
temps  de  l'Empire  d '  Occident-cRécìts  de  V  histoire  romaine 
au  V.mc  siede),  cui  accomodò  pel  suo  lavoro  di  dividere 
l' impero  romano  in  alto  e  in  basso  (1),  terminando  quello 
e  cominciando  questo  col  principato  di  Costantino  (306-37). 
E  poiché  il  motto  trovò  buona  accettazione,  ne  usci  co- 
niato, contro  ogni  intenzione  dell'autore,  un  pregiudizio 
favorevole  pel  primo  di  quei  due  periodi  storici  e  un  al- 
tro giudizio  sfavorevolissimo  pel  secondo.  Anzi  siccome  un 
giuoco  di  parole  può  dar  luogo    a    parecchie   transizioni 


(1)  Un'  Histoire  du  Bas- Empire  fu  scritta  da  Le  Beau  e  Ameil- 
hon,  Paris  1759,  29  voi.  in  12. 


224 


viziose  del  pensiero,  seguitò  che  l'interpretazione  morale 
occupò  il  luogo  della  designazione  cronologica  ;  e  quando 
.un  qualche  governo  o  una  qualche  società  non  andò  a' 
versi  a  qualcuno,  per  gittarle  in  faccia  una  ingiuria  sac- 
cente, le  s'inflisse  il  titolo  di  basso  impero,  e  l'ingiuria 
passò  a  capo  alto  sotto  colore  di  giudizio  storico»  (i). 

Ora  che  ho  terminata  questa  breve  digressione  croni- 
storica,  darò  compimento  alla  parte  che  riguarda  più  spe- 
cialmente l'ordine  critico  del  materiale,  passando  appunto 
(dopo  l'ordine  di  tempo  e  di  luogo)  all'  ordine  per  ma- 
teria. I  rapporti  generali  dei  fatti  coincidono  solo  in  parte 
col  loro  ordine  di  tempo  e  di  luogo; noi  possiamo  in  con- 
dizioni diversissime  cogliere  certe  relazioni  e  dai  più  di- 
versi tempi  e  più  diversi  luoghi  ravvicinare  tutto  ciò  che 
ha  qualche  rapporto.  L'ordine  di  tempo  e  di  luogo  nei  dati 
storici  non  basta,  bisogna  anche  rubricarli  secondo  le  esi- 
genze del  tema  e  della  materia.  Se  si  tratta  di  un  tema 
complesso,  come  la  storia  d'  un  popolo  o  di  una  gran- 
de comunità  bisogna  studiarne  i  lati  diversi  distri- 
buendo distintamente  il  materiale  secondo  ciascuno  di 
essi.  Quante  volte  non  avviene  che  disponendo  para- 
tamente il  materiale  si  scoprano,  coi  dati  accumulantisi 
sotto  una  determinata  rubrica  prima  da  noi  poco  av- 
vertita ,  nuovi  orizzonti  ?  Ma  perchè  questo  avvenga 
effettivamente  occorre  che  nel  disporre  il  materiale  con 
ordine  vi  si  presti  diligente  cura  fino  dal  principio.  «  Non 
si   possono   dar  regole   che  valgano  assolutamente  per  i 


(i)  Tomraasini,  ibid.  pag.  7. 


225 


singoli  casi,  ma  possiamo  intenderci  su  certe  idee  gene- 
rali. Non  mai  abbastanza  dobbiamo  guardarci  dall' accu- 
mulare e  trascrivere  senza  ordine  e  senza  regola  il  nostro 
materiale;  perchè  il  ritrovare  poi  i  singoli  dati  che  hanno 
rapporti  tra  loro  richiede  che  ogni  volta  si  ritorni  da  capo 
e  sempre  di  nuovo  si  riveda  tutto;  ed  è  anche  appena 
possibile  di  mettere  al  loro  posto  i  nuovi  dati  sopravve- 
nienti. Nei  lavori  di  qualche  mole  è  necessario  prendere 
le  proprie  note  su  schede  libere,  che  facilmente  si  possono 
riordinare  e  alle  quali  senza  tante  difficoltà  si  possono 
aggiungere  nuovi  dati.  Se  si  fanno  categorie  per  materia 
si  devono  tenere  distinte  le  schede  relative  ad  una  cate- 
goria sotto  copertine  o  in  cassette;  ognuna  può  alla  sua 
volta  ordinarsi  cronologicamente  e  per  materia  alfabetica- 
mente mediante  parole  o  rubriche,  Secondo  la  natura  del 
tema  o  del  materiale  può  esser  pratico  far  astrazione  dal- 
l'ordine per  materia  e  tenere  solamente  l'ordine  cronolo- 
gico. Appunto  allora  importa  molto  di  fare  le  note  su  fo- 
gli liberi  per  poterle  ordinare  ora  intuii  modo  ora  in  un 
altro  secondo  le  varie  mire  speciali,  e  poi  rimetterle  nel- 
l'ordine generale.  Per  ritrovare  facilmente  le  varie  notizie 
è  bene  indicare  i  dati  o  scrivere  i  titoli  o  rubriche  in  alto 
e  usar  carte  facili  a  sfogliarsi  (i)  ». 

Veniamo  ad  un  esempio  pratico.  Suppongasi  che  uno 
voglia  scrivere  la  storia  di  Venezia.  S'egli  divide  il  suo 
lavoro  per  ordine  di  materia  dovrà  fare  le  seguenti  ru- 
briche o  categorie  :  parte  politica  con  le  sotto-sezioni  re- 


(i)  Crivellucci,  op.  cit.,  pag.  206. 

15 


—  226  — 

lative  alle  origini  di  Venezia,  ai  tribuni,  ai  dogi,  alle  in- 
vasioni straniere,  alle  spedizioni  in  Istria  e  Dalmazia,  alla 
lega  lombarda  e  all'incontro  in  Venezia  di  Federico  Bar- 
barossa  col  pontefice  Alessandro  IN,  alla  conquista  di  Co- 
stantinopoli, alle  guerre  coi  Genovesi,  ai  possedimenti  di 
terraferma,  al  Consiglio  Maggiore  e  Minore,  ai  Procura- 
tori di  S.  Marco,  al  Senato,  al  Consiglio  dei  X,  agi'  In- 
quisitori di  Stato,  alla  Cancelleria  ducale,  all'Avogaria  di 
Comune,  alla  Quarantìa  criminale,  alle  cariche  e  all'am- 
ministrazione di  terraferma,  agli  uffici  subalterni,  alla 
lega  di  Cambrai,  alle  lotte  contro  i  Turchi,  alle  questioni 
con  la  santa  sede,  alla  congiura  degli  Spagnuoli  nel  1618, 
agli  ultimi  tempi  e  alla  fine  della  Repubblica,  alla  fi- 
nanza, alla  letteratura,  alla  legislazione,  ai  costumi  ed 
alle  feste  ecc.  ecc.,  collocando  le  schede  o  i  fogli  relativi 
secondo  l'ordine  di  tempo.  Se  invece  si  tratta  di  dividere 
il  lavoro  addirittura  per  ordine  cronologico,  sia  che  ab- 
bracci un  determinato  periodo,  sia  che  comprenda  tutta 
.  intera  la  vita  della  Repubblica  occorrerà  una  ripartizione 
fatta  secolo  per  secolo,  o  decennio  per  decennio,  secondo 
il  caso,  ma  subordinando  sempre  la  disposizione  all'  or- 
dine di  materia  per  evitare  confusioni. 

Quando  poi  si  abbiano  a  trascrivere  atti  o  notizie  in 
modo  integrale  non  occorrono  avvertimenti.  Ma  tali  tra- 
scrizioni per  intero  si  faranno  solo  quando  si  tratta  di 
fonti  archivistiche  o  di  stampe  che  non  è  facile  poter  ri- 
avere alla  mano.  Nel  resto  ci  contenteremo  di  estratti  e  di 
note  che  o  riportino  dalle  fonti  ciò  che  si  riferisce  al  tema 
o  solo  le  citino.  Nel  primo  caso  è  necessario  di  conoscere 
bene  ciò  che  può  servire  ai  bisogno  e  eh'  è  importante  di 


—  227  — 

sapere  per  notarlo  con  la  massima  precisione  e  seguendo 
il  motto  d'Augusto  :  festina  lente,  perché  un  errore  di  tra- 
scrizione può  condurre  anche  a  delle  conclusioni  sbagliate; 
nei  secondo  caso  V  indicazione  dev'  essere  precisata  in  modo 
che ,  al  riscontrare  in  seguito  le  note,  tosto  si  vegga  quello 
che  nel  relativo  passo  si  contiene  e  che  1'  identità  della 
nota  colla  sostanza  del  passo  citato  non  sia  dubbia.  Ciò 
richiede  una  cura  e  un'attenzione  da  benedettino,  poiché 
non  di  rado  sul  medesimo  soggetto  nel  medesimo  tempo, 
vi  sono  parecchi  documenti  simili.  Per  ciò  si  farà  bene  a  in- 
dicare ogni  documento  notando  il  principio  e  la  line  del 
testo  (incipit  ed  explicit);  la  quale  maniera  d'indicazione 
è  usata  comunemente  per  le  bolle  pontificie,  dicendosi  la 
bolla  Unigeniti  filii  Dei  salvatoris,  eh' è  quella  del  9  di- 
cembre 1734;  In  supremo  iustitiae   solio,  eh' è   quella   del 
i.°  febbraio  1735;  In  apostolica  dignitatis,  eh'  è  quella  dell'8 
marzo  1876;  Humanum  genus,  quod  morsu  (1),  ch'è  quella 
finalmente   del    16   giugno  1737,  come  si  trae  anche  dal- 
X Index  initialis  che  si  legge  in   fine   d'ogni   volume   del 
^Bullarium  romanum.  Però  V incipit  e  l'explicit  per  lo  più 
si  tralascia,   nonostante   l' esempio   non   trascurabile  del 
Jaffé,  che  nelle  bolle  pontificie  pone  l' incipit.  Al  materiale 
storico  così  ordinato  si  suol  dare  il  nome  di  regesti  (  la- 
tin, regesta)  o  repertori  cronologici,  parola   derivata  dal 
verbo  regerere  che   s'incontra  in  Quintiliano  (2)  nel  si- 


(1)  Biillarium  magnum  romanum,  t.  XXIV  ed  alt.,  Torino 
1857,  pag.   18,  28,  ni   e  275  con   l'Index   initialis  a  pag.  697. 

(2)  De  institutione  oratoria  :  Quidpiam  regerere  in  commen- 
tarios  suos  (trascrivere,  riportare  alcun  che  ne' propri  libri  o  re- 
gistri). 


—  228  — 

gnihcato  di  trascrivere,  riportare.  Si  chiamano  itinerari  i 
regesti  dei  luoghi  di  dimora  dei  personaggi  storici  tratti 
dalle  fonti.  Ma  questi  itinerari,  dopo  i  regesti  fatti  colla 
indicazione  dei  luoghi  ove  furono  stesi  gli  atti,  diven- 
tarono superflui. 

Una  gran  parte  del  lavoro  necessario  alla  compilazione 
dei  regesti  viene  oggi  risparmiata  al  ricercatore  da  spe- 
ciali lavori  di  tal  genere,  specialmente  nel  campo  dei  do- 
cumenti medievali.  Sono  preferiti  questi  perchè  i  docu- 
menti hanno  un'importanza  speciale  per  la  storia  del  me- 
dio evo,  come  quelli  che  ne  formano  la  più  solida  ossatura; 
secondariamente  perchè  essi  sono  così  dispersi  nei  luo- 
ghi dove  furono  trovati  e  pubblicati  che  il  metterli  insie- 
me, come  sarebbe  necessario  a  ogni  nuovo  lavoro,  richie- 
derebbe sempre  una  troppo  lunga  preparazione  (i).  Solo 
peraltro  nel  secolo  passato  si  cominciò  a  compilarne;  il 
tedesco  Enrico  di  Biinau,  che  diede  alla  letteratura  sto- 
rica del  suo  paese  il  primo  saggio  di  un'opera  d'eccellente 
critica  e  di  solida  erudizione  con  la  Genaue  und  umstànd- 
liche  (esatta  e  circostanziata)  deutsche  Kaiser -und  Reichs- 
historie,  pubblicata  a  Lipsia  in  quattro  volumi  tra  il  1728 
e  il  1743,  stampò  sommariamente  i  diplomi  della  storia 
franca  fino  al  918.  Ma  fu  veramente  il  giureconsulto  te- 
desco Pietro  Georgisch  che  nell'opera  cI{egesta  chronolo- 
gico- diplomatica  (4  voi.  in-folio  editi  a  Francoforte  e  a 
Lipsia  tra  il  1740  e  il  1744)  pubblicò  a  parte,  per  il  primo, 
regesti  di  storia  tedesca  dai  tempi  più  antichi  ai  tempi  suoi. 


(1)  Crivellucci,  op.   cit.,  pag.  207. 


—  229  — 

Ne  segai  l'esempio  il  francese  Bréquigny  con  l'opera 
Table  chronologique  des  chartes,  diplórnes,  titres  et  actes 
concernant  l'histoire  de  Jrance,  tre  voi.  in-fol.  pubblicati 
tra  il  1769  e  il  1783.  Da  allora  in  poi  si  fecero  lavori  più 
speciali  con  maggior  compiutezza  ed  esattezza.  E  sui  nuovi 
esempi  del  Bohmer,  del  Jaffè  e  degli  altri  che  vi  ho  dianzi 
citati  si  son  fatti  quelli  degl'  imperatori  e  dei  papi,  e,  in 
cerchia  più  ristretta,  di  fondazioni,  corporazioni,  province 
famiglie  ecc.  (1).  Fra  i  più  notevoli  e  recenti  meritano 
un  encomio  particolare  gli  accennati  regesti  dei  Comme- 
moriali della  Repubblica  Veneta  cui  attende  con  tanta 
scrupolosa  diligenza  il  prof.  Riccardo  Predelli  del- 
l'Archivio di  Stato  in  Venezia.  Questi  Commemoriali,  il 
primo  vero  Codice  diplomatico  d'Europa,  comprendono 
ben  33  volumi  e  vanno  dal  1300  al  1787,  cioè  fino  quasi 
al  cadere  della  Repubblica  e  ne  venne  finora  pubblicata 
circa  una  metà  in  3  tomi,  vale  a  dire  sino  al  secolo  XV. 
Sono  documenti  di  secondaria  importanza,  se  si  vuole, 
ma  che  formano  quasi  il  cemento  che  riunisce  le  pietre 
nell'edificio  del  diritto  pubblico  e  della  storia  (contratti 
civili,  cessioni  territoriali,  condotte  di  capitani,  franchigie 
a  città  soggette,  risposte  ad  inviati  stranieri,  istruzioni  di- 
plomatiche ecc.)-  I  Commemoriali  costituiscono  adunque 
una  serie  di  registri  nei  quali  gli  scrivani  delia  Cancelle- 
ria ducale  inserivano  tutti  gli  atti  e  documenti  e  facevano 
quelle  annotazioni  che  nelle  questioni  politiche  ed  ammi- 
nistrative contemporanee  e  future  potevano  dare  appoggio 
ai  diritti  dello  Stato,  sia  all'  interno  come  all'  estero,   e  a 

(i)  Ibid. 


-  230  — 

quelli  dei  singoli  individui  in  relazione  con  lo  Stato  o 
con  gli  stranieri.  Gli  atti  venivano  d*  ordinario  scritti  nei 
Commemoriali  contemporaneamente  agli  originali  -  e  non 
pochi  anzi  sono  i  veri  originali  —  o,  se  erano  scritti  al- 
l'estero, quando  giungevano  alla  Cancelleria  ducale. 

Per  iniziativa  della  Società  storica  lombarda  viene 
ora  compilato  un  Regesto  diplomatico  visconteo  compren- 
dente tutti  gli  atti  concernenti  i  Visconti  e  la  loro  domi- 
nazione su  Milano  e  le  altre  città  dell'omonimo  Ducato. 

I  principii,  secondo  i  quali  i  regesti  vengono  general- 
mente compilati,  non  sono  sempre  gli  stessi:  ora  gli  autori 
si  limitano  a  documenti  ed  atti,  ora  vi  comprendono  anche 
notizie  di  scrittori.  Il  secondo  procedimento  si  raccomanda 
per  periodi  scarsi  di  fatti  o  per  temi  limitati.  In  certo  nu- 
mero di  casi  è  assai  più  utile  e  raccomandabile  di  limitarsi 
ai  documenti  perchè  le  notizie  degli  scrittori  sono  più  ac- 
cessibili e  mostrano  la  loro  importanza  solo  nell'insieme. 
«  Anche  nei  particolari  si  procede  in  modo  diverso  :  al- 
cuni danno  diffusi  estratti  d'ogni  documento;  altri  si  limi- 
tano ad  accennarne  la  sostanza;  alcuni  abbondano  nel 
riportare  le  formule,  i  testimoni,  gli  estensori  ecc.,  altri  si 
limitano  alla  semplice  data;  alcuni  riproducono  gli  ex- 
cerpta (od  estratti)  nella  stessa  lingua  del  documento,  al- 
tri scelgono  senz'  altro  la  propria  lingua  o  la  lingua  la- 
tina ;  ora  i  documenti  apocrifi  vengono  registrati  in  ap- 
pendice, ora  in  mezzo  agli  altri,  distinguendoli  con  un 
asterisco  o  con  una  croce  ocon  un'avvertenza  »  (i).  Su  di 
che  si  consulti  il  Waitz  nella  Historische  Zeitschrift  o  Ri- 


Ci)  Crivellucci,  Manuale  cit.,  pag.  208. 


-  231  — 

vista  storica  del  Sybelj  1878,  XI,  pag.  280-295),  direttore 
degjj,.  Archi  vi  dello  Stato  germanico,  autore  della  Ge- 
schichte  der  Revolutionzeit  1789-95.  Dusseldorf  1852  (tra- 
dotta ed  edita  in  Francia  sotto  il  titolo: Histoire  de  l'Europe 
pendant  la  cRJvolution  francaise)  ed  appartenente  alla  fa- 
miglia di  quei  veri  storici  di  quegl'  infaticabili  ricercatori 
che  si  gloriano  innanzi  tutto  d'essere  esatti  e  di  mo- 
strare gli  uomini  e  i  fatti  quali  furono  senz' alcun  artifi- 
cio d'imaginazione.  La  Historische  Zeitschrift  cominciò 
nel  1859  sotto  la  sua  intelligente  direzione  e  dopo  la  di 
lui  morte,  avvenuta  nel  1895,  essa  continua  a  pubblicarsi 
ogni  anno  (sotto  la  direzione  del  prof.  Enrico  Treitschke 
autore  della  'Deutsche  Geschichte  im  neun\eìmten  Iahrhun- 
dert  e,  alla  morte  del  Ranke,  nominato  storiografo  degli 
Stati  prussiani),  in  sei  fascicoli  bimestrali,  formanti  un 
volume.  E  insomma  una  raccolta  di  pubbliche  ricerche  e 
di  saggi  in  tutto  il  campo  della  storia  con  recensioni  e  re- 
soconti bibliografici,  questi,  in  principio,  sistematici,  più 
tardi  senza  ordine  fisso,  dal  1891  di  nuovo  sistematici  per 
paesi  e  materie. 

Riepilogando  le  cose  fin  qui  dette,  è  bene  ricordare 
anzitutto  che  la  metodica,  cioè  l'arte  dell'osservare,  pra- 
ticare ed  insegnare  le  regole  scientifiche  per  scrivere  di 
storia  e  conoscerla  a  fondo,  comprende:  i.°  X euristica  o 
dottrina  delle  fonti  per  la  scelta  del  materiale;  2°  la  cri- 
tica delle  fonti,  ossia  Tanalisi  del  materiale  per  determi- 
narne il  valore;  3.0  la  cognizione  dei  singoli  fatti  e  dei 
loro  rapporti,  casuali  o  conseguenti  ;  4.0  l'esposizione  ordi- 
nata dei  fatti  stessi. 

Va  da  sé  che  queste  quattro  diverse  operazioni,  onde 


—  232  — 

si  divide  la  trattazione  sistematica  del  soggetto  storico, 
in  pratica  s'intrecciano  e  si  confondono,  perchè  nel  me- 
desimo tempo  che  ad  es.  raccogliamo  il  materiale  noi  lo 
andiamo  anche  vagliando  e  non  possiamo  vagliarlo  senza 
comprendere  il  valore  dei  fatti  in  esso  contenuti.  Tutto  il 
materiale  storico»  cioè  le  fonti,  si  divide  a  sua  volta  in 
due  grandi  categorie:  avanci  e  tradizioni.  I  primi  com- 
prendono tutto  ciò  che  di  un  fatto  è  rimasto  ed  esiste  an- 
cora, come  le  reliquie  personali  e  i  resti  del  vivere  umano, 
lingua,  usi,  feste  e  costumi,  leg-u  e  ^istituzioni  sociali,  pro- 
dotti industriali,  artistici,  scientifici  e  letterari  d'ogni  sorta, 
non  che  le  opere  ideate  e  compiute  per  ricordare  ai  posteri 
uomini  e  seste,  cioè  inscrizioni,  monumenti  propriamente 
detti  e  documenri;  per  tradizione  intendesi  invece  ciò  che 
di  quel  fatto  ci  è  stato  riferito  e  trasmessa  per  opera  del- 
l'intelligenza umana  e  si  distingue  in  tìgurata  (pitture  e 
sculture  storiche,  rappresentazioni  topografiche),  in  tradi- 
zione orale  (racconti,  leggende,  aneddoti,  proverbi,  motti 
e  canti  storici)  e  in  tradizione  scritta  (inscrizioni  storiche, 
genealogie,  calendari,  annali,  croniche,  biografie,  ricordi 
autobiografici  ecc.  E  ufficio  dell'  euristica  il  ricercare  e 
pubblicare  le  f mù  riconosciute  per  vere  ed  autentiche.  I 
documenti  e  gli  atti  pubblici,  le  raccolte  del  Muratori, 
dell'Instituto  storico  italiano,  delle  Deputazioni  e  Società  di 
storia  patria  qcc,  i  Monumenta  Germaniae  fosforica,  i  Fon- 
tes  rerum  austriararum  ecc.,  gli  Archivi  e  le  numerose  Bi- 
blioteche comprese  le  papali,  rese  oggi  più  accessibili  agli 
studiosi  per  l'illuminata  liberalità  del  saggio  Leone  XIII, 
il  Corpus  inscriptionum  latinarum  del  Mommsen,  i  Codici 
diplomatici,  le  opere  di  bibliografia  generale,  le  riviste  sto- 


—  233  — 

riche  e  le  pubblicazioni  archivistiche,  i  cBiegesti  e  i  repertori 
biografici  o  cronologici  ecc.  aiutano  Io  studioso  nella  ricerca 
e  nella  raccolta  delle  fonti.  E  ufficio  della  critica  storica  lo 
stabilire  la  verità  effettiva  dei  dati  contenuti  nelle  fonti, 
decidere  cioè  se  e  fino  a  che  punto  sieno  da  ritenersi 
come  veri  o  come  falsi,  come  realmente  avvenuti  o  no. 
La  metodica  insegna  appunto  i  principii,  le  regole,  l'arte 
onde  si  adempie  a  quell'ufficio  per  mezzo  di  criteri  scien- 
tifici. Tutto  si  riduce  al  ratfrontamento  di  ciò  che  sotto- 
poniamo a  critica  con  altri  dati  di  cui  siamo  sicuri,  al- 
l'esame in  una  parola  dell'incerto  col  certo.  Si  deve  alla 
critica  veramente  metodica  o  scientifica  se  la  storia  è  di- 
venuta in  oggi  una  scienza  degna  di  questo  nome,  perchè 
soltanto  il  metodo  scientifico  ha  reso  possibile  l'accerta- 
mento dei  fatti  storici,  lo  sceverare  cioè  il  vero  dal  falso, 
la  storia  dalla  leggenda.  Occorre  però  distinguere  la  cri- 
tica estrinseca  dall'intrinseca;  la  prima  esamina  se  una 
data  fonte  sia  da  considerare  o  no,  e  fino  a  che  punto, 
come  testimonianza  storica,  come  vera  e  propria  fonte 
storica  e  chiamasi  estrinseca  perchè  quando  non  vi  sia 
alcun  dubbio  sull'autenticità  della  fonte  dobbiamo  deter- 
minare le  circostanze  esteriori  della  sua  provenienza  e 
della  sua  natura,  mentre  la  seconda  esamina  i  rapporti 
delle  testimonianze  coi  fatti,  cioè  se  le  testimonianze  cor- 
rispondano, e  fino  a  che  punto,  alla  realtà  per  poter  de- 
terminare il  valore  intrinseco  delle  fonti.  Dunque  la  cri- 
tica estrinseca  ha  per  ufficio  di  provare  V  autenticità  delle 
fonti,  di  stabilire  quando,  dove,  da  chi  e  per  che  modo 
furono  prodotte,  non  che  di  esaminare  s'esse  sono  origi- 
nali o  dipendenti,  se  mediate  o  immediate  testimonianze 


—  234  — 

dei  fatti;  la  critica  intrinseca  deve  invece  dimostrare  la 
realtà  dei  fatti  giudicando  il  valore  delle  fonti  rispetto  ad 
essa; deve  determinare  l'intrinseco  valore  delle  fonti  stesse 
e  sottoporne  a  riscontro  le  testimonianze  per  poter  pro- 
ferire il  giudizio  sulla  realtà  dei  fatti.  Le  testimonianze 
dei  fatti  si  possono  raccogliere:  i.°  per  ordine  di  tempo  e 
di  luogo  ;  2.°  per  ordine  di  materia.  Senza  un  materiale 
storico  ordinato  nel  modo  che  ho  cercato  poco  fa  di  spie- 
garvi il  più  chiaramente  possibile  è  vano  accingersi  ad  un 
lavoro  di  qualche  mole  ed  importanza  che  sia  utile  agli 
studiosi  e  segni  nel  tempo  stesso  un  reale  progresso  nelle 
storiche  discipline. 


:' 


INDICI 


INDICE  DELLE  LEZIONI 


I.  Fonti  storiche 

II.  Documenti  e  racconti  falsi 

III.  La  critica  delle  fonti 

IV.  Del  tempo  e  degli  autori 
V.  Delle  varie  specie  di  fonti 

VI.  Della  tradizione  scritta 

VII.  Della  tradizione  orale 

Vili.  Del  carattere  dell'autore 

IX.  L'analisi  delle  fonti 

X.  L'ordine  critico  del  materiale 


7 

3i 
61 

81 

107 

131 

147 
163 

187 

209 


INDICE  DELLE  MATERIE 


ccademia  della  Crusca  71 
Anonimi  e  pseudonimi  96  e  seg. 
Antropogeografia   no  e  n.   1 
Archivi  veneti  115  e  seg. 
—       milanesi   19 

—  inglesi  24 

—  francesi  25,  26 
Archivio  storico  italiano  20 


Basso  Impero  (?)  223 
Battaglia  (?)  d'Aspromonte  190 
Bibliografìe  29,  30,   117,  123 
Biblioteca  Laurenziana  18 

—         Magliabechiana  18  e  n.   1 
Marciana  117,    123 
Biografie  15,   16,  75,  97 
Bolle  pontificie  227  e  n.  1 


-   240  — 


Codice  diplomatico  sant'Ambrosiano   19 

—  toscano   19 

—  padovano   19,  122 

—  bresciano   19 

—  della  S.  Sede  36,  134 

—  veneziano  v.  Commemoriali 
Commemoriali  della  Repubblica  Veneta   116,   125,  217 

229,  230 
Concilio  di  Trento  73,  74 
Croniche  veneziane  antichissime  21,  8j,  93,   117,  121 

—  muratoriane  15,    16,   118 
Cronologia  (scienza)'  31,  32,  82,  83,  84,  85 
Cronologie  (opere)  83,  84,  85,  217,  218,  229 

D 

Deputazioni  di  storia  patria  20,  29 
Diari  di  Marin  Sanuto   122,   149  * 
Diplomatica  17  n.  1,  25,  83 
Donazione  di  Costantino  36  e  n.    1 

—  di  Pipino  36,   37 
di  Carlomagno   199 


E 


École  nationale  des  chartes  25,  26,  27 
École  pratique  des  hautes  études  25,  27 


241 


Falsificazioni  storiche  69,  70 
Fasti  consolari  17,   140  e  n.   1,  2) 8 
Fatiche  (le  dodici)  di  Ercole  41  n.   1 
Fondazione  di  Roma  42 

- —  di  Venezia  44,   132 

Fonti  per  la  storia  d'Italia  13,   15,   ié,  17,  19,  20,  21, 
29,  30,  165 
—         13,   14,  17,  21,  36,   129,  165 

di  Roma  13,  14,  17,  21,36,129,  165 
-—       —         di  Venezia  15,  21,  28,  29,  115  e  seg. 

—  —         austriaca  24 

—  —         tedesca  14,  21  e  seg.,  28 

G 

Genealogie  67  e  seg. 

Guelfi  e  Ghibellini  (etimoL)  103  e  n.  1 


Inquisitori  di  Stato  in  Venezia  38,  39,  119 
Instituto  stòrico  italiano,  21 
—       di  Francia  26 


Leggenda  aurea  39,  40 

—  di  Ercole  41  e  n.  1 

di  Romolo  e  Remo  42 

—  d'Antenore  44 

16 


—  242  — 

Leggenda  della  fondazione  di  Venezia  44 

—  dei  ratto  delle  donzelle  44  e  seg. 
— ■  del  ponte  dei  sospiri  47 

—  di  Otello,  ossia  del  moro  di  Venezia  48  e  seg 

—  della  papessa  Giovanna  51,  52 

—  di  Guglielmo  Teli  54  e  seg. 

—  di  s.  Marco  61 

—  del  povero  Fornaretlo  63,  64 

—  del  motto  di  Cambronne  65 

—  —  di  Francesco  I  66 

—  di  Biasio  luganegher  148  e  seg. 

—  sull'origine  delle  nozze  d'argento  160 
Legioni  romane  202 

Liber  pontificalis  37,   175,  200  e  n.  1 
Linguistica   me  seg. 

M 

Monumenta  Germaniae  historica  22,  23 
Museo  Civico  di  Venezia  117,  123 

Nomi  di  famiglia  67,  68,  69,  95,  96 


Origine  d'illustri  casati  6jì  68 
Origini  del  cristianesimo  182  e  seg. 


—  243  — 


Pseudonimi  (autori)  v.  Anonimi 

R 

Ratto  delle  spose  43  e  seg. 
Regesti  36,  217,  216,  227  e  seg. 
Rerum  Italicarum  Scriptores  13,   15,   16,  36 
—      Germanicarum  Scriptores  14 


Sacco  di  Roma  145 

Scienze    ausiliarie  della  storia  31,  32,  82  e  seg.,     no 

178,   179 
Scoperte  archeologiche  105  e  n.   1 
Scrittori  anonimi  96  e  seg. 
Scuola  di  paleografia  27 
Sette  (le)  meraviglie  del  mondo  212  e  n.   1 
Società  di  storia  patria  20 

Statuti  degl'Inquisitori  di  Stato  in  Venezia  38,   119 
Stendardi  di  s.  Marco  47 
Storia  franca  13,   14,  24,  69 

—  longobardica  15,  87,   102,   104. 

francese  13,  14,  24,  26,  27,  66,  76,  77,  171,   172 
germanica  14,  2ij  22,  23,  78,   103,   104,   114 
austriaca  24 

—  svizzera  55,  56,  57 


244 


Storia  inglese  14,  24 

—  italiana   13,    15,  16,  17,  20,  29,  37,  38, 165  e  seg 

—  romana  13,  15,   16,  21,  42,  43,  52,  62,  68,  101 

129,  157,   165,  166 

—  fiorentina  15,  70,  71 

—  veneta  15,  21,  86,  93,   115  e  seg.,  225-226 

—  ecclesiastica  13,  36,  51,  89,  105,  174,  1846  n.  ] 

—  bizantina  214 

Storie  diverse  (padovana,  milanese,  bresciana  ecc.)    15 

19,  21,  29,  30 
Strade  romane  210,  211 


Vite  v.  Biografie 
Vocabolario  della  Crusca  71 


INDICE  DEI  NOMI 


Agnello  Andrea  104  n.  2,  105 
Agostini  (degli)  Giovanni  122 
Antenore,  principe  troiano  44 
Arduino  d*  Ivrea  192 
Ario  1'  eresiarca  174  n.  3 
Astolfo  re  dei  Longobardi  37,  175 


Bacchini  Benedetto   105 
Balbo  Cesare  166,  167 
Barbiera  Raffaello  122 
Barozzi  Nicolò  116 
Battistella  Antonio   121 
Belviglieri  Carlo  217,  218 
Berchet  Guglielmo  116 
Bernoni  Domenico   122 
Bertolini  Francesco  43  n.  2,  72 
Besta  Enrico  122 
Besta  Fabio  112  n.   1 
Bianchini  Giuseppe  123  n.  1 


-  246  — 


Boerio  Giuseppe  122 

Bolland  (de')  Giovanni  40 

Bonaparte  Napoleone  39,  69,  125,  207 

Bonardi  Antonio  122 

Bonghi  Ruggero   [65 

Bopp  Francesco  112 

Borgia  Lucrezia  155,  156  n.  1 

Bossuet  Giacomo  Benigno  11,  79,   153 

Botto  Paolo  Emilio  195 

Bùnau  (de)  Enrico  228 


Caffi  Francesco  122 

Cambronne  Pietro  65 

Cappelletti  Giuseppe  119 

Carducci  Giosuè  15  n.  1,   18  n.   3,  72 

Carlo  Alberto,  re  di  Sardegna  20 

Carlo  V,  imperatore  di  Germania  66 

Carlomagno  97,  181 

Cecchetti  Bartolomeo  1  (7 

Cellini  Benvenuto  144,   145 

Cicerone  io 

Cicogna  Emanuele  95,  117,   121,  122,   123,   139 

Cipolla  Carlo  i6ì  n.  1,  21,  30,  89,  121,  168 

Champollion  Giovanni  180  n.  1 

Charlier  v.  Gerson 

Chevalier  Ulisse  217 


-247  — 


Clément  Carlo  84 
Clément  Francesco  84 
Cogo  Gaetano  121 
Compagni  Dino  70,  71 
Corner  Flaminio   122 
Cosci  Antonio   169 
Cousin  Vittorio  80 

Crivellucci  Amedeo  6  (Prefa^),  17  n.  2  e  seg.,  87,  107, 
158,  166,   175,   177 


D 


Dal  Medico  Angelo   122 

Dalla  Santa  Giuseppe  121 

Dahn  Giulio  166 

Dantine  Mauro  Francesco  84 

Daru  Pietro  38,  39,  117 

Davila  Enrico  Caterino  75,  76  171 

De  Gubernatis  Angelo  171 

Del  Giudice  Pasquale  166 

Della  Valle  Lorenzo  36  n.   1 

De  Sanctis  Francesco  72 

Diacono  v.  Paolo 

—  v.  Giovanni 
Dùmmler  Ernesto  22 
Durand  Orsino  84 


—  248 


E 


Emiliani  Giudici  Paolo  \66 

Emo  Angelo  141 

Enrico  II,  imperatore  di  Germania  192 

Enrico  IV,  imperatore  di  Germania  181,   199 

Erodoto  d' Aiicarnasso  io,  212,  213 


Fanfani  Pietro  71 
Fantuzzi  Marco  19 
Federico  Barbarossa  22,   114 
Filiasi  Iacopo  93,  122 
Foscarini  Marco  122 
Foscarini  Antonio   149 
Francesco  I,  re  di  Francia  66 
Franco  Giacomo  122 
Fulin  Rinaldo  119 

G 

Galliciolli  Giambattista  122 
Gallina  Giacinto  122 
Garibaldi  Giuseppe  190 
Georgisch  Pietro  228 
Gerson  Giovanni  99 
Gersen  Giovanni  99 
Gibbon  Edoardo   165 


-249 


Giorno  Giuseppe  117 

Giesebrecht  Guglielmo  104  e  n.   1 

Giovanna  (papessa)  51,  52 

Giovanni  XII  (papa)  52 

Giovanni  Diacono  45,  85,  87,  88,  93,  117 

Gloria  Andrea  19,  31,   122 

Gnoli  Domenico  145 

Goethe  Volfango  143 

Goldoni  Carlo  122 

Gregorio  VII  199 

Gregorovius  Ferdinando  68,  155,  166 

Grimm  Francesco  112 

Guglielmo  Teli  54  e  seg. 

Guicciardini  Francesco  11,  72,  73 

Guizot  Francesco  79,  80 


H 

Hegel  Carlo  168 

Herbart  Giovanni  Federico  215 

Herder  Giovanni  153 

Hervas  Lorenzo  in 

Heyd  Guglielmo  122 

Hortis  Attilio  121 

Humboldt  Guglielmo  m,   112 


Ideler  Cristiano  Luigi  84 


-250- 


-"     -  ' 


- 


J    122 

La  23 

La;  2 1 

Lee  o  98 

216 

7l 


M 

83 

xolò   11,  71,  72 
pione  19 
Ma£  hi  Antonio  18  n.  1 


251 -- 


Malfatti  Bartolomeo  167 

Manfroni  Camillo   122 

Manin  Lodovico  207 

Marchesi  Vincenzo  121 

Marin  Carlo  Antonio  122 

Martène  Edmondo  83 

Mas -Latri  e  (de)  Luigi  121 

Masi  Ernesto  73 

Matteo  di  Giovinazzo  v.  Spinelli 

Mazzoni  Guido  30,   141  n.   1 

Medici  (de')  Caterina  76,  77  e  n.   1 

Micali  Giuseppe  165 

Michiel  Marc'  Antonio  97 

Mohl  Giulio   195 

Molmenti  P.  G.  49,  50,   121    122 

Mommsen  Teodoro  62,  165 

Montfaucon  (di)  Bernardo  83 

Monticolo  Giovanni  21,   115,   116,   121 

Morgan  Giacomo   195  n.   1 

Morosini  Antonio  28 

Morosini  Francesco   126 

Moschini  Giannantonio   122 

Mùller  Giovanni  55,  56 

Muratori  Lodovico  13,  15  e  seg.,  89,   105 

Musatti  Cesare  122 

Mutinelli  Fabio   123 


—  252  — 


N 


Nalin  Camillo  122 

Nani  Mocenigo  Filippo  121,  122 

Napoleone  III,  imperatore  dei  Francesi  190 

Niebuhr  Bertoldo  Giorgio   157 

Ninni  A.  P.  122 


Occioni  Bonaffons  Giuseppe   121 

Odorici  Federico  19 

Oppert  Giulio  195 

Orsi  Pietro   12  [ 

Ottone  di  Frisinga  23,  51,  114,  173 

Ottone  III,  imperatore  di  Germania  85,  88,  93 


Pallavicino  Sforza  73,  74 

Padovan  Vincenzo  123 

Paoletti  Pietro  122 

Paolo  Diacono   13,  15,  87,  89,  101,   104,   166 

Papadopoli  Nicolò  122 

Pascolato  Alessandro  75 

Pasqualigo  Cristoforo   122 

Persati o  (di)  Carlo  208 

Pertz  Giorgio  22,   104 

Petau  Dionigi  83 


-253 


Pipino  il  Breve,  re  dei  Franchi  36,  37 

Plutarco  io 

Polibio  io 

Porro  Lambertenghi  Giulio  19 

Predelli  Riccardo  217,  229 


R 


Rajna  Pio   154 

Rambaldi  Pier  Liberale  121 

Ranke  Francesco  Leopoldo  72,  77,  78,  79,    123,     172, 

176,  231 
Raulich  Italo  214 
Renier  MichieL  Giustina  122 
Ridolfi  Carlo   122 
Rinaudo  Costanzo   166 

Roberto  il  Breve,  imperatore  di  Germania  134 
Rodolfo  di  Svevia  181 
Rolando  Antonio  218 
Romanin  Samuele  119 
Rossi  Agostini  73,  122 
Rossini  Gioachino  50  n.   1,  57 


Sagomino  v.  Giovanni  Diacono 
Sagredo  Agostino  119 
Salimbene  da  Parma  69  n.   1 
Sallustio  Caio  Crispo   io 


—  254  — 

Sandi  Vettor  122 

Sanuto  Marino  22,   118,  122,   149 

Sarpi  Paolo  73,  74,  75 

Scaligero  Giuseppe  82 

Schiller  Giovanni  57 

Secondo  da  Trentu  104  e  n.  2 

Selvatico  Pietro   [22 

Selvatico  Riccardo   122 

Senofonte  io,   174,   181 

Sigonio  Carlo  17  e  n.   1 

Sismondi  Sismondo  168 

Smith  Giorgio   195 

Solerti  Angelo   141  e  n.  1 

Soranzo  Girolamo   117,  123 

Spinelli  Matteo  70 

Stefano  II,  (papa)  37,  175,  200 


Tacito  n,    [05,   182,  213 
Tamassia  Nino   166 
Tasso  Torquato   141  n.   1 
Teli  v.  Guglielmo 
Temanza  Tommaso   122 
Tesauro  Emanuele  166 
Teza  Emilio  157  n.   1 
Thomas  Giorgio  122 
Tiraboschi  Girolamo   19 
Tito  Livio   io,  68,   181,  213 


—  255  — 


Tommaseo  Nicolò   116,   126 
Tommasini  Oreste  ié,  21,  72,   143,  220 
Tosti  Luigi  168 
Treitschke  Enrico  231 
Troya  Carlo   19,  89,   166 
Tucidide  io 


U 


Ugo  Capeto   160 

Ugo  Victor  65 

Umberto  I,  re  d'Italia  138 


Vannucci  Atto   165 
Varnefrido  v.  Paolo  Diacono 
Verdi  Giuseppe  50  n.   1 
Vico  Gambattista  151  e  seg. 
Viìlari  Pasquale  72,   166 
Villemain  Abele  Francesco  79 

W 

Waitz  Giorgio  22,   104,  230 
Washington  Giorgio   144 
Wattenbach  Guglielmo   104 

Z 

Zambler  Amelia  216 
Zanetti  Antonio  £22 
Zeno  Apostolo  jj,  119 


PROF.  EUGENIO  MUSATTI 


LA  CRITICA  STORICA 


LE  LEGGENDE  NAZIONALI 


PROLEGOMENI 

AD    UN    CORSO   LIBERO   DI    STORIA   MODERNA 

NELLA    R.   UNIVERSITÀ   DI    PADOVA 

(1899-1900) 


l.a  RISTAMPA 

con  giunte  ed  emende 


PADOVA 
Tipografia  dei  Fratelli  Gallina  a  all' Università  » 

1901 


DEL  MEDESIMO  AUTORE 


Storia  d'un  lembo  di  terra  ossia  Venezia  e  i  Vene- 
ziani (i.a  e  2.a  ediz.) 

Cenni  storici  del  commercio  di  Venezia 

La  statistica  e  la  repubblica  di  Venezia 

Venezia  e  le  sue  conquiste  nel  medio  evo  (opera  pre- 
miata dal  Giurì  del  III  Congresso  geografico  interna^.) 

Storia  della  promissione  ducale  {premiata  dal  Ministero 
delF  I.  P.  per  voto  del  Consiglio  Superiore) 

Venezia  e  Casa  Savoia 

Dall'89  al  97,  ossia  dalla  Senna  alle  Lagune 

Guida  storica  di  Venezia 

La  donna  in  Venezia  (i.a  e  2.a  ediz.) 

I  Veneziani  della  decadenza  (Conferenza) 

I  monumenti  di  Venezia  (Guida  sinottica) 

Cronografia  veneta  (i.a  e  2.a  ediz.) 

I  prodromi  della  Rivoluzione  francese 

La  storia  politica  di  Venezia  secondo  le  ultime  ricerche. 


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Library  of  Congress 
Branch  Bindery,  1902